martedì 14 novembre 2017

L'ade detesta. A volte ama. #2

E niente. Tra le bozze ho trovato questo post che devo aver scritto non so quanto tempo fa, e mai pubblicato. Siccome mi ha fatto sorridere ve lo lascio, per allietare la vostra giornata. Io oggi sono inspiegabilmente felice. Sarà il sole, sarà l'album dei Mumford & Sons, sarà che stamattina ho fatto gli esercizi e quindi ho scaricato lo stressss, boh. Comunque happy scialalà, it's so nice to be happy scialalalà, everybody should be happy scialalà eccetera.
Ciàbbelli.

La prima parte di questo sproloquio la trovate qui.

Odio.

Quando sali sulla metro, ti attacchi al palo ed è unticcio.

Le caramelle che si succhiano. Le caramelle si masticano, perdio.

Quando decidi di provare un nuovo gusto di gelato. E ti fa schifo.

Quando, per restare in tema gelato, chiedi un cono nocciola e cioccolato e te lo fanno cioccolato e nocciola. Le crisi.

Quando compri un paio di scarpe bellissime e ci zompetti per la città felice e giuliva, fino a quando ti accorgi, dopo mezz'ora e a duemila km da casa, che ti fanno un male di cristo.

Quando chiedi un caffè e ti arriva acqua marrone.

Quando ordini una pizza e ti arriva una bigbabol. Già masticata.

Quelli che si crogiolano nell'autocommiserazione.

Quando sono al pc e Il Disturbatore viene diciottomila volte ad aprire il cassetto della scrivania poi, preso dallo sconforto per non essere riuscito a spiare abbastanza ciò che sto facendo, mi dice: è inutile che continui a chiudere le pagine quando arrivo, non mi interessa quello che fai! E non si rende conto che questa sua affermazione si contraddice da sé.

Amo.

La consapevolezza che episodi di questo tipo non accadranno più.


"Odio quelli che parlano con la bocca aperta!" "E io odio quelli che masticano con la bocca piena!"Cit.

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lunedì 13 novembre 2017

L'altro giorno

Qualcuno mi ha detto che il mio blog è impossibile da leggere perché c'è troppa rabbia dentro.
Io ho ascoltato in silenzio perché, onestamente, non avevo niente da dire.
Quella persona mi ha deluso, questa è la verità.
Capita spesso, con le persone. Non trovate?
Sì, è vero. Qui dentro ci metto un sacco di rabbia. Ma vi immaginate cosa potrei combinare se non lo facessi?
Io sì.
È sempre stato così, per me.
Ho iniziato ad essere arrabbiata intorno ai tredici anni, quando tutto il mio mondo è crollato ed io mi sono ritrovata immersa in quelle acque torbide e maleodoranti, in balia di onde alte quasi quanto il cielo.
Cosa potevo fare?
Scrivevo, ecco cosa facevo.
Perché ero una ragazzina silenziosa e timida, che non diceva mai quello che pensava e lasciava che tutto le scivolasse addosso, almeno in apparenza.
Dove altro avrei potuto mettere tutta quella rabbia, se non su carta?
Scriverla mi permetteva di non lasciarmi sopraffare da lei.
Scriverla mi dava speranza.
Con il tempo la rabbia si è affievolita e ha lasciato spazio a qualcosa di molto più brutto: la rassegnazione.
Non ricordo granché del mio passato, poco è rimasto nitido, quasi tutto risulta sfocato.
Però ricordo il giorno in cui la rabbia è tornata a farsi sentire, salvandomi da un'esistenza triste e finta.
È stata lei a permettermi di cambiare tutto. Sempre lei a non lasciarmi affogare nella disperazione.
Come potrei demonizzarla? Sarebbe davvero ipocrita da parte mia.
Certo, la rabbia non è un sentimento facile da gestire. Ed io non lo faccio sempre benissimo, anzi. Negli ultimi mesi ho ricevuto così tante sferzate che, a un certo punto, non sono più riuscita a controllarla e lei ha preso il sopravvento.
Io lo so, e credo che già questo sia un vantaggio. Ora devo solo sforzarmi di riprendere il controllo. E ci sto lavorando.
Nel frattempo mi isolo, perché semplicemente sono fatta così.
Qualcuno mi ha detto che è impossibile starmi accanto, perché qualsiasi cosa mi fa arrabbiare.
È vero, non posso negare di essere tanto, tanto arrabbiata.
Però posso dire una cosa.
Se un amico mi dice "sono arrabbiato" io gli chiedo perché.
Se lui non ne vuole parlare, io lo rispetto. E parlo d'altro.
Se si comporta da stronzo, glielo dico.
Se qualcuno parla male di lui, però, lo difendo. Perché so che non è colpa sua.
E se lui non mi telefona, lo chiamo io.
Non lo lascio solo, per quanto stronzo/orso/rabbioso possa essere. Io rimango lì, gli faccio sentire la mia presenza. Perché so che, quando sarà pronto, si lascerà aiutare. Oppure semplicemente mi userà per sfogarsi o per avere un consiglio o un punto di vista.
Se sparisco, non sono un'amica. Sono un egoista. Il che va anche bene, perché lo siamo tutti, alla fine. È questo che ci muove nel mondo, no?
Il fatto che io ancora rimanga delusa, significa che dentro di me nutro ancora qualche speranza che non sia così. Perché, dannazione, io non sono così. Ci sarà qualche altro coglione come me su questa terra, no?
Ma ora voglio lanciarmi una sfida: quante delusioni ancora sarò in grado di sopportare, prima di diventare DAVVERO una stronza cinica disillusa?
Must-see.

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mercoledì 8 novembre 2017

Carlos Ruiz Zafón, Il gioco dell'Angelo


Barcellona, 1917.
Qui ha inizio la storia di David Martín, un giovane aspirante scrittore che lavora al gradino più basso della redazione de "La Voz de la Industria".
David non ha famiglia ma ha un buon amico: Pedro Vidal, un ricco borghese che, grazie alla sua influenza, lo aiuta a pubblicare il suo primo racconto.
Il talento letterario di David è tale che, immediatamente, le sue storie lo portano al successo ma anche ad essere vittima dell'invidia dei colleghi, che riescono ad isolarlo ed infine ad allontanarlo dal giornale.
Nel frattempo David riceve uno strano invito da un certo Andreas Corelli, editore francese, e, quando si presenta all'appuntamento, si ritrova faccia a faccia con uno dei personaggi del suo ciclo di racconti, che gli fa passare una notte indimenticabile...
Il mattino successivo, lo sconosciuto gli presenta un'offerta che David, per il momento, non intende accettare.
Lo sconosciuto, però, non ha intenzione di darsi per vinto.
E poi, una casa maledetta, un mistero del passato, il tradimento, il cancro, morti violente, accuse e follia.
Se avete amato "L'ombra del Vento" (come come? non l'avete ancora letto?! filare subito in libreria!) non potrete non perdervi nella lettura di questo secondo romanzo, che ha contribuito ad annoverare il buon Carlos tra i miei autori preferiti.
Come aspirante scrittrice, ritengo che leggere come se non ci fosse un domani sia un esercizio irrinunciabile: il talento va nutrito e l'arte va perfezionata. Sempre. E credo che si impari qualcosa anche laddove non si immagina, anche se a volte non si riesce ad intuire cosa.
Io so che Zafón mi ha insegnato moltissimo: trovo che sia un maestro nelle descrizioni, cosa in cui io invece sono carente. Riesce ad evocare le immagini nella mente e, soprattutto, non annoia a morte. Ci sono autori che nel descrivere sono talmente prolissi che spesso mi ritrovo a saltare le pagine per non lanciare il libro fuori dalla finestra per la disperazione. Provate a dirmi che non vi è mai capitato.
Comunque, statemi bene a sentire: se avete letto "L'ombra del Vento", durante la lettura de "Il Gioco dell'Angelo" vi potrebbe capitare di domandarvi cose e potrebbe venirvi l'istinto di andare a riprendere il primo romanzo per controllare quello che non vi torna... beh, ecco il mio consiglio:
NON FATELO. Vi rovinereste COMPLETAMENTE il finale, che è qualcosa di meraviglioso. Io ce l'ho fatta. Più per pigrizia, a dirla tutta.

"Isabella, se davvero vuoi scrivere, o almeno scrivere perché altri ti leggano, devi abituarti al fatto che a volte ti ignorino, ti insultino, ti disprezzino e che quasi sempre ti dimostrino indifferenza. È uno dei vantaggi del mestiere."
Isabella abbassò lo sguardo e respirò a fondo.
"Io non so se ho talento. So solo che mi piace scrivere. O meglio, che ho bisogno di scrivere."
"Bugiarda."
Alzò gli occhi e mi guardò con durezza.
"Benissimo. Ho talento. E non me ne importa un'acca se lei crede che non lo abbia."
Sorrisi.
"Questo già mi piace di più. Non potrei essere più d'accordo."
Mi guardò confusa.
"Sul fatto che ho talento o sul fatto che lei crede che non lo abbia?"
"A te cosa sembra?"
"Allora, crede che abbia qualche possibilità?"
"Credo che tu abbia talento ed entusiasmo, Isabella. Più di quanto credi e meno di quello che ti aspetti. Ma ci sono tante persone che hanno talento ed entusiasmo, e molte di loro non arrivano mai a nulla. Questo è solo l'inizio per combinare qualcosa nella vita. Il talento naturale è come la forza di un atleta. Si può nascere con maggiori o minori capacità, però nessuno diventa un atleta perché è nato alto o forte o veloce. A fare l'atleta, o l'artista, è il lavoro, il mestiere e la tecnica. L'intelligenza con cui nasci è solo una dotazione di munizioni. Per riuscire a farci qualcosa è necessario trasformare la tua mente in un'arma di precisione."
"E questo paragone bellico?"
"Ogni opera d'arte è aggressiva, Isabella. E ogni vita d'artista è una piccola o grande guerra, a cominciare da quella con se stessi e con i propri limiti. Per raggiungere qualunque obiettivo, c'è bisogno prima di tutto dell'ambizione e poi del talento, della conoscenza e, infine, dell'opportunità."

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domenica 5 novembre 2017

Zuppa autunnale/Autumn soup


Buongiorno, miei adorati.
In questa domenica uggia uggia e anche un tantino bagnata, ho deciso di proporvi questa meravigliosa zuppa, che è nata per caso, ed ora vi racconterò come. Ma prima mi apro una birra, chevvelodicoaffare.
Dunque, di recente ho scoperto il daikon, un ortaggio di origine asiatica, della famiglia di verze e cavoli, che come sapore assomiglia al ravanello (è un po' meno piccante) e che pare abbia delle discrete proprietà bruciagrassi.
OHMAWOW, disse Ade, aprendo le patatine al pepe nero.
Comunque, ecco come si presenta questa specie di carota biancastra.



Enniente, siccome, come voi ben saprete, in cucina non si butta mai via niente, l'Ade del vostro cuore doveva inventarsi qualcosa per utilizzare quelle bellissime foglioline verdi e cosa poteva esserci di meglio di una bollentissima minestra dal sapore autunnale? NIENTE, obviously.
E dunque, cheffare? Ecco un dettagliato elenco a prova di scemo.
1)Aprire il frigo
2)Analizzarne il contenuto
3)Scegliere ingredienti a caso
4)Bollire una quantità abnorme di roba, in modo da sfamare pressappoco tutta la via
5)Trasformare il tutto in un'adorabile zuppa
E adesso, prima che io finisca le patatine e abbandoni questo post per andare in cerca di altro cibo (sono in preciclo, capitemi), ecco a voi la ricetta.

ZUPPA AUTUNNALE DI ADE/ADE'S AUTUMN SOUP

Ingredienti/Ingredients:
  • foglie e gambi di daikon/daikon leafs and stems
  • 3 patate/3 potatoes
  • 300 gr di zucca/ pumpkin 300 grams
  • 200 gr di orzo perlato/pearl barley 200 grams
  • una costa di sedano/a stalk of celery
  • una carota/a carrot
  • mezza cipolla/half onion
  • vino bianco per sfumare/white wine to simmer
  • due funghi portobello/2 portobello mushrooms
  • timo/thyme
  • alloro/bay laurel
  • sale/salt
  • pepe/pepper
  • olio evo/olive oil 

Preparazione/Preparation:

-Tagliare a cubetti molto fini la cipolla, il sedano e la carota./Cut the onion, the celery and the carrot to little pieces.
-In una pentola alta, preparare un soffritto con la cipolla e il sedano e sfumare con il vino./In a soup pot, brown the onion and the celery, add the wine and make it evaporate.
-Aggiungere la carota, un goccio d'acqua e lasciar andare a fuoco medio/basso per cinque minuti./Add the carrot, a drop of water and cook for 5 minutes on low temperature.
-Aggiungere le patate tagliate in cubetti di grandezza media, la zucca tagliata a cubetti più piccoli, i funghi e le foglie di daikon sminuzzati, coprire con acqua fredda e portare a bollore./Add potatoes in medium pieces, the pumpkin in little pieces, mushrooms and daikon leafs and stems crumbled, cover with cold water and boil.
-Aggiungo il sale e le spezie, copro e lascio cuocere a fuoco basso, girando di tanto in tanto, per circa 40 minuti./Add herbs, a pinch of salt and pepper, cover and cook on low temperature for about 40 minutes.


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giovedì 2 novembre 2017

Volevo scrivervi una recensione

Ma poi mi sono detta naaaa. Perché non raccontare loro un po' di cazzi miei?
Ieri stavo ascoltando delle vecchie registrazioni di quando prendevo lezioni di canto ed è stato pazzesco, perché quella voce lì mica sembrava la mia. È un po' la stessa sensazione che mi prende quando leggo i miei vecchi post o quando guardo delle vecchie foto o quando leggo le mie vecchie storie.
QUELLA. NON. SONO. IO.
È una cosa esaltante, non trovate?
Ci sono giorni in cui mi dico che non ho mai passato un periodo più merdoso di questo ma la verità è che non è la verità. Ne ho passati eccome, di periodi più merdosi. Solo che ora sono lontani e non ne sento più la puzza. Ed è tipico, no? Quando qualcosa è lontano e non è in grado di toccarci, semplicemente non esiste. Come quando leggi che in Somalia un attentato terroristico ha ucciso trecentocinquantotto persone e ti rendi conto che nessuno scrive su facebook I am Somalia.
NO. MA. COSA.
Mi raccomando non tirare fuori quel giornale da comunista che ti racconta cose che nessuno vuole sapere. Che qui siamo in Italia aka in Europa aka nel mondo occidentale civilizzato e non è dato porsi domande che siano troppo diverse da "quand'è che inizia xfactor?".
Che il novantanovepercento degli esseri umani mi fa schifo ve l'ho mai detto?
Beh, forse avreste potuto intuirlo.
Ero seduta di fronte a un responsabile di settore con gli occhi azzurri e l'espressione benevola che mi fa "Ade, cos'è che ti fa arrabbiare?".
Le bugie. Le ingiustizie. La mancanza di rispetto.
Cose da niente, no?
A volte mi chiedo cosa esisto a fare io qui.
In questi quasi trent'anni sono stata spesso così ingenua da credere che una persona potesse aiutarne un'altra in difficoltà solo perché conscia di poterlo fare e non perché desiderosa di ottenere qualcosa in cambio, sia pur soltanto gratificazione personale.
Oggi qualcuno mi sta aiutando ed io sono così cinica da domandarmi quale sarà il prezzo.
Eppure da qualche parte dentro di me si cela ancora la speranza che in quell'unopercento rimanente di carne, sangue e ossa vi sia qualcuno in grado di sentire e di vedere nel modo in cui sento e vedo io.
Quella fiammella debole rimasta accesa che è la mia anima sognatrice. O almeno credo che sia lei. Perché, a volte, quando la interrogo e lei non si degna minimamente di rispondermi, mi ritrovo a domandarmi se per caso non sia morta.
Tu devi essere proprio una scrittrice, lo sai?
Ah sì, e perché?
Perché gli artisti sono sempre dei disadattati.
Mi sono soffermata un momento a rileggere ciò che ho scritto finora e mi rendo conto che questo è proprio un bel modo del cazzo di raccontarvi di me.
In questi ultimi anni ho sradicato tante di quelle certezze, smarrito per strada tante di quelle convinzioni e perduto tanti di quegli amici che voi non ne avete idea. E non ho ancora finito. L'altra sera lui mi ha domandato se, secondo me, si arriva a un certo punto della vita in cui si smette di cambiare. Io ci ho pensato e ho risposto che no, non credo si smetta mai. Forse si riesce, se si è disposti a sputare sangue e bile, ad arrivare a una forma più solida, a raggiungere una consapevolezza tale che non si possa più modificare, non nel profondo. Ma qualcosa in noi continuerà sempre a cambiare, che sia un pensiero, un'idea, o il modo di spazzolarsi i denti la mattina.
L'altro giorno facevo scorrere col dito le foto sullo smartphone e vedevo il suo sguardo cambiare al punto che, mettendo a confronto un'immagine di due anni fa e una attuale, quasi non sembrava di avere davanti la stessa persona.
Questo mi basta per credere che forse non sono stata poi così stupida ad aver racimolato quelle poche briciole di fiducia che si sono salvate dalla furia prepotente delle menzogne e ad aver chiesto loro di provare a salvare ciò che di buono restava.
Ed eccomi qui, adesso.
Sedicigiorni ai miei trent'anni.
Ventotto al mio terzo trasloco.
Cinquantanove al termine di questo 2017 che mi ha dato e tolto tanto.
Chissà se sarà in grado, in questo poco tempo che gli rimane, di concedermi ancora qualcosa.

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lunedì 30 ottobre 2017

Burger di funghi Portobello/Portobello mushrooms burger

Ciao, sono la foto di merda del giorno.

E niente. Questa cosa orrenda che vedete qui sopra è la foto della ricetta di cui vi voglio parlare oggi. Sì, lo so. Come fotografa non valgo una sega. Però sticazzi, il burger è una bomba. Quindi accontentatevi.

BURGER DI FUNGHI PORTOBELLO/PORTOBELLO MUSHROOMS BURGER

Ingredienti/Ingredients:
  • funghi Portobello comesenoncifosseundomani/Portobello mushrooms
  • pane/bread
  • pomodori/tomatoes
  • cipolla rossa/red onion
  • maionese (o altra salsa grassa a scelta)/mayonnaise (or another sauce you like)
  • timo/thyme
  • olio evo/olive oil
  • sale/salt
  • aceto balsamico/balsamic vinegar
Preparazione/Preparation:

-Lavate e mondate bene i funghi, tagliateli a fette spesse, stendeteli su un piatto e condite con timo, sale, olio e aceto balsamico. Lasciate riposare una decina di minuti, girateli e ripetete il procedimento. Mi raccomando, andate piano con l'olio, eh?/Wash and clean the mushrooms, cut them to thick slices, put them in a plate and add thyme, salt, olive oil and balsamic vinegar. Wait about ten minutes then turn them and do the same thing. Don't exaggerate with olive oil, please.
-Lanciateli su una piastra bollente./Throw them on a grill.
-Tagliate a fette i pomodori e la cipolla rossa./Cut to slices the tomatoes and the red onion.
-Scaldate il pane/Heat the bread.
-Grigliate la cipolla./Grill the onion.
-Farcite il pane con tanti funghi, tanta cipolla, i pomodori, tanta mayo e poi fate una foto orrenda come la mia e mandatemela. Offro una birra a chi scatta la foto più merdosa. Se poi volete mandarmi anche la vostra facciadicazzo sporca di maionese, farete una me felice. E questo come diavolo lo traduco?/Fill the bread with all the ingredients and then take an horrible photograph: I will offer a beer for the most terrible I will receive. Use google translate for the rest.

Ciaobbelli.

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venerdì 27 ottobre 2017

A volte vorrei solo farmi i selfie in bagno

Non lo so quali strane macchinazioni si inventi la mente umana quando sei lì che ti fai i cazzi tuoi e poi niente alzi lo sguardo e vedi due occhi che non hai mai visto prima e pensi, oh, che cazzo, tu sei proprio come mi immagino che sia tu. E brava, immagina, coraggio. E fatti prendere a schiaffi da quelle stesse storielle di merda che ti sei raccontata. E poi odia tutti, odia come minimo la metà delle persone che ci sono su questa terra. Disprezzale per quel qualcosa che loro hanno e tu non hai e per quell'altro qualcosa che tu hai e loro non hanno. E non vi capite, lo vedi? Forse sarà per quella storia che tu non guardi la tv o per quell'altra che non sai fissare l'obiettivo sentendoti dio sceso in terra pronto a scagliare i suoi fulmini dorati ovunque gli giri il cazzo di lanciarli. E boom, shhh, boom, distruzione. Sai che due più due fa quattro ma se vedi il due e poi vedi il quattro mica li metti insieme, no. Ché sarebbe troppo facile, altrimenti. Troppo facilmente distinguibile la realtà da quell'altra cosa lì che hai creato tu e poi pretendi che sia vera perché da qualche parte hai letto che se puoi immaginare una cosa allora esiste. No ma brava, brava. A volte vorrei solo avere i capelli lunghi e passarci la piastra. E pensare a niente, niente. Starmene lì, davanti allo specchio, a passarmi una ciocca dopo l'altra tra le dita e finita così. Guarda, guarda che bei capelli che hai. Non lo so perché sono sempre le cose che ti rendono fragile a farti forte, delineata. Disegnami così, per favore. Fai solo quella linea un po' più nera e marcami di più, lì. Non lo vedi che devi schiacciare più forte? No, no che non lo vedi perché questi occhi sono miei, mica tuoi. E adesso levati dal cazzo, mettiti laggiù, in mezzo a quel gruppetto lì di gente tutta uguale che ieri notte ha fatto un sogno ma adesso è sveglia e non se lo ricorda più. A volte vorrei urlare così forte che mi urlo nel pensiero. Chissà com'è essere dall'altra parte, essere l'immaginato e non l'immaginante. Essere la tempera e non il pennello. Essere te e mica me. Forse da quel punto lì il cielo è più azzurro, l'erba più verde e l'oceano più blu. Forse due più due fa tre. Forse lei è più bella di me. Forse è migliore. O sana di mente. Forse non legge e non mangia le patatine e non pensa ogni due minuti a quanto le piacerebbe esistere sì, ma su un altro pianeta. Che bisogno c'è di parlare, guardami e basta. Io non ho paura di dirti con gli occhi quello che quattro parole del cazzo sporcherebbero e basta. E tu quanto coraggio hai? E quanto sei davvero migliore di me?
A volte vorrei pisciare in piedi. Oppure, che ne so, dire qualcosa che abbia un senso.
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