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venerdì 30 ottobre 2020

Il blog è morto.

E non solo lui.
Anche mia madre è morta. A giugno.
E forse sono morta un pochino anch'io.
Può succedere, no?

Ma non sono qui per parlarvi della morte di mia madre. Né di quanto io mi sia fatta schifo, dopo. Della colpa, del rimpianto, del rimorso, degli schiaffi in faccia a mano aperta perché cristodio ma come cazzo hai fatto a non pensarci, tu? Com'è che sei stata così egoista, tu? Invece di portarla al mare, di abbracciarla, di guardare la tv mangiando il gelato come facevate sempre quando eri piccola, che hai fatto, tu? L'hai trascinata in un vortice di merda, il TUO vortice di merda. Quello in cui ti trascini quando vuoi a tutti i costi capire le cose, mille libri, la dieta, porcaputtana ti dico che ce la farai, smettila di avere paura, SMETTILA.
E invece no, cazzo. Non ce l'ha fatta. E' morta. Ed io le ho mentito, ok? Le ho detto che ce l'avrebbe fatta. E invece no.

Ma adesso basta.
Avevo detto che non avrei parlato di questo.
Perché non voglio piangere, sono stanca di piangere, piangere mi sfinisce.

Non ho scritto per tanto tempo.
E adesso ci sto provando, lo giuro.
L'ho promesso anche a lei.
Le ho detto che scriverò per lei, di lei.
E, in qualche modo, ho iniziato a farlo.
C'è un incipit che ho scritto in macchina, sulle note del cellulare, singhiozzando.
Lui è lì, mi sta aspettando.
So che ha tanta, troppa pazienza.
Ce ne vuole un quintale, con me.

Ultimamente mi è successa una cosa.
Come una specie di click nella testa.
Tutto si è spento, o quasi.
Sono affetta da estrema indolenza, a tratti.
Voglio solo chiudere gli occhi e immaginare.

Se non puoi vivere, scrivi.

Ci sto provando, ho detto.
Ci sto provando.

Il blog è morto.
Ma, nella mia testa, i morti risorgono.
Continuamente.

Questo post è stato originariamente scritto su Swanza blog, da Ade. E' possibile copiarlo parzialmente o interamente e modificarlo, basta che il post originale venga linkato




lunedì 27 gennaio 2020

Riflessioni inutili sull'umanità

Da quando ho deciso di smetterla di aggiornare il curriculum e dedicarmi alla scrittura, mi è capitato spesso che mi domandassero: ma perché non provi a scrivere per qualche sito?
La mia risposta, in quelle occasioni, è stata sempre la stessa: perché non è roba mia, io scrivo romanzi.
Ed è la verità.
Recensire, parlare di attualità, non sono attività che mi ritengo in grado di svolgere, perché, in me, l'atto di scrivere, deve nascere in modo spontaneo, non può essere in alcun modo spinto da qualcosa di esterno.
Per farla breve, se qualcuno mi dicesse: orbene, scrivi una bella recensione sul tal libro che hai letto. La mia recensione farebbe più o meno così: c'è questo tizio che fa questa cosa e poi, niente, finisce in merda. Non ci troverete arzigogolate riflessioni sul senso dell'opera o roba simile, a meno che non mi siano venute alla testa così, senza domandarlo.
E niente, manco nello scrivere so mentire o artificiare qualcosa.
Il punto è che, quando leggo una recensione (di un libro, di un luogo, di un film…) colma di pensieri, sensazioni, metafore, allusioni, io mi annoio A MORTE.
Cioè, mi viene proprio da pensare: oh ma arriva al punto, no? Cazzomenefrega di sapere cosa ha suscitato in te la descrizione del colore del cielo nel primo paragrafo del capitolo quattro?
Niente, proprio.
E sapete perché?
Perché sono fermamente convinta che uno certe cose le prova e poi non le riesce a far provare ad altri solo perché descrive ciò che ha provato.
L'arte è soggettiva. Tutto è soggettivo.
Ad ogni modo, non so perché sono arrivata a parlare di questo.
Stamattina mi sono svegliata e ho letto delle elezioni in Emilia Romagna.
Ho pensato: evviva. E poi: wow. E poi: ma sticazzi, cosa cambia?
Ho pensato alla pila di Internazionale (circa sessanta) che ho sul comodino e che leggo, sporadicamente, senza riuscire a finirne uno, perché non sopporto più di apprendere, da notizie sempre diverse, quanto l'umanità faccia schifo. L'ho capito, ormai, che senso ha?
Ho pensato al fatto che, alla fine, in un modo o nell'altro, abbiamo sempre fatto un po' schifo.
Non ho ricordi di periodi storici in cui, anche solo per un attimo, abbiamo smesso di fare schifo.
Abbiamo ucciso Socrate, Gesù, milioni di ebrei e di nativi americani.
Abbiamo ucciso chiunque fosse diverso, chiunque ci facesse comodo uccidere, chiunque non ci fosse in qualche modo utile.
Abbiamo reso schiave persone uguali a noi, sopraffatto i più deboli, riversato la nostra merda dove non poteva nuocerci, e pazienza se in tal modo avrebbe danneggiato qualcun altro, abbiamo sfruttato qualsiasi creatura per i nostri scopi, spesso non lodevoli, abbiamo umiliato, mortificato, sacrificato in nome di questo o quello, abbiamo inquinato la terra, scatenato reazioni a catena, costruito case dove non avremmo dovuto, e lo sapevamo, ma ci faceva comodo così, abbiamo trafficato, spiato, sentenziato, lanciato bombe, creato confini in luoghi che non ci appartenevano affatto, messo becco in cose che non ci riguardavano, finto di essere migliori, arrogandoci diritti che non ci spettavano, prendendo decisioni che non ci competevano, abbiamo rubato a chi necessitava di ciò che rubavamo per vivere, per ricostruire, abbiamo venduto a chi, lo sapevamo, avrebbe usato i nostri beni per nuocere, abbiamo puntato dita, ci siamo inventati colpe e nemici, abbiamo fatto guerre, seminando sangue e discordia.
In tre parole: abbiamo fatto schifo.
E continuiamo a farlo.
Ma che, davvero, posso essere felice perché le elezioni in Emilia Romagna sono andate come speravo? E che cosa cambia, questo?
Nulla.
Perché, alla fine, il male è dentro di noi. C'è sempre stato e sempre ci sarà.
Umanità, citando Treccani, significa, tra le altre cose: sentimento di solidarietà umana, di comprensione e di indulgenza verso gli altri uomini.
Trovo questa parolà di una disonestà disarmante.
Umanità, dal canto mio, dovrebbe significare qualcosa come: matrioska di sentimenti contrastanti che non siamo sempre in grado di controllare e/o direzionare.
Rabbia, invidia, odio, vendetta, avidità, egoismo, volontà di sopraffazione giocano a pari passo con amore, gioia, pietà, umiltà.
Si mischiano, si confondono, si spintonano.
C'è chi è più bravo a controllarne alcuni, un po' meno altri, e viceversa.
C'è chi non li controlla affatto, chi li controlla tutti.
Questa nostra capacità di dominare i sentimenti che ci appartengono dovrebbe, quindi, dividerci in buoni e cattivi, no?
Io controllo l'odio, la rabbia, l'invidia, l'avidità e per questo sono buono.
Io controllo l'amore, la pietà e l'umiltà e sono cattivo.
Ma è davvero così?
Non dipende, forse, anche dal punto di vista di chi ci osserva?
E non è vero, poi, che siamo perfettamente in grado di provare amore e odio allo stesso tempo?
Magari amiamo i bambini, ma odiamo i cani.
Forse amiamo Israele, ma odiamo i palestinesi.
E quindi, siamo buoni o cattivi?
Io non lo so.
Ed è per questo che non scrivo di attualità.
I miei scritti sarebbero aporetici, come questo.
So di non sapere.
Socrate direbbe di me: allora sai più degli altri.
Io dico: non lo so.

La vita è dura, come sempre.
Io la vivo piena di rabbia, il più delle volte, anche se so che mi fa male.
Non la controllo, questa è la ragione.
Se la controllassi, ne farei volentieri a meno.
Ogni giorno è una sfida, una lotta.
Non so chi mi stia mettendo alla prova né perché, ma accolgo tutto e me ne faccio una ragione, prima o poi.
Di sicuro ci rifletto su.
C'è una persona a cui tengo che è gravemente malata. L'ho presa male, all'inizio. Ora provo a tenerle la mano e a combattere con lei.
C'è la quotidianità che mi sfianca, anche se so che sto andando nella direzione giusta.
I giudizi esterni arrivano e mi colpiscono come frecce avvelenate, non ho ancora imparato a gestirli.
Non è facile, quando giungono da persone da cui invece vorresti affetto e, magari, stima.
C'è il mio secondo libro tra le mani del comitato di lettura del Calvino, e l'ansia che ne consegue.
Ci sono quelle diciassette pagine che mi aspettano.
Ci sono i milioni di libri che devo ancora leggere.
Ci sono io.

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mercoledì 7 agosto 2019

Stamattina dovrei scrivere

Ma il mio umore rasenta il pavimento o forse no, forse sono troppo ottimista, dovrei dire che rasenta il confine sotterraneo della biosfera, per essere precisa al millimetro.
Certo, considerando che ho deciso di fare della scrittura il mio lavoro - per il momento non retribuito, ma va bene -, forse dovrei infilarmi il mio umore di merda su per il culo e costringermi a fare qualcosa.

Dovresti, sì.

Non è detto, poi, che non ne venga fuori qualcosa di buono, anzi, che dico, di ottimo. In fondo è proprio così che tutto è iniziato, no?

Tu, il tuo umore di merda, l'alcolismo e il fortuito incontro con la pagina bianca.

Bello, potrei scriverci un libro.

Guarda che l'hai già fatto, più o meno.

Niente. Sto scrivendo un romanzo che tratta un tema - anzi, diversi temi - delicato e sono sicura che ne uscirà qualcosa di wow. No, che dico, doppiowow.

Se solo tu lo scrivessi, invece di stare qui a cincischiare.

Beh, non sto cincischiando, perdinci. Sto facendo delle chiacchiere con i miei amici, qui. Bisogna pur essere socievoli, ogni tanto, no?
Comunque. Siccome in codesto post vi ho tediati con una delle mie delusioni adolescenziali, ho pensato che potrei raccontarvi cosa è successo dopo, col tizio pelato. Così, per rallegrarvi/ci un po'.
Allora, urge una premessa.
Una delle amiche in questione era fidanzata con un napoletano possidente e insopportabile, proprietario di un grosso bar da qualche parte a Milano, il quale era una specie di Christian Grey dei poveri: geloso, tendenzialmente stalker, maniaco del controllo. Il tizio pelato - che per semplicità  e per non sembrare discriminatoria da ora in avanti chiamerò Ugo - era un suo amico/dipendente che si era appena mollato con la fidanzata con cui stava insieme tipo dai tempi dell'asilo. Insomma, la faccio breve. Ugo ha parlato di questa storia andata male per tutta la sera: i due erano felici, si sarebbero sicuramente sposati, lei piaceva a mamma, eccetera. Io ero in condizioni pietose, non mettevo cibo nello stomaco da circa ventiquattro ore, ero piuttosto avvezza al consumo spropositato di bevande alcoliche e avevo la mia amica che mi faceva il gomitino.
Che poi io la invidiavo un sacco, lei. Ché era proprio il mio opposto. Era fidanzata con la noia in persona e scopava in giro con gente di cui poi non si ricordava manco il nome. Io, invece, di scopare così per sport non ne ero mica capace. Doveva esserci qualcosa di più, qualcosa oltre. E quindi questa sua intraprendenza indifferente me la faceva stimare. Mi faceva pensare "guarda, lei sì che non si fa fottere - cioè, nel senso, vabbè avete capito - dal primo stronzo che passa, lei se ne sbatte".
E quindi niente, lei mi faceva gomitino e quel gomitino voleva dire "dai figa, fatti una scopata con questo tipo e non pensarci più.".
Così, non so come, alla fine Ugo mi ha riaccompagnata a casa, mi ha infilato la lingua in bocca e probabilmente pretendeva pure di infilarmi qualcos'altro da qualche altra parte. Però niente, picche.
Perché un mascalzone a settimana mi sembrava più che sufficiente. E ciaone all'intraprendenza indifferente, proprio.
Però Ugo era proprio triste, in quei giorni, e gli serviva un diversivo. Così fu organizzata un'uscita a quattro e vabbè, vediamo un po' che succede.
Dovete sapere che ai tempi ero un tantino "maschia". I miei pantaloni preferiti erano di sei taglie in più, adoravo le scarpe da skate (quelle grosse e ciccione) e mi piaceva atteggiarmi da teppista.
Quella sera, però, fui indotta a indossare una minigonna di jeans perché dai, figa, stiamo o non stiamo uscendo col BMW, eh.
Quando Ugo mi vide, come prima cosa strabuzzò gli occhi, poi mi chiese se, per caso, la mia gonna non fosse un pelino troppo corta.

No. Ma. Cosa.

La mia risposta fu, chiaramente, no. No, testina di cazzo, la mia gonna va benissimo così e, se ti crea qualche problema, puoi sempre girare la tua crapetta pelata dall'altra parte. Che poi, dei finti moralismi fatti da uno che la prima sera che m'ha incontrata ha tentato di togliermi le mutande, parliamone.
Della serata non mi ricordo un tubo, però so per certo che Ughino bello è andato in bianco anche quella volta. Fortuna vuole, poi, che io fossi in partenza per le vacanze con mio padre, forse le ultime fatte insieme, così ho potuto evitarmi altre uscite pallose.
Ma Ugo no, non demordeva. A lui 'sta cosa di essere andato in bianco non andava giù, santa pazienza. Così mi scriveva messaggi su messaggi - di un romanticismo stomachevole - e mi coinvolgeva in telefonate serali durante le quali mi chiedeva se stessi facendo la brava, se mi stessi vestendo bene e cose così. Io gli rispondevo a monosillabi, col cervello occupato a guardare Prison Break, togliendomi pezzi di noccioline dai denti.

Che bella immagine.

Lo so.
Una sera, però, la chiamata di Ugo è arrivata in un momento un po' delicato. Tipo che ero leggermente sbronza. Ugo se n'è accorto sì, occhio di falco (cioè, orecchio… vabbè avete capito), lui. E ha cominciato a tirarmi un pippone assurdo che ha raggiunto il suo culmine con "una ragazza non dovrebbe bere, quando torni a Milano dobbiamo fare un discorsetto, perché adesso che sei la mia fidanzatAHAHAHAH."
Cazzo, se ho riso.
Ho riso tanto che Ugo, alla fine, non mi ha più cercata. E si è rimesso con la sua ex, quella che piaceva a mammà.
Tutto questo per dire che, mi raccomando regà, le amicizie sceglietevele bene.
E se la vostra amica del cuore cerca di farvi uscire con l'Ugo della situazione, santa pazienza, non siate accondiscendenti solo perché siete appena usciti da una delusione d'ammòre.
Mandateli tutti in mona. Subito.

Post Scriptum
Il post che avete appena letto è stato scritto tempo addietro dalla signorina Ade Swanza e mai pubblicato. Questa mattina, per vostra immensaggioia, la suddetta l'ha ripescato tra i duemila post iniziati e mai terminati, perché aveva voglia di socializzare con voi ma non aveva il tempo materiale per farlo. Poi venite a dirmi che non vi amo, eh?

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lunedì 20 maggio 2019

Coscienza (politica)

Ieri sera ero a letto che leggevo i programmi elettorali dei vari partiti candidati alle europee e mi sono resa conto - non che non lo sapessi già, per la verità - che il mio rapporto con la politica fa acqua da tutte le parti.
Il primo contatto tra noi - lo ricordo bene - è avvenuto all'incirca vent'anni fa, quando frequentavo la scuola media. La professoressa di italiano e storia ci confidò subito di avere un gatto molto bello e di averlo chiamato Ernesto Costanzo Che Guevara. Nome lungo, per un gatto. Pensai. E pure abbastanza bruttino. Ma alcune mie compagne undicenni, meglio informate di me, in men che non si dica, iniziarono a venire a scuola con queste magliette rosse sulle quali era stampata una faccia nera. L'avevo già vista, sì. Alle bancarelle, in fiera, ne vendevano assai, di quelle magliette. Carine.
Certo, io la scuola me l'ero scelta proprio male male, eh.
Come credo per molti bambini a quell'età, la mia unica preoccupazione fu quella di non separarmi dal mio amichetto del cuore… che, peraltro, mi abbandonò a me stessa neanche a metà del primo anno, cambiando scuola.
I miei compagni di classe erano quasi tutti figli di medici, avvocati, professori e la differenza tra loro e me era palpabile, si percepiva alla prima occhiata.
I professori, poi, la percepivano BENISSIMO.
Quando alzavo la mano - quelle rare volte in cui la mia timidezza estrema me lo concedeva - la professoressa dal gatto importante mi lanciava uno sguardo disinteressato e passava oltre, allargando il sorriso quando a parlare erano le sue pupille dalle maglie rosso fuoco.
Imparai che a nessuno importava di ciò che avevo da dire, e passai oltre anch'io.
A casa mia nessuno leggeva, nessuno parlava con me di ciò che succedeva nel mondo, nessuno si domandava cosa mi passasse per la testa.
O forse sì, chissà. Comunque, a me, non l'hanno chiesto mai.
La mia adolescenza è un buco nero in cui rare volte ho voglia di infilare la testa per vedere se, magari, riesco a trovare qualcosa.
Sono sempre stata un'avida lettrice di romanzi, brava a scrivere, meno a parlare.
La scuola l'ho lasciata a quindici anni perché, anche lì, avevo bisogno di passare oltre.
Lavorare, rendermi indipendente, fuggire dalla periferia, sopravvivere.
Ho ripescato un vecchio diario e ci ho trovato dentro un mio scritto su Dio che terminava con questa frase: forse Berlusconi si è comprato pure Dio.
Ero arrabbiata, allora, e quel sentimento permeava tutto ciò che facevo, ma non ricordo quei pensieri, quelle associazioni mentali. Probabilmente quella frase era nata da un sentito dire, e niente più.
C'è stato un periodo in cui bisognava proprio odiare Berlusconi e - forse, chissà - lo facevo anch'io.
Lasciai un fidanzatino, all'epoca, perché scoprii che aveva appesa in camera la bandiera nazista.
Non sapevo niente, niente.
Però, evidentemente, qualche certezza dovevo averla.
Il mio mondo faceva schifo e non vedevo vie d'uscita percorribili.
Credo che lì sia nata in me la convinzione che, se tutto va male, deve essere colpa della politica.
Tanto sono tutti uguali, mi aveva detto qualcuno.
A votare non ci sono andata mai.
A scuola ci sono tornata a venticinque anni.
Ho frequentato dei corsi serali comunali che mi hanno preparata per dare gli esami da privatista.
Due anni in uno, per risparmiare tempo.
Se fossi stata brava, in tre anni mi sarei diplomata.
Sono stata brava.
Il quinto anno sono passata a una scuola serale statale, per diplomarmi da interna.
Ci trattavano come delle merde, per lo più.
Eravamo scarti della società, poveracci, gente che non era stata in grado di finire la scuola quando avrebbe dovuto, capre ignoranti.
Alcuni professori erano palesemente inadeguati all'insegnamento, gente che veniva a scuola a scaldare la sedia tantochissenefregadiquellilì.
Il mio professore di italiano e storia era - ed è, presumibilmente - un nazifascista.
Tra le altre cose, gli piaceva definire il processo di Norimberga un processo spettacolarizzato.
Mi sono diplomata con 93/100.
Sarebbero stati 100/100 se non avessi perso un anno di crediti, facendo due anni in uno.
Eppure sono uscita da lì che del mondo di oggi sapevo ancora poco e niente.
E ciò che sapevo non arrivava dalla scuola, ma dal fatto che avessi iniziato a informarmi da sola.
Ciò che mi è rimasto, della scuola, non è legato alla miriade di nozioni che sono stata obbligata a imparare a memoria, bensì a ciò che è stato affrontare la scuola, per me.
Ed è un po' triste, fa anche un po' incazzare, se ci penso.
Eppure è così: la scuola mi ha insegnato che se ho qualcosa da dire, è bene che io la dica, anche se mi sembra che nessuno mi stia a sentire, anche se dirla mi metterà contro un sacco di persone. La scuola mi ha insegnato a riconoscere la mia forza, la forza delle mie idee, la forza delle mie parole. La scuola mi ha dato sicurezza e fiducia in me stessa. E non perché, come dovrebbe essere, sono stata guidata da persone che mi hanno aiutata a far nascere in me queste consapevolezze, ma perché ho DOVUTO imparare queste cose, altrimenti nessuno avrebbe parlato per me, nessuno mi avrebbe aiutata ad uscire da lì con un diploma in mano. Ed io volevo quello, il diploma, la prova - per me stessa - che non ero davvero uno scarto della società, un'inetta.
Forse è stato quello il momento in cui la politica è entrata, almeno un po', nella mia vita.
Poi è arrivato Salvini.
Per mesi ho provato disgusto, ma non l'ho detto mai.
Io sono apolitica, pensavo.
Detesto la società ma ci vivo dentro, sono un suo prodotto, non posso fare a meno di lei.
Per mesi non ho detto niente, ho sperato che finisse, che la gente capisse.
Per mesi ho fatto scorrere il dito verso il basso, passando oltre ai post salviniani, convinta che commentare non servisse a nulla, se non a infilarmi in discussioni inutili.
Farmi dei nemici, magari.
E chi ha voglia di farsi nemici? Chi ha tempo?
Poi io e lui siamo andati a Lisbona.
Il nostro host era un ragazzo portoghese che però parlava perfettamente italiano poiché aveva fatto, anni fa, l'erasmus a Roma. In sala da pranzo c'era una parete che ospitava dozzine di adesivi antifascisti. Una sera, davanti a una birra, il ragazzo ci ha raccontato delle sue lotte, della sua ideologia, della sua coscienza politica. Noi ci capivamo poco e niente: Che Guevara, Fidel Castro, Cuba… manco a parlarne. Però eravamo interessati a conoscere i suoi perché.
Il giorno dopo, io e lui ci siamo confrontati e ciò che ne è emerso è stato che non potevamo continuare così.
Quando, qualche giorno fa, gli ho detto che il Ministro stava per venire a Milano, non c'è stato nemmeno bisogno di chiedersi che cosa fare.
Tempo fa ci siamo detti: se non cambia qualcosa, emigriamo.
Oggi ci diciamo: se non cambia qualcosa, cambiamola noi.

Non so per chi voterò il 26 Maggio.
Non so di chi posso fidarmi, ho ancora in testa quel pensiero che mi sussurra: tanto sono tutti uguali… una volta al potere fanno i comodi loro...
Però una cosa la so: stare a casa a indignarmi in silenzio non ha senso.
Io so come vorrei che fosse il mondo in cui vivo.
E' arrivato il momento di dirlo ad alta voce.

PS
Il mio romanzo non è tra i finalisti. Ve lo dico così, di sfuggita, perché non voglio pensarci più e andare avanti. Scacciare i pensieri infimi che provano a convincermi della mia inadeguatezza come scrittrice, e riempirmi, invece, di quelli che vogliono ricordarmi chi sono e cosa so fare.
D'altronde, NEMMENO DIO PIACE A TUTTI.
Ciao belli.

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lunedì 13 maggio 2019

Five days to go

Eh sì, miei adorati.
Tra cinque giorni succederà.
Il momento sta per giungere.
L'attesa sta per terminare.
Vivo in un'allegra bolla di ansia gioconda.
Meno cinque giorni alla pubblicazione dei dieci nomi tra i quali, ovviamente, cerco di figurarmi anch'io.
Mi ci trovo bene, là in mezzo. Emozionata e felice, persino stretta così, in quell'interlinea decisamente poco spazioso.
Si respira aria di festa, lacrime dolci, sorrisi grandissimi.
Immagina, credici, vivilo.
Rendi materia i tuoi sogni.

"Se gli altri non ridono dei tuoi obiettivi, vuol dire che non sei abbastanza ambizioso."

Foglietti gialli con gli angoli piegati dal tempo, appesi qua e là.
Sì, sono stata pronta ad ampliare la mia visione di ciò che posso fare, e l'ho fatto.
Lo faccio ogni giorno, tranne quando ho il pre-ciclo. Perché lì, mi pare ovvio, penso solo a mangiare.
Che ridano di me, poveri stolti. Non sanno che, ahiloro, mi stanno facendo solo un grosso favore.
Che mi vedano come un'illusa, che si diano il gomito, sogghignando, chiedendosi quando crescerò, quando comincerò a vivere la vita vera.
La vita. Vera.
La vita vera è, per me, quella vita in cui sei felice perché fai cose che ti rendono felice.
I clichés lasciamoli a chi ha la fantasia intirizzita, a furia di correre su una strada che qualcun altro ha pensato per lui.

Leggo tanto e mi piace.
A volte penso che vorrei essere più costante, nel mio parlarvi di ciò che leggo.
Ma non è cosa per me, ormai mi è evidente.
Quando ho qualcosa da dire su un libro, lo faccio. Senza sforzi.
Se dovessi impormi di recensirli tutti, di esprimere un'opinione, di catalogarli, di stellinarli, mi annoierei a morte.
Spesso sui libri non ho niente da dire.
Sono miei, punto.
Li ho amati, li ho odiati, mi hanno insegnato qualcosa.
Mi capita, però, di volerne parlare, a caldo.
E quelli sono i momenti in cui, fossi una persona diligente, dovrei prendere nota di quei pensieri fuggevoli e poi buttarli giù, con calma.
Ma non lo faccio mai.
Per esempio, ricordo che "Cattiva" di Rossella Milone, mi ha lasciato delle sensazioni addosso. Sensazioni sgradevoli, per lo più. E non perché il libro facesse cagare, anzi. Ma perché era crudo, reale, vivido, pauroso.
Mi piacerebbe far parte di un gruppo di gente psicotica come me, tipo. Ritrovarci una volta a settimana, una volta ogni due, con un libro in mano, davanti a una torta, una tazza di caffè. E parlare, parlare, parlare. Parlare di libri.
Ma non in maniera intellettualoide, ecco. Conversazioni fluide, scorrevoli, sincere. Non mucchi di parole buttate lì a mo' di ostentazione, esaltazione di cultura, fammi vedere se ce l'ho più grosso io o se ce l'hai più grosso tu ma, dai, cazzo, è evidente che è più grosso il mio, no? Vogliamo davvero discuterne?

Spengo il pc e mi sento brava.
Ciò che sto facendo è fantastico, meraviglioso, appagante.
So che, quando sarà finito, sarà stupendo, la mia chicca, il mio bambino adorato.
All'inizio temerò per lui, lo vorrò proteggere, faticherò a separarmene.
Poi arriverà il momento in cui sarò pronta a gettarlo in pasto al mondo, lasciarlo vivere, permettergli di crescere, affrontando le difficoltà ed uscendone da solo.
E me ne dimenticherò.
Lo porrò in un angolo del mio cuore. Un luogo buio, silenzioso, dolce.
E mi darò al prossimo.

Odio la faccia di quell'uomo. La vedo ovunque, mi snerva. Quel suo sorriso stupido, finto, piacione. Il suo tono di voce fastidioso, quelle parole ripetute, come se stesse parlando a un branco di scemi.
Sì, questo è ciò che siamo tutti, per lui.
Un mucchio di pecoroni, manovrabili, innocui e allo stesso tempo potenti.
Come una mandria di bufali che corre nel vento.
Che schifo, il mio paese.
A volte lo dico, ci penso.
Ma poi so che non fa davvero così schifo, no.
C'è ancora gente decente, da qualche parte.
Sono silenziosi, come me.
Forse è arrivato il momento di smetterla, però, con il silenzio.
Con la muta indignazione.
Con la speranza che prima o poi le persone aprano gli occhi.

Ho letto "Il figlio del secolo" di Antonio Scurati. Un librone di circa ottocento pagine che racconta, in modo più o meno romanzato, la storia di quell'uomo a cui poveri stolti ignoranti ancora oggi inneggiano. Una storia che conoscevo già, certo, ma che mi piace rileggere da diverse angolazioni.
Sono stata male, malissimo.
Il silenzio di quell'aula, era come se ce l'avessi io, nel cuore.
Il silenzio.
Se qualcuno avesse rotto quel silenzio, come sarebbe andata?
Non so, nessuno può sapere.

E adesso?
Davvero si può restare muti, a bocca aperta, con la forchetta piena di spaghetti ferma a mezz'aria per qualche secondo, e poi nulla?
Non lo so, non lo so.
Ma ci penserò, ci sto già pensando.

Piangevo, ieri sera.
Ho ascoltato l'intervento di un medico, Pietro Bartolo, all'Università di Modena.
Un'ora e dodici minuti di atrocità.

Non lo so se la gente davvero non sa queste cose o se, forse, è semplicemente più comodo fingere di non saperle.
Fidarsi di tutto quel che si sente, si vede, si legge.
Io non mi fido, mai.
E non voglio, non posso più restare in silenzio.

Cosa posso fare, però?
Non lo so, non lo so.
Il senso di impotenza mi attanaglia.
Ma non gliela darò vinta.
Non lo faccio mai.

Io odio perdere.
Ma questo voi già lo sapete, no?

Ciao belli.
Grazie per avermi cercata, pensata, desiderata.
Vi abbraccio.

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lunedì 29 ottobre 2018

Un bambino.

Strilla come un ossesso e la sua vocina acuta penetra i miei doppi vetri per venire ad infilarmisi direttamente in camera. La persiana sbatte una, due, tre volte. Questo vento e questa pioggia di merda vogliono farsi sentire, vogliono dirmi siamo qui, grigi, opachi, spenti, come il tuo umore questa mattina.
Mi piacerebbe chiedervi come si fa a smettere di essere arrabbiati, per poter capire se quel senso di perdita che deriva dalla scomparsa dell'amore sia reale o solamente preda di quel sentimento folle che tutto crea e tutto distrugge, manco fosse dio o non so cosa.
Ma scommetto che non lo sapete neanche voi.
Un tempo credevo nell'amore.
Ci credevo pur non sapendo che cosa diavolo fosse e come diamine dovesse manifestarsi.
Infatti mi è capitato tanto, troppo spesso di confondere altri beceri istinti per lui, dicendomi che doveva essere proprio amore, altrimenti non.
L'ultima volta è stata come una violenta grandinata che ti coglie quando sei più fragile, impossibilitato al riparo.
Ho idealizzato, suppongo.
Anche se, quando mi sento ottimista, mi dico che no, non ho idealizzato, ho visto qualcosa che ancora se ne stava ben nascosto. L'ho visto e l'ho fatto mio, l'ho voluto, l'ho preso.
E poi ne ho pagate le conseguenze.
Mi sentivo imperfetta, in quei giorni. Sentivo di dover fare ancora molto per arrivare ad essere la persona che volevo - che credevo di voler - essere. Ed ero convinta che al traguardo avrei trovato un grande premio, il più grande della mia vita, il più bello.
Poi qualcuno ha strappato via il sipario mentre gli attori si cambiavano, e la magia della finzione è crollata, tutta, rivelando ingranaggi, strumenti di macchinazione, costumi.
E a me, lo giuro, è venuto da vomitare.
È stato facile trapassare la mia pelle sottile.
Oggi ho capito che non essere come la maggioranza di coloro che sono considerati vincenti non è un'imperfezione, anzi. È il mio dono.
La mia attitudine al pensare piuttosto che parlare, quella mia pelle sottile che è stato così facile - e lo è ancora - lacerare, i silenzi di cui mi approprio, fanno di me ciò che sono, e ne vado fiera.
Non ho mollato, quella volta.
Sono rimasta lì, immobile, a lasciarmi trafiggere da tutti quei maledetti pallini di ghiaccio.
Mi sono entrati dentro e sono rimasti.
Non sono più quella ragazza.
Sono la sua parte più gelida.
Una volta credevo di sapere cosa fosse l'amore, oggi non sono più nemmeno sicura che esista.
Mi piacerebbe estrarre quei cubetti freddi per vedere se, per caso, sia rimasto qualcosa di quella me che piano piano vado dimenticando, tanto mi sembra distante.
Però non so come si fa.

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martedì 16 ottobre 2018

Idealizzare

Siamo bravissimi a farlo, soprattutto quando siamo infelici.

La storia che sto per raccontarvi, me l'ha fatta tornare in mente lei, con questo suo post.

Quando avevo circa dodici/tredici anni, chattavo su Msn.
Lì, ho conosciuto M., un ragazzo romano, già maggiorenne, che mi faceva tanto ridere.
Chiacchieravamo del più e del meno, ogni giorno.
Poi le chiacchiere sono diventate via via più personali, la chat si è trasformata in lettere (sì, di carta, coi francobolli e la busta da leccare) e telefonate che duravano ore.
Lui mi capiva, mi voleva bene, era come un fratello maggiore.
O meglio, come il migliore amico di mio fratello maggiore, perché io, alla fine, di lui ero innamorata.
Non che non avessi altre robe per la testa, quello no.
Anche perché lui mi aveva detto chiaro e tondo "finché non compi diciotto anni, non possiamo vederci.".
Io avevo provato a insistere, si capisce, ma lui era stato irremovibile.
Così la nostra amicizia è continuata per cinque, forse sei lunghi anni.
Gli raccontavo tutto, anche dei miei fidanzati, della mia famiglia, della vita che mi faceva schifo.
E lui mi diceva cose belle, bellissime. Mi tirava su il morale, mi voleva bene, mi amava.

Ti amava?!

Certo, certo che mi amava.
Bisognava solo aspettare il momento giusto, poi tutto si sarebbe concluso felicemente. Io sarei andata a Roma, città dei sogni, e la nostra storia sarebbe diventata reale, tangibile, meravigliosa.
Poi i diciotto anni sono arrivati, eccoli lì.
Me li ricordo, sì. Festeggiai con lo zaino pieno di birre, da sola, girando per il quartiere finché non mi vinse il sonno. E non perché non avessi amici, no. Ma perché ero già un po' psicopatica allora, forse più di adesso.
Poi sono arrivati i diciannove e, finalmente, sia io sia M. eravamo liberi da altri impegni sentimentali, pronti per coronare il fantastico sogno d'amore di cui ero l'unica fautrice consapevole.
Non ricordo quasi nulla di quei giorni.
Non so più se lui mi venne a prendere in stazione o se vagai per la città in attesa che finisse di lavorare e lo raggiunsi a casa. Non ricordo di cosa parlammo, cosa mangiammo, dove andammo.
Ricordo solo poche, pochissime cose.
Lui non era bello, non proprio. Ma il fatto che non fosse canonicamente bello non mi toccava. Lui mi capiva, era mio amico, mi amava. Fine.
Era pomeriggio - o forse no - e ce ne stavamo sdraiati sul divano. Io ho voltato la faccia, lui ha voltato la faccia e ci siamo baciati. Lui ha detto "finalmente" e poi abbiamo scopato. Cioè, lui ha scopato. Ed io ho lasciato che facesse un po' come gli pareva.
Non m'importava di aver trovato una lettera della sua ex in cucina, e nemmeno che facesse un cristoddio di rumore mentre mangiava, soffiando via l'aria dal naso. Ffh ffh fffffh.
Io avevo deciso che era lui e lui doveva essere.
Fosse stato per me, non sarei più tornata a casa.
Il giorno dopo, però, è successa una cosa.
Stavamo camminando per strada, credo, e lui mi ha chiesto cosa mi andava di mangiare. Cinese o pizza?
Io gli ho detto che per me faceva lo stesso e lui ha iniziato a urlare.
PRENDI UNA CAZZO DI DECISIONE. IO TI OSPITO, TI PORTO IN GIRO, TI TRATTO COME UNA PRINCIPESSA E TU NON SAI NEMMENO DIRMI SE VUOI UNA CAZZO DI PIZZA O UNA CAZZO DI CENA CINESE.
Siamo tornati a casa, in silenzio.
Lui ha mangiato in cucina, io mi sono chiusa in una stanza a piangere.
Poi credo che sia successo qualcosa di orrendo e imbarazzante.
Credo di averlo pregato, credo di avergli detto che volevo stare con lui, che lo amavo e cose così.
E credo che lui mi abbia guardato come se fossi uno scarafaggio che infestava il suo salotto.
Ho pianto tutta la notte e poi, all'alba, ho preso il mio zaino e sono uscita da casa sua, in silenzio.
Ho pianto per tutto il viaggio, ho scritto ai miei amici e non ho mangiato.
Il mio sogno era infranto, perduto, finito.
In stazione ci ho trovato loro ad aspettarmi. Mi hanno portata al luna park e hanno tentato di accoppiarmi con un tizio napoletano di cui non ricordo il nome, comunque era pelato.
Potrei dire di aver imparato qualcosa da quella storia di merda, ma non è stato subito così.
Ce ne sono volute altre, di storie di merda, perché imparassi qualcosa davvero.
Idealizzare qualcuno, che sia un coglione conosciuto in chat o una vicina di casa, non è mai, mai la scelta migliore da fare. Però lo facciamo spesso, ogni giorno, e ancor di più quando la realtà che viviamo ci opprime, ci fa vomitare, ci disintegra.
Oggi, comunque, posso dire di aver smesso di rifugiarmi nei sogni.
E no, non perché ho smesso di sognare.
Ma perché ho capito che rifugiarsi non è la soluzione.
La soluzione è alzarsi in piedi e realizzarli, e non aspettare che lo faccia qualcun altro per te.

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domenica 26 agosto 2018

Sono una persona difficile.

È vero.
Non sono estroversa ed espansiva, non parlo di me con cani e porci, tendo ad osservare la gente a lungo prima di aprirmi - e spesso non lo faccio - , sono molto, molto selettiva, non mi interessa avere una lunga lista di finte amicizie solo per avere qualcuno da chiamare quando mi annoio, non mi piacciono le persone superficiali - ma non per questo non mi piace divertirmi - , non amo essere al centro dell'attenzione, non sono l'anima della festa, spesso preferisco ascoltare piuttosto che parlare - quello lo faccio solo se ho davvero qualcosa da dire, che questa sia o meno in accordo con chi tiene le redini del discorso - , non muto la mia opinione per compiacere il prossimo, non m'interessano gli stupidi, non sopporto chi non ascolta, non guardo la televisione - nemmeno ce l'ho - , non seguo le mode, mi tedia girare per locali a spendere tre volte tanto il giusto prezzo per una birra solo perché "figa hai trent'anni cazzo fai stai a casa il sabato sera", tendo a non fidarmi della gente, odio lamentarmi e chi si lamenta, per questo non parlo quasi mai dei miei problemi e mi tengo tutto dentro finché non esplode in un fragoroso boom che mi sfrangia gli organi interni, disprezzo i presuntuosi, non tollero i maleducati e chi mi manca di rispetto, ho molta pazienza, ma se la perdo non la recupero più, difficilmente perdono chi si prende gioco della mia fiducia, ho poca autostima e tendo a svalutarmi, per questo non sono per niente brava a "vendermi", non so fingere e fatico a mentire, infatti se mi stai sul cazzo magari non te lo dico ma, fidati, me lo leggi in faccia, detesto l'ignoranza, detesto ignorare, faccio presto a sentirmi piccola, a volte sono arrogante, non mi piace essere criticata, ma rifletto sempre su ogni critica che ricevo, sono competitiva e non so perdere, a volte mi arrabbio per delle minchiate, ma non smetto mai di lavorare su me stessa. Amo leggere, scrivere, i miei gatti, gli animali tutti, le patate, la musica, cantare, la natura, il silenzio, me stessa.
Sono stata timida, poi spaccona, poi timida e ora non lo so che cosa diavolo sono e, francamente, nemmeno m'interessa.
Mi sento sola. A volte sto così male che, davvero, vorrei prendere il telefono e chiamare una mia amica solo per sfogare quel dolore che mi emigra dentro, ma non lo faccio. Lei è troppo impegnata, lei è appena diventata mamma, lei è lontana ed è troppo tempo che non parliamo più, lei ha già i suoi problemi. Allora apro un libro e leggo, talvolta scrivo, ma è ormai da tempo che non sono più così brava a lamentarmi con le pagine bianche. Scorro i social degli altri e vedo gruppi di amici sorridenti che stanno insieme, si divertono, si taggano, vanno in posti. Poi guardo la mia e ci trovo citazioni dei libri che mi piacciono.
Mi chiedo se forse, davvero, non sono sbagliata io.
Sono una ragazza problematica, han detto. Ed io so che l'hanno detto perché, semplicemente, non sono riusciti a scalfirmi. Oggi ho trent'anni e posso dire di essermi fatta da sola. La mia famiglia è quello che è e, vaffanculo, non intendo lasciarmi giudicare per questo. Sfido qualsiasi stronzo snob e paraculo come voialtri che avete sempre il giudizio pronto a farvi un solo anno dell'adolescenza che mi sono fatta io e vedere come cazzo ne venite fuori. Io, che possa strozzarmi con la saliva in questo preciso istante se dico stronzate, ho duecoglionicosì. E sì, va bene, ho lasciato la scuola a quindici anni e a venticinque mi sono rimessa in gioco, mi sono iscritta a corsi serali comunali, ho dato due esami da privatista studiando due anni di programma in uno e lavorando nel frattempo, mi sono fatta la quinta statale, dove la metà dei professori che avrebbero dovuto formarmi vedeva noialtri disadattati del serale come dei poveracci ignoranti sottolamedia e nessuno, nessuno mai, durante questo percorso, si è reso conto di quanto coraggioso e importante fosse quello che stavo facendo. Quando ho comunicato il mio 93/100, mia madre mi ha detto "brava, finalmente hai finito, adesso posso chiederti un favore?" e mio padre "sapevo che ce l'avresti fatta". Notare, che qualche anno prima mi aveva detto "a cosa ti serve iscriverti a scuola, impegnati piuttosto nel lavoro che fai", contribuendo a ritardare di altri tre anni la mia decisione, perché ero solo una povera stupida che faceva sempre, sempre quello che gli altri si aspettavano che facessi. E no, va bene, non ho fatto l'Università. E forse non sono la fidanzata bionda, estroversa, di buona famiglia, laureata con lode che avresti voluto per tuo figlio. Però sono intelligente, sveglia, onesta, buona e so fare un mucchio di cose. E va bene, magari non parlo molto, magari non do fiato alle trombe solo per dimostrare che ho le tette più grosse delle tue, magari non sono così brava a fingere - qualità oggi ritenuta indispensabile - , però sono forte e mi sono tirata fuori dalle situazioni più di merda che tu, povera bigotta ipocrita del cazzo, non sei nemmeno in grado di immaginare. È facile parlare quando si hanno avute tutte le possibilità, difficile comprendere che possono esserci difficoltà diverse, che una ragazza può essere stata costretta a fare le scelte che ha fatto, perché a quindici anni io ero già grande, dovevo esserlo, non avevo altra scelta. Certo, tutte queste cose tu, voi, non le sapete perché io non ve le ho dette. Ma, come accennavo poco fa, io a vendermi non sono per niente brava.
È facile giudicare al primo colpo d'occhio perché a guardare - guardare veramente - ci vuole tanta, troppa fatica.
Meglio giocare con lo smartphone, no?

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martedì 15 maggio 2018

Sono le dieci del mattino

E i programmi per questa mia fantastica giornata attualmente sono:
-scrivere questo post
-leggere l'articolo di copertina di Internazionale
-andare in palestra a sfondarmi di braccia e addominali (e, forse, avventurarmi per la prima volta verso il corso di PILOXING; non chiedetemi cosa cazzo sia perché non ne ho idea. Diciamo che, sulla base delle mie conoscenze palestritive, posso supporre che si tratti di un mix tra Pilates e Boxe. Però diciamo anche che non ho idea di cosa sia Pilates, quindi le mie supposizioni sono pressoché inutili. Vi saprò dire.)
-nutrire il cervello di un dodicenne per un paio d'ore
-nutrire il cervello di un quindicenne per un paio d'ore
-passare l'aspirapolvere
E poi credo di poter affermare che, a quel punto, la giornata starà volgendo al termine ed io potrò infilarmi nuovamente sotto le coperte, afferrare il best-seller di turno e dirmi che sì, anche oggi non ho pensato a cosa voglio fare della mia vita.
Che peccato.
Non ne ho avuto il tempo, si capisce no?
A volte mi domando perché il mio telefono mi comunichi di continuo che tempo fa, quanti gradi ci sono e tra quanto passa l'autobus sotto casa. Cerca per caso di lanciarmi qualche messaggio subliminale? Vuole per caso che io faccia qualcosa?
Non so.
Settimana scorsa ho fatto un colloquio di lavoro.


e qui tocca fare un preludio

Nell'ultimo post in cui vi ho parlato dei cazzi miei (sì, lo so che non lo faccio spesso e che il più delle volte i miei post sono un flusso di coscienza depressincazzata di cui voi non capite assolutamente niente), avevo accennato al fatto di avere tre lavori. Beh, sintetizziamo il tutto dicendo che uno dei due lavori l'ho piantato perché me ne si stava concretizzando un altro (il secondo) che poi alla fine non si è concretizzato e quindi mi è rimasto il terzo (che però non è sufficiente a pagarmi l'affitto). La cosa negativa è che ho pianto per cinque minuti sentendomi una fallita. La cosa positiva è che ho smesso di fumare perché io "i soldi a quelli lì non ce li do più". Che è un ragionamento da cinquenne ma la cosa non mi tocca anzi posso dire che me ne compiaccio perché i cinquenni sono meglio dei trentenni e comunque fumare fa male, ecco. Quindi, in pratica, sono di nuovo alla ricerca di un lavoro. Anche se, a dirla tutta, non mi sto particolarmente impegnando perché non sono affatto sicura di voler trovare un lavoro. E non sono nemmeno sicura di voler fare l'Università (però sono andata a informarmi). Non sono sicura di voler creare un blog serio -senza offesa per il mio swanza- e dedicarmi completamente a quello che una volta, ne sono sicura, era il mio sogno. Non sono sicura di rimettermi in gioco con la musica. Non sono sicura di voler piantare tutto e andare a cercare me stessa in un altro posto, lontano da qui.

preludio's end

E quindi niente, ho fatto 'sto colloquio. Ed è vero che l'ho fatto proprio alla cazzo di cane, eh. Volevo boicottarmi da sola, pare. Non mi sono preparata per niente, non sono nemmeno andata a vedere che cazzo facessero in 'sta azienda, niente. Mi sono presentata lì senza nemmeno un filo di trucco dicendomi che vaffanculo ho passato gli ultimi mesi a preoccuparmi di come apparire, di sembrare figa e al passo coi tempi perché il-cazzo-di-mondo-reale-chiede-questo, di frequentare i posti giusti, sistemare i capelli nel modo giusto, pubblicare le foto giuste ed essere giustagiustagiusta e quindi oh, se mi volete in questa azienda che fa non-so-cosa-e-me-ne-sbatto mi prendete così. E alla fine, ecco, mi fanno LA DOMANDA.

"Ma tu, se potessi scegliere, cosa vorresti fare?"

Allora, in primis, sticazzi. Il mio cervello ha fatto tipo "oh, ma sfigato. ma tu se potessi scegliere, dì un po', staresti qui di fronte a me con quel cazzo di gilet grigio-topo e la riga di lato a farmi 'sta domanda del cazzo, oppure te ne staresti beato su una spiaggia, con in mano una birra ghiacciata e nessun fottuto pensiero in testa?". Sticazzi l'ho già detto?
Poi credo di aver aperto la bocca per far entrare un moschino che, l'avevo visto, stava proprio cercando un posto caldo e umido dove passare la notte e aver fatto "beeeeh". No, non stavo imitando il verso di un ovino. Cercavo di prendere qualche secondo per elaborare una risposta plausibile e alla fine mi è uscito qualcosa tipo "valorizzare le mie competenze, imparare, crescere professionalmente"... ARIA FRITTA.
Perché alla fine, io, cosa voglio fare NON LO SO PERDIO.
A me piacciono un sacco di cose e sono brava in un sacco di cose ma non chiedetemi che lavoro io voglia fare perché non lo so.
E forse è proprio questo il problema. Anzi, uno dei problemi, non minimizziamo.
E quali sono 'sti problemi? Vediamoli insieme, che oggi non so che mi è preso, le dita vanno da sole.

Problema 1) Io so benissimo cosa non voglio fare e vagamente cosa mi piacerebbe fare. E quello che mi piacerebbe fare NON è una cosa sola (tipo voglio fare l'avvocato, il veterinario, l'onicotecnica), giusto per aggiungere un capitolo alla saga idee-chiare-mai-eh?. Mi piacerebbe fare UN SACCO di cose, questa è la verità. O almeno credo, perché non è che io le abbia provate tutte per potermi permettere di dire che mi piacerebbero. Voglio dire, bisogna provare nella vita, no? Cioè, volete dirmi che non capita mai a nessuno di dire "voglio fare l'avvocato", studiare millemila anni per poi scoprire che fare l'avvocato gli fa cagare? Quindi io posso solo dire, a spanne, cosa credo che mi potrebbe piacere. Poi, boh. Fatemi provare.

Problema 1bis) Se non hai le idee chiare, non sai stare al mondo. Se non hai un obiettivo (uno e uno soltanto) da perseguire, non sarai mai nessuno. Se preferiresti sperimentare, viaggiare, scoprire, vivere con poco invece che elaborare un business plan della tua vita, finalizzato al profitto sempre crescente, sei una sega.

Problema 2) Mi ruga tantissimo che la vita delle persone debba essere basata (e giudicata) al novanta percento sul lavoro che fanno. Cioè, quando incontri una persona è come ti chiami, quanti anni hai, di dove sei, CHE LAVORO FAI. E nella maggior parte dei casi se il lavoro non è giudicato interessante la conversazione si conclude lì. Ma cristo. Io non sono il mio lavoro. Io sono una persona, ho degli interessi, dei talenti, magari sono anche simpatica ma se non ho un lavoro interessante, morta lì. Next one.

Problema 2bis) La seconda cosa su cui si basano i giudizi e i conseguenti rapporti con le persone sono gli studi fatti. Ok, non hai un lavoro interessante? Beh, però studi, no? Stai facendo il quinto-master-and-commander-dottorato-ricerca-di-sto-cazzo, giusto? Ah, no? Ok, next one.

Problema 3) Se non sei estroverso, non sei nessuno. Puoi essere falso, ipocrita, malvagio però, ehi, ma quanto sai essere brillante in mezzo a un gruppo di persone? Poco importa che tu non stia assolutamente ascoltando cosa dice il tuo interlocutore, se sai fare le domande giuste al momento giusto, le battute giuste al momento giusto, è fatta. Tu sei il top. Sei introverso? Non ami parlare giusto per far prendere aria alle tonsille? Preferisci conoscere meno persone ma in modo più approfondito? Non ami intrometterti nei discorsi degli altri solo per dimostrare di aver qualcosa da dire? Preferisci evitare le chiacchiere inutili? Beh, ma cazzo. Impara a stare al mondo, no? O altrimenti rifugiati in qualche borgo di montagna in mezzo ai vecchi e parla con le mucche.

Problema 4) Io non so più se le mie scelte sono state e sono ancora guidate da quello che realmente voglio io oppure se sono tutte frutto del mio bisogno di riscatto. E' triste, non trovate? Io non so se voglio veramente fare l'Università oppure se voglio farla solo per dimostrare al mondo che gnegne, l'avreste detto voi? Io, cresciuta in periferia, con due genitori diciamo "maldestri", ai margini della società, tra quelli che la scuola ama "scremare" per non doversene occupare, laureata? E magari col massimo dei voti? NOMADICOAVETEVISTO? E perché adesso non fate tutti un simpatico suca-suca? E la stessa cosa si applica al resto: perché voglio un bel lavoro? Perché penso di fare questo quello e quell'altro? Mi piace? Voglio ottenere dei risultati che mi daranno soddisfazione? Oppure voglio solo riscattarmi e dimostrare a tutti che non sono una fallita ignorante?

Problema 5) La paura del tempo che scorre. Sì, perché io sto sempre a pensare al dopo. Ok, mi iscrivo all'Università, e poi? Cioè, se mi iscrivo adesso vuol dire che, se va bene, mi laureo a 36 anni. E il resto della vita? E se poi voglio un figlio? No, perché, mica posso fare un figlio se sono troppo vecchia, poi. Poco importa che io adesso un figlio non lo vorrei manco se mi bussasse alla porta una cicogna e mi dicesse "ehi, solo per te oggi c'è un'offerta speciale, ti lascio due poppanti al prezzo di uno e ti evito anche di tirare giù santi e madonne per nove mesi: pensaci, niente pancia esplosiva, niente mal di schiena, nausee, piedi gonfi, vagina che si allarga... solo un paio di neonati freschi freschi e già lavati, con i tuoi geni, eh? Chiaro.". E se poi non mi piace? E se mi nego cose belle per studiare e poi non mi serve a un cazzo? E se sticazzi?

Problema 6) Io non ho mamma e papà che finanziano le mie cazzate. Le mie cazzate, signori, sono ufficialmente autofinanziate. 

Sono le undici e mezza e la mia conclusione è che probabilmente andrò in terapia. L'alternativa è che io mi dia alle droghe pesanti nella speranza di lobotomizzarmi il cervello e smetterla di pensare a quale cazzo sia lo scopo della mia vita. Cosasonoquiafarecosasonoquiafarecosasonoquiafare. Mi sembra di essermi rimbecillita. Ma un po' di sana ignoranza, no? Menefreghismo e superficialità? No, non è fattibile. Ho scoperchiato il vaso di Pandora ormai troppo tempo fa. Non c'è più tempo per ritrattare. Non si torna indietro. Vivere come penso di voler vivere io è davvero un macello, lasciatemelo dire. Non fai in tempo a connetterti con te stesso che, boom, cambia qualcosa. Ed io devo avere qualche seria difficoltà. Forse mi odio. Lo penso perché ogni volta che vado a yoga e l'istruttrice dice "ok, adesso sentitevi", piango.
Se sentirmi mi fa questo effetto forse non è proprio un buon segno.

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lunedì 14 maggio 2018

La verità è che non ti piaci abbastanza

Perché amarsi è un'altra cosa.
Amarsi è non farsi del male e tu di male te ne fai eccome.
Amarsi è, cosa?
Ma che ne sai tu, poi?
Cosa sentenzi a fare tu, poi?
Non giudicare se non vuoi essere giudicata.
E, datti pace, perché anche quando avrai smesso di giudicare tu, gli altri continueranno a farlo.
Ma è possibile, poi, non giudicare?
No, non lo è.
Basta con 'ste stronzate.
Si giudica non appena si posa lo sguardo.
Non è forse così?
La verità è che non ti piaci abbastanza e non ti ami abbastanza da non lasciarti scalfire dai giudizi.
Non ti sei difesa e non ti difendi perché temi che il mondo abbia ragione, sei in torto tu.
Tu che non ti amalgami, tu che mostri i tuoi strati, tu che non mostri niente.
Tu che non ridi quando gli altri ridono.
Tu che stai in silenzio quando gli altri urlano.
Tu che ti guardi dentro e non smetti di farlo solo perché hai paura del mare di merda che ci trovi.
Anzi ti ci immergi, in quella merda.
La ingoi, pure.
Perché lo sai che è così che deve andare.
E la verità fa paura.

La verità è che non ti piaci abbastanza, sì. E nemmeno ti conosci abbastanza, poi.
Ti sei persa di nuovo, forse?
Forse.
La verità è che non scrivo più, non canto più, non so dove sto andando, continuo a girarmi di qua e di là, quale uscita prendo? Non lo so più, ho perso i miei sogni, scivolano via dalle dita, divento vecchia e non divento grande, o forse sono grande e non me ne accorgo perché non so niente di niente, sono inutile, io.
Io io io, ma chi sono io? E perché ho smesso di cercarmi?
Credevo d'essermi trovata, io.
Ma sono rimasta con un pugno pieno di sabbia e lo sguardo incredulo.
Ma che davvero è successo a me?
Davvero ho preso un abbaglio così GRANDE?
Mi sono seduta sul ciglio della strada, impotente, a gambe incrociate, il muso imbronciato.
Le macchine passavano e, con le ruote, mi schizzavano roba addosso.
Sassetti, acqua e fango.
Ma io lì, impassibile.
Mesi e mesi dopo, metà corpo è inglobato nel cemento.
E adesso? Dì un po', genio, che pensi di fare?
Penso alle mie dita dei piedi e vorrei solo sgranchirle, ma non le sento più.
La rabbia ti salverà, chiamala.
No, è stata lei ad intrappolarmi qui. Lei non è affidabile, non lo è mai stata e mai lo sarà.
Fa solo ciò che le gira per la mente. A volte mi ha aiutato, è vero, ma altre volte mi ha distrutto
Ed io, con pazienza, ho dovuto rimettere insieme i pezzi.
Svegliati.
Esci.
Sorridi.
Ti prego.

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lunedì 13 novembre 2017

L'altro giorno

Qualcuno mi ha detto che il mio blog è impossibile da leggere perché c'è troppa rabbia dentro.
Io ho ascoltato in silenzio perché, onestamente, non avevo niente da dire.
Quella persona mi ha deluso, questa è la verità.
Capita spesso, con le persone. Non trovate?
Sì, è vero. Qui dentro ci metto un sacco di rabbia. Ma vi immaginate cosa potrei combinare se non lo facessi?
Io sì.
È sempre stato così, per me.
Ho iniziato ad essere arrabbiata intorno ai tredici anni, quando tutto il mio mondo è crollato ed io mi sono ritrovata immersa in quelle acque torbide e maleodoranti, in balia di onde alte quasi quanto il cielo.
Cosa potevo fare?
Scrivevo, ecco cosa facevo.
Perché ero una ragazzina silenziosa e timida, che non diceva mai quello che pensava e lasciava che tutto le scivolasse addosso, almeno in apparenza.
Dove altro avrei potuto mettere tutta quella rabbia, se non su carta?
Scriverla mi permetteva di non lasciarmi sopraffare da lei.
Scriverla mi dava speranza.
Con il tempo la rabbia si è affievolita e ha lasciato spazio a qualcosa di molto più brutto: la rassegnazione.
Non ricordo granché del mio passato, poco è rimasto nitido, quasi tutto risulta sfocato.
Però ricordo il giorno in cui la rabbia è tornata a farsi sentire, salvandomi da un'esistenza triste e finta.
È stata lei a permettermi di cambiare tutto. Sempre lei a non lasciarmi affogare nella disperazione.
Come potrei demonizzarla? Sarebbe davvero ipocrita da parte mia.
Certo, la rabbia non è un sentimento facile da gestire. Ed io non lo faccio sempre benissimo, anzi. Negli ultimi mesi ho ricevuto così tante sferzate che, a un certo punto, non sono più riuscita a controllarla e lei ha preso il sopravvento.
Io lo so, e credo che già questo sia un vantaggio. Ora devo solo sforzarmi di riprendere il controllo. E ci sto lavorando.
Nel frattempo mi isolo, perché semplicemente sono fatta così.
Qualcuno mi ha detto che è impossibile starmi accanto, perché qualsiasi cosa mi fa arrabbiare.
È vero, non posso negare di essere tanto, tanto arrabbiata.
Però posso dire una cosa.
Se un amico mi dice "sono arrabbiato" io gli chiedo perché.
Se lui non ne vuole parlare, io lo rispetto. E parlo d'altro.
Se si comporta da stronzo, glielo dico.
Se qualcuno parla male di lui, però, lo difendo. Perché so che non è colpa sua.
E se lui non mi telefona, lo chiamo io.
Non lo lascio solo, per quanto stronzo/orso/rabbioso possa essere. Io rimango lì, gli faccio sentire la mia presenza. Perché so che, quando sarà pronto, si lascerà aiutare. Oppure semplicemente mi userà per sfogarsi o per avere un consiglio o un punto di vista.
Se sparisco, non sono un'amica. Sono un egoista. Il che va anche bene, perché lo siamo tutti, alla fine. È questo che ci muove nel mondo, no?
Il fatto che io ancora rimanga delusa, significa che dentro di me nutro ancora qualche speranza che non sia così. Perché, dannazione, io non sono così. Ci sarà qualche altro coglione come me su questa terra, no?
Ma ora voglio lanciarmi una sfida: quante delusioni ancora sarò in grado di sopportare, prima di diventare DAVVERO una stronza cinica disillusa?
Must-see.

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giovedì 2 novembre 2017

Volevo scrivervi una recensione

Ma poi mi sono detta naaaa. Perché non raccontare loro un po' di cazzi miei?
Ieri stavo ascoltando delle vecchie registrazioni di quando prendevo lezioni di canto ed è stato pazzesco, perché quella voce lì mica sembrava la mia. È un po' la stessa sensazione che mi prende quando leggo i miei vecchi post o quando guardo delle vecchie foto o quando leggo le mie vecchie storie.
QUELLA. NON. SONO. IO.
È una cosa esaltante, non trovate?
Ci sono giorni in cui mi dico che non ho mai passato un periodo più merdoso di questo ma la verità è che non è la verità. Ne ho passati eccome, di periodi più merdosi. Solo che ora sono lontani e non ne sento più la puzza. Ed è tipico, no? Quando qualcosa è lontano e non è in grado di toccarci, semplicemente non esiste. Come quando leggi che in Somalia un attentato terroristico ha ucciso trecentocinquantotto persone e ti rendi conto che nessuno scrive su facebook I am Somalia.
NO. MA. COSA.
Mi raccomando non tirare fuori quel giornale da comunista che ti racconta cose che nessuno vuole sapere. Che qui siamo in Italia aka in Europa aka nel mondo occidentale civilizzato e non è dato porsi domande che siano troppo diverse da "quand'è che inizia xfactor?".
Che il novantanovepercento degli esseri umani mi fa schifo ve l'ho mai detto?
Beh, forse avreste potuto intuirlo.
Ero seduta di fronte a un responsabile di settore con gli occhi azzurri e l'espressione benevola che mi fa "Ade, cos'è che ti fa arrabbiare?".
Le bugie. Le ingiustizie. La mancanza di rispetto.
Cose da niente, no?
A volte mi chiedo cosa esisto a fare io qui.
In questi quasi trent'anni sono stata spesso così ingenua da credere che una persona potesse aiutarne un'altra in difficoltà solo perché conscia di poterlo fare e non perché desiderosa di ottenere qualcosa in cambio, sia pur soltanto gratificazione personale.
Oggi qualcuno mi sta aiutando ed io sono così cinica da domandarmi quale sarà il prezzo.
Eppure da qualche parte dentro di me si cela ancora la speranza che in quell'unopercento rimanente di carne, sangue e ossa vi sia qualcuno in grado di sentire e di vedere nel modo in cui sento e vedo io.
Quella fiammella debole rimasta accesa che è la mia anima sognatrice. O almeno credo che sia lei. Perché, a volte, quando la interrogo e lei non si degna minimamente di rispondermi, mi ritrovo a domandarmi se per caso non sia morta.
Tu devi essere proprio una scrittrice, lo sai?
Ah sì, e perché?
Perché gli artisti sono sempre dei disadattati.
Mi sono soffermata un momento a rileggere ciò che ho scritto finora e mi rendo conto che questo è proprio un bel modo del cazzo di raccontarvi di me.
In questi ultimi anni ho sradicato tante di quelle certezze, smarrito per strada tante di quelle convinzioni e perduto tanti di quegli amici che voi non ne avete idea. E non ho ancora finito. L'altra sera lui mi ha domandato se, secondo me, si arriva a un certo punto della vita in cui si smette di cambiare. Io ci ho pensato e ho risposto che no, non credo si smetta mai. Forse si riesce, se si è disposti a sputare sangue e bile, ad arrivare a una forma più solida, a raggiungere una consapevolezza tale che non si possa più modificare, non nel profondo. Ma qualcosa in noi continuerà sempre a cambiare, che sia un pensiero, un'idea, o il modo di spazzolarsi i denti la mattina.
L'altro giorno facevo scorrere col dito le foto sullo smartphone e vedevo il suo sguardo cambiare al punto che, mettendo a confronto un'immagine di due anni fa e una attuale, quasi non sembrava di avere davanti la stessa persona.
Questo mi basta per credere che forse non sono stata poi così stupida ad aver racimolato quelle poche briciole di fiducia che si sono salvate dalla furia prepotente delle menzogne e ad aver chiesto loro di provare a salvare ciò che di buono restava.
Ed eccomi qui, adesso.
Sedicigiorni ai miei trent'anni.
Ventotto al mio terzo trasloco.
Cinquantanove al termine di questo 2017 che mi ha dato e tolto tanto.
Chissà se sarà in grado, in questo poco tempo che gli rimane, di concedermi ancora qualcosa.

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martedì 20 dicembre 2016

Nonostante ormai

Io tutto mi senta, fuorché una blogger, non mi sono ancora decisa ad abbandonare definitivamente questo posto. Credo che, in qualche modo, il saperlo qui mi dia una specie di sicurezza mentale.
Forse dovrebbero internarmi, ma questa è un'altra storia.
Insomma.
Vorrei raccontarvi qualcosa di me, giacché l'Ade che conoscevate un tempo adesso è un'Ade diversa, diciamo un'Ade in transito, o qualcosa di simile.
Ma è piuttosto difficile cominciare a parlare di sé con degli sconosciuti, anzi forse lo è ancora di più iniziare a parlare di sé con qualcuno che ora ci è sconosciuto, ma prima non lo era affatto.
Non so se mi spiego.
Ogni volta che passo di qui mi sento un po' come se entrassi in una stanza che una volta è stata la mia stanza, alle pareti ci sono attaccati tutti i poster che una volta erano i miei poster, nei cassetti vestiti che una volta erano i miei vestiti e, entrandoci, mi sentissi come in luogo mio ma non mio. Mio alla lontana, diciamo.
Ciaone, proprio.
E non mi sono ancora fatta la canna della buonanotte.
Comunque.
Sono qui, seduta alla mia scrivania. Ho tracannato un bicchiere di rosso, mangiato una sgradevole pasta di grano saraceno (no perché, cioè. visto che la sera torni a casa ed è tardi, non vorrai mica mangiare la pasta normale che poi ti vai a coricare e figa fai ciao agli zuccheri nel sangue, ciaoooo. questa è più o meno la spiegazione razionale che mi do quando faccio le cagate e poi voglio convincermi che, alla fine dai, un motivo serio e ragionevole c'era, no?), dell'ottimo tofu con peperoni e capperi, i miei gatti ronfano allegramente sul divano, la lavatrice fa la centrifuga echissenefrega. Tutto questo per dire che, a vedermi così, potrei pure sembrare la solita, cara, vecchia Ade. Gattara, vegetariana, pantofolaia, alcolizzata e con un principio di deficienza congenita. L'ultima l'ho aggiunta perché mi garbava di scrivere "congenita" e comunque questo è ancora il mio cazzo di blog e ci posso scrivere il cazzo che mi pare.
Per giunta, Paco ha appena deciso di interrompere il suo sonno perenne per venire sulle mie gambe a rompere i coglioni.
E niente.
Sapete, di cose qui ne succedono parecchie.
Per esempio, io sono al mio terzo e ormai (spero) ultimo anno di superiori. In camera mia, in cima a una pila di circa venti o venticinque libri da leggere, ce n'è uno sulla cui copertina spicca una roba che fa tipo "guida alle università", o giù di lì.
Poco importa che io abbia quasi trent'anni, mi sento quasi grande. Mi sento quasi all'ennesima svolta della mia vita. Mi sento quasi che ancora non ho capito un cazzo però ce la posso fare.
Mi sento bene, alla fine.
Mi sento in continua competizione con me stessa.
Puoi fare di più, Ade. Lo sai.
C'è aria di cambiamenti, anche. Vestiti e scarpe vecchie da buttare, soppalchi da svuotare, valigie da riempire e poi disfare, amici da perdere, amici da accettare, microfoni da abbandonare, lunghi e dettagliati elenchi da compilare, mille e mille cose da imparare.
Ho un cervello che è una macchina da guerra e mica lo sapevo, prima. Mica ne ero cosciente, prima.
Penso che se mi mettessi a scrivere una lista delle cose che prima non sapevo e adesso so potrei scriverci un post così lungo da riempire un blog intero che, a un certo punto, il capo supremo dei blog mi telefonerebbe e, con fare intimidatorio, mi direbbe oh ciccia hai finito o no.
Sì, ho finito.
Non ho più un cazzo da dire e lo dico come cazzo mi pare, che non ho più un cazzo da dire. Perché questo è o non è ancora il mio cazzo di blog, sì?

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venerdì 10 giugno 2016

Trovare l'equilibrio.

E mantenerlo, solo per un attimo.
La felicità non è una linea retta, ma una sequenza discontinua di curve.
Mi chiedo se sia possibile accorgersi di aver raggiunto il punto di rottura, quel luogo in cui, una volta finiti col culo per terra, si decide che, boh, vita fai il cazzo che ti pare, che qui ci siamo belli che rotti.
Il tizio seduto di fronte a me ha una fede al dito, dei peli di gatto sul ginocchio sinistro, porta i baffetti e una camicia azzurra che, tirandosi, si apre sulla pancia, mostrando l'ombelico.

Sei felice, tizio? Lo sei stato e ora non lo sei più? Vivi o trascini la vita?

È difficile stare in una realtà in cui tutto ti appare come una menzogna. È difficile tenere gli occhi aperti mentre mi sussurri ciao ed io vorrei solo chiederti di non andare.
Ma non lo faccio, no.
Perché ho deciso di lanciarmi di nuovo nell'oblio. Domani per me non ha nessun significato.
Oggi sono qui. Sono viva, forte, pronta.
Ti ho strappato quelle chiavi dalle mani e le ho messe al sicuro.
Questo mi ricorda qualcosa.
Mai, sempre. Due parole che non hanno senso in sé, possono averlo solo se decorate da mille, complicatissime formule incomprensibili.
E tu non ci capisci un cazzo ma non lo vuoi dire.
Io invece lo dico, che non ci capisco un cazzo.
Tanto sai poi a me che me ne frega.
La signora che scende dal bus insieme a me ha i capelli arancioni e porta gli occhiali. Indossa una camicia rossa e trascina un carrellino altrettanto rosso, di quelli per la spesa. Va nella direzione opposta alla mia e, quando ci incrociamo, la sento domandare al vento se anche lui abbia ricevuto la lettera per i contatori del gas.

Sei felice, signora? Lo sei stata e poi non lo sei stata più? Riesci a rendertene conto, adesso?

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sabato 4 giugno 2016

Quel che mi si chiede di fare, qui, ora, è scegliere.

È una cosa in cui non sono mai stata brava.
Ho imparato, sto ancora imparando a farlo. Perché a un certo punto o sei in grado di scegliere per te, o saranno gli altri a farlo. O forse non lo farà nessuno.
E ti ritroverai sola, seduta sul pavimento del bagno, a piangere abbracciandoti le gambe, perché non sai dove andare.
Sono una persona dai sentimenti irrazionali, questo lo so.
Mi sono innamorata di te quel giorno in cui, sdraiati sul mio letto, abbiamo aperto un libro e ci siamo immersi in lui per ore.
Avrei voluto fermare il tempo.
Non ti conoscevo affatto.
Eppure dentro di me una voce mi diceva “è lui”.
Sono passati mesi, da quel giorno.
Nove, per la precisione.
E quella voce non se n’è andata mai. Non ancora.
Forse non lo farà. Forse se ne andrà domani.
Ed io sono qui, ora, sola. Seduta di fronte alle uniche due strade che mi appaiono possibili.
Entrambe mi vogliono forte di una forza che non sono sicura di avere.
Dirti addio, adesso.
Trovare il modo di andare avanti sapendo che non ci sei più. Che non sarai tu. Che non lo sei e non lo sei mai stato.
Oppure restare, accettando il rischio.
Restare, sapendo che i tuoi dubbi e le tue paure potrebbero, presto o tardi, allontanarti da me.
Ed io dovrò essere in grado di lasciarti andare.
Restare, provando a nascondere a me stessa quello che provo, celando da qualche parte nel mio universo quella sensazione che mi spinge a vederti nella mia vita a prescindere da tutto.
Restare, amandoti in silenzio, sapendo di non essere amata e chiedendomi se, chissà, forse oggi, domani, un giorno, per te sarà cambiato qualcosa.
Ho dato un pugno alla porta e un livido sul mignolo mi ricorda che sono viva.
E lo sarò sempre, nonostante te. Nonostante noi, che ci siamo, ma forse non ci saremo mai.


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giovedì 28 gennaio 2016

E mi capita spesso

Di attraversare la strada senza guardare.
Forse sono un po' più svampita di quanto io creda.
Forse quel desiderio di lasciarmi morire che ha accompagnato la mia adolescenza e che credevo estinto in realtà si è solo sopito da qualche parte dentro di me.

Ed ero seduta al tavolo del salotto, al secondo bicchiere di vodka e alla quinta sigaretta dell'ennesima giornata in cui avevo promesso a me stessa che non avrei fumato più perché non è così che voglio essere, non è così che voglio che vada.
E invece eccomi lì, la testa ciondolante, i pensieri confusi, i piedi sulla sedia, il cappuccio in testa, la nausea imminente.

Se solo sapessimo accontentarci.

Dico alla donna che mi sta seduta di fronte, la più forte che voi potreste incontrare.

Mai.

Mi risponde lei.
Ed io so che ha ragione, che c'è stato un tempo in cui ero bravissima ad accontentarmi, la migliore del mio corso.

E così maledettamente infelice.

Vorrei risponderle e dirle che ho capito, che so cosa voglio e che so come ottenerlo, ma mi viene da vomitare e allora mi alzo e mi gira la testa e non posso far altro che buttarmi nel letto così come sono, senza levarmi il mascara dagli occhi, senza togliere dal mio viso la patina di questa giornata che mi ha impregnata di pensieri nefasti e allora mi avvolgo nella mia coperta morbida e vaffanculo tutto, vaffanculo tutti, vaffanculo io e vaffanculo pure tu.
La stanza è fredda e ho il respiro pesante.

Però adesso mi addormento, dai.

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martedì 5 gennaio 2016

Io che non so dire tante cose.

Ché credo ci siano cose che, a dirle, sarebbe un po' come sporcarle di realtà.
Loro partono, decise. Mi risalgono in gola e, prepotenti, spingono e forzano e urlano e imprecano e chiedono perché.

Perché non ci vuoi fuori da qui?

E non ho molte risposte per loro, no.
Non ne ho molte nemmeno per me.
Tutto quello che ho sono immagini. Forme nitide immerse nel caos.
A loro permetto tutto, anche quando fanno male, anche quando mi prendono per mano e mi portano verso quel punto di non ritorno.

Verso il parossismo.

E vedo occhi di cui ancora non so distinguere il colore, posarsi dentro ai miei. Come potrei imbrattarli di parole?
E vedo labbra dischiudersi sul mio viso, un respiro caldo mi accarezza la pelle, le mie dita scorrono su una schiena bianca, forte, perfetta. Come potrei rischiare di macchiarla, incastrandola in qualche definizione?
E vedo un sorriso pieno, vivo, vero, bellissimo, bambino. Di quelli che, quando ti si appoggiano addosso, sono capaci di prenderti, e portarti via. Potrei forse insozzarlo, osandogli renitenza, per correr dietro a qualche stupida, sudicia, insulsa parola?
E vedo te, la maglietta al contrario, l'espressione curiosa posata sul mondo, quel modo di fare e di essere così pienamente e dannatamente tu, senza inibizioni, senza preconcetti. Ti guardo camminare immerso nel vento, i pensieri liberi, le gambe lunghe, i capelli morbidi e ribelli, quella risata contagiosa, la tua mano che cerca la mia.

Sono confuso, la vita è confusa, lo sono anch'io.

Io che non so dire tante cose, le so scrivere, forse, ma non so tenerle, non voglio.
Io che non conosco tante, troppe cose, le capisco, forse, ma non so far altro che osservarle da lontano, respirarle quando il loro odore giunge fino a me, che sono distante, lo sono sempre, ma così vicina che se vuoi, lo sai, tu puoi riuscire a toccarmi.
Io che non so dire cosa voglio, ma so immaginarlo, forse, e immergermici e perdermici e crederci e.

Lo sai spiegare, l'amore? E, se ti allunghi, pensi di riuscire ad afferrarlo?

Io che, se apro gli occhi, vedo poco, e male.
Io che, se chiudo gli occhi, vedo te.

I want you so bad.


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