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mercoledì 3 ottobre 2018

Luglio col bene che ti voglio

Settembre vaffancul e Ottobre pure tuuuu. Zàzàzà.

No, regà.
Mi dovete perdonare.
Non è che io non voglia intrattenermi in vostra compagnia, è che - porca mignotta - qua siamo tornati a pieno regime, proprio.
Ho la scadenza del Calvino che mi ansima sul collo e sto facendo la terza revisione del romanzo perché sono una cazzo di perfezionista dimmerda (ma è giusto così, se lo ritengo ancora da revisionare, dovrà pur esserci un motivo).
Mio fratello quindiciquasisedicenne ha ripreso la scuola a bomba e siamo già a livelli tali che ci tocca studiare fino a tarda sera.
Ho ricominciato a seguire anche altri ragazzini, il che mi porta via qualche altra ora giornaliera.
Leggo come se dovessi battere un record (e sono molto competitiva), perciò viaggio su una media di quattro libri a settimana (ma posso migliorare).
E, per concludere, non ho ancora smesso di adorare il mio essere allegra massaia/contadina, e anche questi compiti, da molti nemmeno ritenuti tali, portano via tempo (la pasta madre è il male, io ve lo dico. e anche il terrazzo con mille piantine da orto che non si curano da sole - però ti danno tante, tante soddisfazioni -).
Enniente.
Per il resto continuo a odiare laggente, la società, il mondo e le canzoni napoletane.
Quindi tutto a posto, non è cambiato niente tra di noi, no?

Senz'e te nun pozzo stà pecché tu m'appartienneeee
Ok, ho finito.
Non vi faccio promesse - perché detesto infrangerle - , però sappiate che, di tanto in tanto, vi penso.

Ci vediamo alla prossima, spero quando sarò un po' meno schizzata di così.

Vi lovvo.

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lunedì 13 agosto 2018

No, ragazzi.

Questa cosa che sono in bici dall'altra parte della città e, boom, esplode il temporale ed io cerco un ponte, lo trovo, mi fermo, sento il rumore della pioggia, il fresco che le gocce mi hanno appena lasciato sulla pelle e mi dico no, io non voglio stare qui sotto, e allora mi rimetto in sella e via, a tutta velocità, i muscoli spingono, sono forti, la bici vola, gli occhiali puntellati di piccoli pallini bagnati, il vento mi esplode sulla gola, in faccia, tra i capelli, sulle spalle nude, le macchine sfrecciano ed io rido, è bellissimo, sono libera, sono veloce come il vento, sono io.
No, tutto questo non mi preoccupa.
A preoccuparmi, invece, è il fatto che, in quest'immagine idilliaca di una me saettante per le strade vuote di Milano, bagnata e gaudente, la mia mente canticchia la Pausini.
Boh, forse sto impazzendo.

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martedì 5 gennaio 2016

Io che non so dire tante cose.

Ché credo ci siano cose che, a dirle, sarebbe un po' come sporcarle di realtà.
Loro partono, decise. Mi risalgono in gola e, prepotenti, spingono e forzano e urlano e imprecano e chiedono perché.

Perché non ci vuoi fuori da qui?

E non ho molte risposte per loro, no.
Non ne ho molte nemmeno per me.
Tutto quello che ho sono immagini. Forme nitide immerse nel caos.
A loro permetto tutto, anche quando fanno male, anche quando mi prendono per mano e mi portano verso quel punto di non ritorno.

Verso il parossismo.

E vedo occhi di cui ancora non so distinguere il colore, posarsi dentro ai miei. Come potrei imbrattarli di parole?
E vedo labbra dischiudersi sul mio viso, un respiro caldo mi accarezza la pelle, le mie dita scorrono su una schiena bianca, forte, perfetta. Come potrei rischiare di macchiarla, incastrandola in qualche definizione?
E vedo un sorriso pieno, vivo, vero, bellissimo, bambino. Di quelli che, quando ti si appoggiano addosso, sono capaci di prenderti, e portarti via. Potrei forse insozzarlo, osandogli renitenza, per correr dietro a qualche stupida, sudicia, insulsa parola?
E vedo te, la maglietta al contrario, l'espressione curiosa posata sul mondo, quel modo di fare e di essere così pienamente e dannatamente tu, senza inibizioni, senza preconcetti. Ti guardo camminare immerso nel vento, i pensieri liberi, le gambe lunghe, i capelli morbidi e ribelli, quella risata contagiosa, la tua mano che cerca la mia.

Sono confuso, la vita è confusa, lo sono anch'io.

Io che non so dire tante cose, le so scrivere, forse, ma non so tenerle, non voglio.
Io che non conosco tante, troppe cose, le capisco, forse, ma non so far altro che osservarle da lontano, respirarle quando il loro odore giunge fino a me, che sono distante, lo sono sempre, ma così vicina che se vuoi, lo sai, tu puoi riuscire a toccarmi.
Io che non so dire cosa voglio, ma so immaginarlo, forse, e immergermici e perdermici e crederci e.

Lo sai spiegare, l'amore? E, se ti allunghi, pensi di riuscire ad afferrarlo?

Io che, se apro gli occhi, vedo poco, e male.
Io che, se chiudo gli occhi, vedo te.

I want you so bad.


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mercoledì 4 novembre 2015

Ade vs Fornitori #1

-Sei sempre più carina.
-...
-Ma sei fidanzata?
-No.
(espressione perplessa)
-E perché?
-Perché non mi interessa.
(attimo di esitazione)
-Ma sei fuori?
(rido)
-Eh, può darsi.
-E non ti piace un nero come me?
(rido)
-No, davvero. Non ti piace?
-Posso avvalermi della facoltà di non rispondere, sì?
(ride)
-Vabbè dai, pensaci e se decidi che vuoi un bel negro...
-Fantastico. Ora scarichi il camion, sì?

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venerdì 12 dicembre 2014

La rubrica delle cazzate #3


 

Sono simpatica, vero?

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lunedì 17 febbraio 2014

Happy Valentine, rigidoni!


 

E niente. Oggi è il compleanno del blog. Io, come è ovvio, l'avevo bellamente dimenticato. C'è ancora qualcosa che vi stupisce? No, ditelo eh?
Insomma. A un certo punto mi arriva un whatsapp da Mareva (bellina, lei) e per un attimo ho avuto il dubbio criptico di essere stata, che ne so, rapita da un gruppo di alieni con le sembianze dei giocatori del Milan che, con un'abile strategia di convincimento (AHAHAH) sono riusciti a portarmi nella loro base spaziale e infliggermi pene dolorosissime (AHAHAH) per estrapolare informazioni di vitale importanza dal mio cervello (AHAHAH, sì ho finito). Cosa stavo dicendo? Scusate, mi sono distratta immaginando la scena. Ah, sì. Allora, mi hanno rapita e mi hanno riportata, non prima di avermi sezionato e resettato la memoria, scaraventandomi sulla terra nove mesi dopo. Ovviamente l'idea iniziale era quella di farmi a pezzi e lanciare i miei organi e tutto il resto nell'atmosfera, così, per ridere un po'. Però siccome io sono una ragazza veramente simpatica (AHAHAH) hanno avuto compassione di me e hanno deciso di risparmiarmi la vita e di prendere, invece, quella di un aspirante partecipante al Grande Fratello. Uno a caso, tanto bene o male sono tutti uguali.
Benissimo. Cosa volevo dire, alla fine?
Ah, sì. Oggi è il secondo compleanno del blog. Ciao mi chiamo Ade, ho ventisei anni, sono molto emozionata, ringrazio tutti per i meravigliosi momenti passati insieme, da grande voglio fare la chirurga estetica.
Scommetto che vi state chiedendo: Ade, tesoro, adesso ci spieghi che cosa cazzo ci azzeccano titolo e foto con le stronzate che ci stai propinando?
Certo, che ve lo spiego. Dannazione.
Anzi no. Ho solo un'ultima cosa da dire:
Trenta euro? Ma dove cazzo vai?
E adesso, su. Insultatemi. Che mi mancate.

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martedì 10 dicembre 2013

L'armadio dei regali

In linea di massima, il natale non mi fa nessun effetto, se non una breve ma intensa orticaria vaginale.
Vi sono mancata, vero?
Se penso alle luci colorate e al conseguente spreco di energia, agli addobbi pacchiani che nessuna persona sana di mente si sognerebbe di appendere in casa sua se non a natale (ma a natale, si sa, siamo tutti più buoni e più idioti, no?), al flusso incontenibile di gente che si riversa nei negozi e nei centri commerciali alla disperata ricerca del regalo perfetto per il cugino di quinto grado di cui a malapena ricorda il nome ma, vuoi presentarti senza un regalo? Dico sei fuori? È natale! Il periodo ideale per far sfoggio di tutto ciò che durante il resto dell'anno non ci si può permettere! E poi, scusate, gli strozzini le finanziarie a cosa servirebbero, altrimenti?, e, per finire in bellezza, ai vari film dai titoli improponibili tipo "Santa Klauss esiste ed è sfizzero" che ci vengono propinati ad ogni ora del giorno, ecco. Mi viene voglia di infilarmi la tuta di latex nero e girare per la città con una vanga sporca del sangue di un folletto e distruggere OGNI COSA.
Ma forse sono io che sono cinica, eh?
Comunque, dicevo. In linea di massima il natale non mi crea nessun problema.
E adesso parliamo d'altro. Leggendo un post della Poison mi è comparso davanti agli occhi un ricordo divertente di cui, chissà poi perché, ho voglia di parlare.
Quando avevo un nonno, il natale aveva tutto un altro sapore. Perché lui era così buffo, che non potevo che amare il momento in cui ci saremmo ritrovati tutti seduti allo stesso tavolo, ad aspettare con trepidazione che lui tirasse fuori i suoi regali per noi. Già. Perché il nonno aveva un concetto tutto suo, riguardo ai regali. Me lo immaginavo, in piedi davanti al suo armadio, che tirava fuori ogni più inutile oggetto trovato nei giornali o chissà poi dove diamine li trovava e, con cura e dedizione, ne destinava uno ad ogni membro della famiglia, incartandoli con la carta dei regali ricevuti l'anno precedente. Più volte ho sbirciato dentro quell'armadio, per vedere se riuscivo a indovinare a chi sarebbe andato lo sbucciamela e a chi l'arrotola-cravatte...
Al mio diciottesimo compleanno, per dirne una, mi regalò una scatolina rosa a fiori con dentro un tagliaunghie rosa a fiori, un lucidalabbra rosa a fiori e una pinzetta per le sopracciglia rosa a fiori. Le grasse risate che mi facevo, erano impagabili. Così come gli abbracci, alla fine di tutto. Ed io che a malapena riuscivo a ricambiarne uno, da stronza frigida quale ero e sono. Ma questa è un'altra storia.
Insomma, per rendere la cosa più divertente, anche noi avevamo cominciato a regalargli cose stupide. E lui, che non si esimeva mai dal dire ciò che pensava, si incazzava sempre e faceva il burbero. Poi si addormentava, con i gomiti sul tavolo e la bocca aperta. ♥
E adesso scusate, ma ho un gatto da seppellire.
Non è vero, sto solo dormendo. Ma mamma Ade è idiota, e voi questo già lo sapete.

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lunedì 16 settembre 2013

Sono partita per la tangente

Che io sono un po' così, vado a periodi. Ci sono quelli che sì e quelli che vaffanculo. Adesso è un periodo sì, per esempio. Allora mi sono messa d'impegno e ho cominciato a rimuginare sulle critiche e i consigli che mi sono stati dati dalle persone che finora hanno letto il mio primo romanzo. Il mio bambino. Quello che ho finito, dopo un blocco di circa sei anni, grazie alla nascita di questo blog, che mi ha ispirata, che mi ha cambiata, che mi ha dato e continua a darmi lo stimolo per non mollare. E quando parlo di blog, non intendo solo ciò che scrivo e condivido, ma intendo anche voi. Che mi leggete, mi seguite, mi fate ridere e mi rendete una persona migliore. O più accettabile, per lo meno. (come sono romantica, diamine. mi faccio quasi impressione.)
E niente. Ho deciso di apporre delle modifiche non indifferenti al mio lavoro. Perché lì dentro, almeno nella prima parte, quella in cui Ade non c'era ancora, non mi ci rispecchiavo più. E quello che ne è uscito mi piace parecchio. Sono soddisfatta, insomma. Poco tempo fa, solo all'idea di riprenderlo in mano mi veniva male. Mi sembrava quasi di poterlo deturpare, toccandolo. Di cancellare la sua autenticità. Era una cazzata, ovviamente. È innegabile che l'Ade che scrive adesso sia diversa da quella persona che scriveva sei anni fa. E più brava, claro. Già. Sto cercando di smetterla di vedermi come una pernacchiona che non sa fare niente, per intenderci. E questo grazie ad alcuni di voi che, rifilandomi gran pacche sul sedere (metaforicamente parlando, eh? che io c'ho anche un fidanzato), mi avete spinta a non arrendermi. Ed io non mi arrendo, santa pazienza. Perché arrendermi vorrebbe dire accettare di mettere da parte l'ennesimo sogno. Ed io non ne ho la minima intenzione, questa volta. Quindi, alla fine, quello che volevo dirvi è questo. Grazie.


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venerdì 17 maggio 2013

Al mio ritmo

Di pensiero, se solo riuscissi a fermarli uno per uno, potrei scrivere un post ogni tre minuti, circa. Ma non ce la faccio mai. Sono caotici, loro. Frettolosi. Ingarbugliati. Tendenti al masochismo, a volte. E carichi di responsabilità, spesso. Anche se so che non dovrebbero. Allora provo a chiudere gli occhi e immaginare. Che è una cosa che mi è sempre riuscita bene. E mi vedo ballare. E ridere, anche. E poi scrivere e scrivere ancora. E tutto viene bene. Tutto è come dovrebbe essere.

E tu dove sei, oggi? Resti là fuori anche quando piove così? Insegui la gente, bagnandoti tutto ma sorridendo comunque, perché ti trovino simpatico? E sollevi quei cartoni con la tua forza, quella che piace tanto alle donne? E poi ringrazi, anche se non ti hanno dato nulla, ancora col sorriso. E abbassi un po' la testa, inclinandola di lato, saluti e torni al tuo posto, con la maglietta fradicia? Ma, dimmi. Cosa ti porta qui? Coraggio, ragazzo. Andiamo a prenderci un caffè. Raccontami di te. Dimmi se sei felice, nonostante tutto. Dimmi perché. Perché tu, così giovane e forte e simpatico e bello, non puoi avere qualcosa di meglio di questo. Cosa ti ha portato qui? E dimmi. Quando è ora di pranzo, dove vai? Ce l'hai qualcuno con cui parlare un po'? Qualcuno che mangi con te? È così triste mangiare da soli. E la sera, quando le porte si chiudono e la gente si sbatte in auto e corre a casa, cosa fai? Ce l'hai qualcuno che ti aspetti e che ti faccia dimenticare il dolore e la fatica? Qualcuno che ti faccia ridere? E dimmi, ragazzo. Dimmi perché. Infilati in un pensiero e raccontami. Raccontati. E non dimenticare niente. Soffermati su ogni particolare e sorseggia il tuo caffè, prima che diventi freddo. Piano. Abbiamo tutto il tempo del mondo. Tranquillo. Nessuna scatola da sollevare, né persone frettolose a cui piacere. Sediamoci. È morbido, qui.


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lunedì 18 marzo 2013

Sto guardando

Quel sorriso. Sembra una vita, che lo guardo. Eppure ogni volta c'è qualcosa di diverso. Un particolare. Una luce. Un pensiero. Ricordo la prima volta che me lo trovai di fronte. Era spiazzante. Indescrivibile. Io non potevo, non volevo smettere di guardarlo. Non c'era un perché. Era così e basta. Ricordo quando lo guardavo e non riuscivo più a trovarci qualcosa che mi appartenesse. Attaccandomi disperatamente a ciò che credevo di doverci trovare. Ricordo quando poi l'ho rivisto. E ho capito che era perfetto così, nella sua imperfezione. Nel suo cambiamento. Che accompagnava il mio, senza più averne paura. Non era senza perché. Lo aveva eccome. Lo stava solo maturando. Sorrido. Perché è questo l'effetto che mi fa, quel sorriso.


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lunedì 3 dicembre 2012

Paco


Miagolava forte. Pioveva. E tutti gli passavano davanti, buttando giusto uno sguardo nella sua direzione.
Paco, strofinava il muso sulle mie gambe. Poi, con un balzo, eccolo sulle ginocchia che tremava. Chissà, forse sarebbe andato tutto bene. Questa volta.
Paco, sotto all'ombrello. Accovacciato su di me, che gli parlavo. E gli dicevo che presto tutto sarebbe cambiato. Che non avrebbe più fatto così freddo. Che non ci sarebbe più stato l'asfalto duro e umido a spezzargli le unghie. Che la vita non sarebbe più stata così difficile. Una pazza, insomma.
Paco. Le sue ferite. Quei dentini spezzati. E quelle cicatrici che forse un giorno potrà dimenticare di avere.
Paco. Annusa dappertutto. Esplora ogni angolo. E, piano piano, noi impariamo che a Paco piace:
Il suo tiragraffi di cartone.
Mangiare.
Il mio divano rosso.
Dormire in mezzo a noi.
Mangiare.
Miagolare per attirarsi le coccole.
Seguirci per tutta la casa.
La sua sabbietta.
Mangiare.
Fare le fusa.
Fare gli occhietti languidi.
Stare in braccio.
La mia ombra mentre faccio colazione.
La freccetta del mouse.
Mangiare.
Il mio divano rosso.
Rispondere con un miagolino quando gli dico qualche cosa.
Strofinare il muso sulle mani.
Farmi lo sgambetto.
Giocare con i pezzetti di crosta della pizza.
Mangiare.

P.S.
Grazie, gente. Per il vostro supporto tecnico.


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giovedì 29 novembre 2012

Perché lo sappiate


 

Nella dimora di Ade c'è un nuovo inquilino. Sì. Quello che vedete qui sopra spiattellato sul mio divanozzo rosso che vi guarda con certi occhioni. Lui (che per qualche ora è stato anche una lei. causa ignoranza generale sulle sembianze dei genitali felini castrati. e io ho anche fatto la figa sui vari social network presentando "la mia nuova gattina Jenna". son cose.) non ha ancora un nome. Perché io e Mr. Ade abbiamo opinioni contrastanti. Il fatto che alla fine sceglierò io è abbastanza palese. Però voglio dargli l'illusione di avere possibilità di scelta. E quindi vi propongo un sondaggio. I nomi papabili sono:

-Paco (proposto dal Disturbatore)
-Marte (perché l'ho trovato Martedì)
-Silvestro (perché è bianco e nero)
-Rocky (la scelta di Mr. Ade. se mi volete bene vi prego di stroncarlo sul nascere. grazie)

Sono comunque aperta (che detta così potrebbe anche suonare male) a nuove proposte.
Insomma. Quando il mio patonzolo avrà un nome (cosa che spero avverrà entro stasera), vi racconterò la sua storia figherrima. O per lo meno. La sua storia dal momento in cui i nostri sguardi si sono incrociati, su quel ponte pedonale. Che tenerezza.


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martedì 16 ottobre 2012

Ehi, voi due

Ho una confessione da fare. Ma forse, chissà. Già lo sapete. Che me ne sto accoccolata sul mio divano rosso. Con questo plico enorme appoggiato sulle gambe. E vi leggo. Voi. Uomini con la schiena dritta. Le vostre parole. Le vostre emozioni. Su pagine ingiallite dal tempo. Che odorano di ricordi. Di vite e di persone che non ho mai incontrato. Ti immagino. Seduto alla tua scrivania. Il rumore della Olivetti in mezzo al silenzio della notte. I bambini di là che dormono. Una moglie che forse un giorno tornerà a star bene. E un futuro su cui lavorare. Un futuro per cui lottare con le unghie. E con l'astuzia. Tu. Desideroso di sapere. Di conoscere. Di imparare. E così fiero di essere ciò che sei. La tua firma, a fondo pagina. E le mie mani che hanno paura di rompere qualcosa di così fragile e perfetto. Il pensiero della tua voce che mi assale. E la consapevolezza che mai più potrò domandarti tutte le cose che vorrei sapere. E che tu mi racconteresti con passione. Mi amavi per la mia curiosità. E io ti amavo perché tu sapevi tutto. Anche se io di te non sapevo niente. Ma lui? Non lo so, com'è il suo viso. Però lo immagino. Grande. Imponente. E burbero. Seduto alla sua scrivania. La macchina da scrivere usurata dal troppo lavoro. La carta intestata. E i mille pensieri che gli fasciavano la testa. Era uno scrittore, lui. Un uomo che giocava con le parole. Le faceva sue. E ti incantava. Chissà cosa provavi, tu. Quando aprivi la casella della posta. E trovavi una sua lettera. Eri felice, vero? Perché lui sa scrivere. Perché lui ti ha insegnato tutto. Chissà, adesso. Cosa penserebbe lui, di me. E lei? Dov'è lei? Dove sono le sue parole scritte a mano, di getto? Le sue parole tristi. Rassegnate. Impaurite. Perché la vita è cattiva, con lei. E tu? Tu pure. Me lo sento. E loro? Loro sono piccoli. Ma cresceranno. E diventeranno uomini. Che forse un giorno neanche più si parleranno. Che forse un giorno ti perdoneranno, per ciò che hai fatto alla loro mamma. Li cerco, i suoi occhi. Mi butto a capofitto tra le immagini. E lei non c'è. Dov'è? Dove l'hai lasciata? Non le ho mai nemmeno dato un bacio. Per me lei è una foto. Un volto in un quadretto illuminato e impolverato. Un osso in una scatoletta. Una voce che non riesco a sentire. E poi ho trovato lui. Seduto su una panchina, al parco. Col suo cappotto lungo e il cappello. Un mezzo sorriso e lo sguardo rivolto a quei bambini, che un giorno rinnegherà. Un giorno in cui le macchinine, le scarpette rosse e il minestrone di fave saranno lontani. E lui sarà solo col suo rancore. Deciso a dare un'ultima lezione di vita a quell'uomo a cui ha dato la vita. A cui ha dato il cognome.
E poi mi immagino. In un salotto, seduta accanto a voi. E parliamo. Perché voi, di parole. Ne avete tante. Ne avete anche per me. Perché infondo, io. Io sono una di voi. Io sono una donna con la schiena dritta. Io sono la spettatrice delle vostre vite. La lettrice delle vostre storie. E la donna a cui avete dato il cognome. E che sarà sempre fiera di portarlo. Nonostante tutto.


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giovedì 16 agosto 2012

Potete stare tranquilli.

L'Ade non è morta. Non è nemmeno ai Caraibi, per intenderci. E, quest'anno, non è stata coinvolta in nessun incidente automobilistico (almeno per il momento. e comunque non guido praticamente più. da quel giorno). Insomma. Sono in ferie, è vero. Ma sono a casina bella. Anche se ancora per poco. Già. Perché FINALMENTE abbiamo trovato il luogo giusto. E domani partiremo alla sua volta. Sarebbe bello aggiungere "per non tornare". Ma, ahimè, non è fattibile. E niente. Sono qui per giustificare la mia assenza (oltre che per il semplice motivo che mi siete tanto mancati). Domenica doveva essere una giornata di apatia totale. Invece, dopo appena dieci minuti dalla fine del mio caffè, ci telefona Il Disturbatore e ci domanda se, per caso, ci va di andare in montagna a mangiare la polenta. Sì. Lo so a cosa state pensando. La polenta il 12 Agosto? Ma voi, cari miei blogger, non avete idea di cosa sia quella polenta lì. Quindi, tacete. E lasciatemi andare avanti. Insomma. Come dire di no a una richiesta del genere? Perciò eccoci, noi. Lavati e vestiti in un attimo. E via. Direzione, guardate un po' qui.




E poi ditemi che non ne valeva la pena. Comunque. 
A fine giornata, carichi di polenta uncia e di vino, passiamo da casa della Madre. E tiriamo su Nano numero uno e Nano numero due, con i loro zainetti e le faccette da culo. E ce li portiamo a casa. Ora. Chi, tra voi, ha dei marmocchi in casa, sa perfettamente di cosa sto parlando. Quando dico che non ho avuto il tempo di sedermi davanti al computer, fintanto che i Nani han soggiornato qui da me. Non è vero?
Insomma. Abbiamo passato tre giorni stupendi. Siamo stati al fiume a fare pic nic e un sacco di bagni nell'acqua gelata. Compiti delle vacanze, la maledizione della prima luna, gelato al cioccolato, bacini della buonanotte, x-box e giochini al pc. Nano numero due ha cercato di uccidere Il Disturbatore con una pietra e ha, come sempre, attentato alla mia sanità mentale. Nano numero uno è il mio piccolo principe adorabile e non ha fatto niente per cui io possa dire di non averlo adorato. E niente. Questa mattina mi sono svegliata e il silenzio di casa mia mi ha rattristata un sacco. E allora ho detto "sono triste, stamattina" e Mister Ade ha detto "non esserlo". Ma io lo so che, in fondo, mancano un po' anche a lui.


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giovedì 19 luglio 2012

Eccola qui

Come di consueto. Sono le 23.20 e sono in vena di sparar cazzate. Perciò. Chi, meglio di voi, può starmi a sentire? No. Scusate. Chi, meglio di voi, può starmi a leggere? No. Così non si dice. E' una cosa che no. Non si può. Ma va bene uguale. In fondo. Faremo finta che sia una forma dialettale. Tanto qui non siamo mica in word. Che arriva la correzione automatica, col suo sguardo saccente e il dito puntato. A dirmi che, no. Non dovresti tu, donna, scrivere questa parola. E' dialettale. Dunque, è il male. Cambiala subito. Altrimenti il tuo computer esploderà. 10. 9. 8. 7...
E niente. Oggi giornata scoglionatissima. E domani uguale. Perché già lo so, io. Sento le vibrazioni.
No. Non è il vibratore che si è acceso per sbaglio in borsetta. Giuro. E' che preveggiengio, io.
Va bene la smetto.
Allora. In effetti a pensarci bene una cosa seria da dire ce l'avrei anche. Sì. Che ieri mi si è avverato un sogno, a me.
No. Non ho incontrato per caso Thiago Silva che, dopo un unico, fuggente sguardo, si è inginocchiato ai miei piedi e mi ha detto "Sposami, Ade. Mi renderesti l'uomo più felice della terra. Ormai so, che la mia vita senza di te non avrà più un senso!".
E no. Non ho trovato il telecomando antipersonalitàmoleste.
E no. Non ho moltiplicato pani e pesci e spalancato le acque di. Che mare era? Ma poi, era un mare? O un fiume? Mah.
Insomma. Il fatto importante è che, in un momento di riflessione estrema tipica dei ragazzini di nove anni, nano numero uno mi ha rivelato le TreCoseChePiùGliPiaccionoNellaVita. E io, povera sorella stolta. Che avevo ormai quasi perso le speranze. Io. Ci sono rimasta secca. Ecco. Perché io, in fondo, l'avevo capito, eh? Che non poteva essere che non gli piacesse nulla. Che non poteva essere che lui, uscito dalla mia stessa tana, solo un tantino invecchiata, fosse così. Privo di idee. E di sogni. Fatto solo di alzate di spalle. E di "Io di questo libro non ci capisco un tubo". Lo sapevo, cazzo. Me lo sentivo. E niente. Io, tutta curiosa, gli faccio. Eh, di un po'. Cos'è che ti piace?
E lui.
E a te?
Dunque. A me piace. Fammi pensare. Leggere. Scrivere. Cantare. E poi altre cose che non ti dirò. E a te?
A me piace disegnare. E ballare. E suonare. Però non so suonare niente. Però mi piacciono le chitarre.
E io. Che dentro stavo esplodendo come un getto di diarrea improvvisa (scusate. non mi è venuto un paragone migliore). Mi sono contenuta a forza e gli faccio.
Oh, davvero? Bello. Mi piacciono le cose che ti piacciono.
Notare. Io lo sapevo. Lui non me l'aveva mai detto ma io lo sapevo. Perché? Perché l'ho visto ballare in modo divino, che diamine. E mi sono commossa come una scema. E perché ho visto i suoi disegni, cacchio. Ed erano belli ma io non sapevo che diamine dire perché in certe cose sono una frana. E perché. No. Un momento. La chitarra me l'ero bellamente sognata. Sì. Perché dopo il fallimento in libreria dovevo pur attaccarmi a un altro sogno, no?
Insomma. Alla fine interviene nano numero due che fa.
Anch'io voglio dire la lista! Anch'io!
Eddai. Dilla, su.
Mi piace il calcio. Voglio vincere le coppe. E anche il pallone d'oro.
Vabbè. Andiamo in piscina, va. Momento della verità finito, per oggi.


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martedì 24 aprile 2012

Chissà perché

 

Mi lascio incantare da queste cose. La mattina, seduta in macchina, mi guardo intorno e penso. Per la miseria. Che meraviglia. E acchiappo l'Iphone. E ci dò di foto. E adesso che c'ho un blog? Facile. Le condivido con voi. Che magari siete come me, un pò così. O magari no. Ma va bene uguale. Comunque. Questo è ciò che vedo, quando sono fortunata, sulla strada che mi porta al lavoro. E non lo so quello che penso. Perchè i miei pensieri sono troppo veloci. Succede che riesca ad acchiapparli e crearci qualcosa. Ma a volte no. E allora mi limito ad osservare. Felice di esserne ancora capace.

 


 


Questo post è stato originariamente scritto su Swanza blog, da Ade. E' possibile copiarlo parzialmente o interamente e modificarlo, basta che il post originale venga linkato.

giovedì 29 marzo 2012

Ci sono cose

Sì. Ci sono cose che, quando siamo bambini, non ci dicono. È naturale, ci proteggono, lo fanno per amore, lo fanno perché non sono in grado di spiegare cose che per una mente innocente sarebbero terribili, o semplicemente complicate. Io adoro i bambini. E amo i miei, di bambini. I miei tre cuccioli innocenti. I miei splendidi fratellini. Loro sì, che tirano fuori il meglio di me. Avevo 15 anni quando è nato il primo. E senza di lui non andavo più da nessuna parte. Giravo per il quartiere fiera, con lui nel passeggino che faceva le linguacce e rideva. Guai a chi me lo toccava. Quante litigate, per difenderlo dai coglioni del Bronx. Che, per scalfire il mio sguardo d'acciaio, tentavano il tutto e per tutto. Persino a spese di un bambino, cazzo. Certe cose le ricordo come se fossero successe ieri. Io non sapevo vederlo piangere. E, pensavo, per lui voglio il meglio. Voglio che abbia tutto quello che un bambino deve avere. Voglio che non sia mai triste. Voglio che la sua vita sia speciale. Ma, ovviamente, tutto questo non è possibile. Lui cresce e così gli altri due. Io non sono più a casa e li vedo così poco che quando sono con loro me li spupazzo tutti, fino alla nausea. Spesso mi sento in colpa per non essere più lì. Accompagnarli a scuola, andarli a riprendere e portarli al parco. In estate il gelato, i tiri al pallone, i cartoni animati, i compiti insieme. Mancano, queste cose. E diventa difficile accettare che la loro vita ora corre su un binario diverso dalla mia. Che le domande importanti non le fanno più a me, ma alla mamma o al papà. Che non sono più lì per far loro il bagnetto, che una volta volevano fare solo ed esclusivamente con me. Li sento ancora gridare "No! Io il bagno con te non lo faccio! Voglio la tata! Lei è più brava e mi fa ridere! Tu mi butti il sapone negli occhi!". Non sono più lì per convincerli a mangiare le verdure, passando tutto il tempo a raccontar loro come diventeranno forti e belli mangiando tante zucchine. Come Superman, tata? Sì, amore, proprio come lui. Adesso posso solo correre dopo il lavoro alle riunioni con le insegnanti e tentare di reprimere l'istinto omicida quando le vedo dire al mio bambino che deve impegnarsi di più. E a lui scorron giù lacrime sul viso. Si guarda i piedi ed io penso che vorrei prenderlo e portarlo via di lì, dopo aver dato una testata a tutti. Posso scappar via dal negozio un po’ prima e farmi quasi un'ora di strada per mettermi sul divano a studiare storia per la verifica. Perché, dice mamma, lui studia solo con te. Ma rimane, comunque, sempre poco questo tempo che ho per loro. Vorrei averne di più, solo questo. Vorrei raccontare loro mille storie. Leggere libri insieme e portarli in giro a vedere cose che non hanno visto mai. Per vedere i loro occhi brillare come solo quelli di un bambino. E, ancora adesso nonostante i cinque anni che son passati da quando non vivo più lì, ogni tanto lui mi guarda. E, tutto serio, mi domanda. Tata, ma quando torni a vivere con noi? E a lui non mento, no. Glielo spiego, ci provo. È dura ma, lo sai nano, da me tu avrai sempre e solo verità.

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giovedì 8 marzo 2012

Alle mie donne

 

Oggi è la festa della donna. Posso dire la mia? Sticazzi. Comunque. Voglio cogliere l'occasione di questa inutile festività commerciale per dedicare un post alle mie amiche. Devo dirvi che queste donnine che fanno parte della mia vita si contano sulle dita di una mano. Sapete che sono poco socievole, no? Però ci sono persone che restano. E le mie amiche si, sono rimaste. Alcune. Quelle buone, diciamo. Altre le ho perse strada facendo. E, vi dirò. Vivo lo stesso. Ma andiamo avanti. Per non ritrovarmi a dover dare poi spiegazioni di qualsivoglia genere lo dico ora e non lo ripeto più. Donne, non vi  metto in ordine di importanza. Perciò non voglio sentire cose tipo "Ah brava hai messo prima lei di me vuol dire che le vuoi più bene. Ed io chi sono, eh?". No perché io lo so, che poi va a finire così. Sciocche che non siete altro. Ad ogni modo. Le mie amiche sono tutte belle. Sono tipe toste. E sono piene di difetti, come me. Le amo anche per questo. E, a modo mio, ve le voglio presentare.
Amica, ci sei tu. Ti ricordi il primo sguardo che ci siamo lanciate? Si, quello lì. Quello il cui significato da parte di entrambe era una cosa tipo "Troia! Ti spacco!". È da quell'occhiata che non ci siamo più lasciate e, spero, mai ci lasceremo. Certo, abbiamo litigato. Parecchio, anche. Ma quante ne abbiamo combinate insieme? E quante volte ci siamo prese per mano e abbiamo superato i momenti difficili? Noi no, non siamo amiche che si abbracciano spesso. Ma tu sei l'unica che volendo riesce a strapparmi un abbraccio. Niente gelosie tra di noi. Nemmeno la più banale. E se voglio dirti una cosa, so che non ce n'è bisogno, perché l'hai già capita. Amica, undici anni insieme e non sentirli.
Amica, ci sei anche tu. Ti ricordi la prima volta che abbiamo rotto la barriera dell'asocialità che ci contraddistingue e abbiamo deciso di uscire insieme? È stato divertente, o no? Noi ci insultiamo, ci cazziamo a vicenda e ci prendiamo in giro. E tu sei avanti, donna. Lo sei più di chiunque altro, me compresa. Sei sempre con i piedi per terra. Anche se credo che a volte sogni un po' anche tu. Tu sei quella dei pensieri e dei consigli più crudi. Quelli che nessuno osa mai darti. E ci sei sempre e comunque. Anche quando non avresti voglia di esserci. Noi non piangeremo mai insieme e forse non ci prenderemo mai per mano. Ma non ce n'è bisogno. E questo lo sappiamo io e te. E nessun altro. Amica, quando ti sposi (dai che prima o poi...) facciamo i bagordi. E chiamiamo i nostri figli Eugenio e Abelardo. Non mi dire che non ci stai.
Amica, eccoti qui. Eravamo bambine quando ci siamo viste per la prima volta. Ma di quante cazzate abbiamo parlato? E ti ricordi, i tuoi libricini sulle pantegane? Uno dei pochi ricordi divertenti che mi resta di allora. E quante volte ci siamo difese l'un l'altra dalle perfidie dei compagni di classe? E adesso, dopo tutti questi anni, non potremmo essere più diverse. Tu non potresti essere più fantastica di così. A te non frega niente di quello che pensa la gente. Non ti importava nemmeno allora. O forse eri brava a non darlo a vedere. Ma eri la mia roccia. E per questo ti ammiravo e ti ammiro anche ora. Sei sempre sincera, con me. E quando vuoi dire una cosa la dici. Punto. Amica, grazie di esserci sempre stata, nonostante i miei innumerevoli cambiamenti. Abbiamo mai litigato? Non ricordo. Ma ne dubito. Non si può litigare con te. 
Amiche, che dire. Vi voglio bene. E ve ne vorrò sempre. Che slancio di romanticismo, eh? Mica ve la aspettavate questa, vero?

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