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venerdì 4 ottobre 2019

Estraniarsi

Dal mondo, dalla vita, da tutto.
Ecco cosa mi servirebbe per poter lavorare in pace.
Certo, so che non è possibile.
Dovrei essere tipo un'ereditiera e vivere in un cottage sperduto nella macchia mediterranea (oh ma quanto sarebbe figo?).
In ogni caso, nonostante il mondo e la vita continuino imperterriti a cagarmi la minchia disturbarmi, ho finito il mio secondo romanzo, ormai da qualche settimana.
Cerrado, closed, geschlossen.
Inutile dirvi quanto io sia orgogliosa di me.
Nei prossimi giorni dovrò:
  1. trovargli un titolo
  2. completare la sinossi
  3. stamparlo
  4. inviarlo al Premio Calvino
Sì, perché ho deciso di partecipare anche quest'anno, con questo nuovo lavoro. Determinante per la mia scelta è stata la valutazione che ho ricevuto sul romanzo precedente, che come sapete non è arrivato in finale. L'ho trovata utile e necessaria perché, nonostante non mi sia trovata completamente d'accordo con alcuni dei suggerimenti che mi sono stati dati, mi ha fatto bene sentirmi dire da qualcuno di competente che il mio lavoro è figo, che il mio stile è figo e che ci sono tutti i presupposti per la pubblicazione (salvo alcuni dettagli che secondo loro dovrei cambiare, ma che non cambierò perché sono arrogantella e supponentella).
Comunque, quest'estate, mentre sfrecciavo per viale Monte Ceneri con la mia mountain bike, la mia testolina è stata folgorata da una nuova idea.
E quindi è con immensa gioia che vi comunico, miei carissimi amici, che l'Ade del vostro cuore sta ufficialmente per iniziare il suo terzo romanzo.
Non si scherza un cazzo, qui.
Se non mi sentite, sapete perché (in caso contrario andate a rivedervi il titolo e le prime due righe di questo post).
Cià.

Questo post è stato originariamente scritto su Swanza blog, da Ade. E' possibile copiarlo parzialmente o interamente e modificarlo, basta che il post originale venga linkato

lunedì 20 maggio 2019

Coscienza (politica)

Ieri sera ero a letto che leggevo i programmi elettorali dei vari partiti candidati alle europee e mi sono resa conto - non che non lo sapessi già, per la verità - che il mio rapporto con la politica fa acqua da tutte le parti.
Il primo contatto tra noi - lo ricordo bene - è avvenuto all'incirca vent'anni fa, quando frequentavo la scuola media. La professoressa di italiano e storia ci confidò subito di avere un gatto molto bello e di averlo chiamato Ernesto Costanzo Che Guevara. Nome lungo, per un gatto. Pensai. E pure abbastanza bruttino. Ma alcune mie compagne undicenni, meglio informate di me, in men che non si dica, iniziarono a venire a scuola con queste magliette rosse sulle quali era stampata una faccia nera. L'avevo già vista, sì. Alle bancarelle, in fiera, ne vendevano assai, di quelle magliette. Carine.
Certo, io la scuola me l'ero scelta proprio male male, eh.
Come credo per molti bambini a quell'età, la mia unica preoccupazione fu quella di non separarmi dal mio amichetto del cuore… che, peraltro, mi abbandonò a me stessa neanche a metà del primo anno, cambiando scuola.
I miei compagni di classe erano quasi tutti figli di medici, avvocati, professori e la differenza tra loro e me era palpabile, si percepiva alla prima occhiata.
I professori, poi, la percepivano BENISSIMO.
Quando alzavo la mano - quelle rare volte in cui la mia timidezza estrema me lo concedeva - la professoressa dal gatto importante mi lanciava uno sguardo disinteressato e passava oltre, allargando il sorriso quando a parlare erano le sue pupille dalle maglie rosso fuoco.
Imparai che a nessuno importava di ciò che avevo da dire, e passai oltre anch'io.
A casa mia nessuno leggeva, nessuno parlava con me di ciò che succedeva nel mondo, nessuno si domandava cosa mi passasse per la testa.
O forse sì, chissà. Comunque, a me, non l'hanno chiesto mai.
La mia adolescenza è un buco nero in cui rare volte ho voglia di infilare la testa per vedere se, magari, riesco a trovare qualcosa.
Sono sempre stata un'avida lettrice di romanzi, brava a scrivere, meno a parlare.
La scuola l'ho lasciata a quindici anni perché, anche lì, avevo bisogno di passare oltre.
Lavorare, rendermi indipendente, fuggire dalla periferia, sopravvivere.
Ho ripescato un vecchio diario e ci ho trovato dentro un mio scritto su Dio che terminava con questa frase: forse Berlusconi si è comprato pure Dio.
Ero arrabbiata, allora, e quel sentimento permeava tutto ciò che facevo, ma non ricordo quei pensieri, quelle associazioni mentali. Probabilmente quella frase era nata da un sentito dire, e niente più.
C'è stato un periodo in cui bisognava proprio odiare Berlusconi e - forse, chissà - lo facevo anch'io.
Lasciai un fidanzatino, all'epoca, perché scoprii che aveva appesa in camera la bandiera nazista.
Non sapevo niente, niente.
Però, evidentemente, qualche certezza dovevo averla.
Il mio mondo faceva schifo e non vedevo vie d'uscita percorribili.
Credo che lì sia nata in me la convinzione che, se tutto va male, deve essere colpa della politica.
Tanto sono tutti uguali, mi aveva detto qualcuno.
A votare non ci sono andata mai.
A scuola ci sono tornata a venticinque anni.
Ho frequentato dei corsi serali comunali che mi hanno preparata per dare gli esami da privatista.
Due anni in uno, per risparmiare tempo.
Se fossi stata brava, in tre anni mi sarei diplomata.
Sono stata brava.
Il quinto anno sono passata a una scuola serale statale, per diplomarmi da interna.
Ci trattavano come delle merde, per lo più.
Eravamo scarti della società, poveracci, gente che non era stata in grado di finire la scuola quando avrebbe dovuto, capre ignoranti.
Alcuni professori erano palesemente inadeguati all'insegnamento, gente che veniva a scuola a scaldare la sedia tantochissenefregadiquellilì.
Il mio professore di italiano e storia era - ed è, presumibilmente - un nazifascista.
Tra le altre cose, gli piaceva definire il processo di Norimberga un processo spettacolarizzato.
Mi sono diplomata con 93/100.
Sarebbero stati 100/100 se non avessi perso un anno di crediti, facendo due anni in uno.
Eppure sono uscita da lì che del mondo di oggi sapevo ancora poco e niente.
E ciò che sapevo non arrivava dalla scuola, ma dal fatto che avessi iniziato a informarmi da sola.
Ciò che mi è rimasto, della scuola, non è legato alla miriade di nozioni che sono stata obbligata a imparare a memoria, bensì a ciò che è stato affrontare la scuola, per me.
Ed è un po' triste, fa anche un po' incazzare, se ci penso.
Eppure è così: la scuola mi ha insegnato che se ho qualcosa da dire, è bene che io la dica, anche se mi sembra che nessuno mi stia a sentire, anche se dirla mi metterà contro un sacco di persone. La scuola mi ha insegnato a riconoscere la mia forza, la forza delle mie idee, la forza delle mie parole. La scuola mi ha dato sicurezza e fiducia in me stessa. E non perché, come dovrebbe essere, sono stata guidata da persone che mi hanno aiutata a far nascere in me queste consapevolezze, ma perché ho DOVUTO imparare queste cose, altrimenti nessuno avrebbe parlato per me, nessuno mi avrebbe aiutata ad uscire da lì con un diploma in mano. Ed io volevo quello, il diploma, la prova - per me stessa - che non ero davvero uno scarto della società, un'inetta.
Forse è stato quello il momento in cui la politica è entrata, almeno un po', nella mia vita.
Poi è arrivato Salvini.
Per mesi ho provato disgusto, ma non l'ho detto mai.
Io sono apolitica, pensavo.
Detesto la società ma ci vivo dentro, sono un suo prodotto, non posso fare a meno di lei.
Per mesi non ho detto niente, ho sperato che finisse, che la gente capisse.
Per mesi ho fatto scorrere il dito verso il basso, passando oltre ai post salviniani, convinta che commentare non servisse a nulla, se non a infilarmi in discussioni inutili.
Farmi dei nemici, magari.
E chi ha voglia di farsi nemici? Chi ha tempo?
Poi io e lui siamo andati a Lisbona.
Il nostro host era un ragazzo portoghese che però parlava perfettamente italiano poiché aveva fatto, anni fa, l'erasmus a Roma. In sala da pranzo c'era una parete che ospitava dozzine di adesivi antifascisti. Una sera, davanti a una birra, il ragazzo ci ha raccontato delle sue lotte, della sua ideologia, della sua coscienza politica. Noi ci capivamo poco e niente: Che Guevara, Fidel Castro, Cuba… manco a parlarne. Però eravamo interessati a conoscere i suoi perché.
Il giorno dopo, io e lui ci siamo confrontati e ciò che ne è emerso è stato che non potevamo continuare così.
Quando, qualche giorno fa, gli ho detto che il Ministro stava per venire a Milano, non c'è stato nemmeno bisogno di chiedersi che cosa fare.
Tempo fa ci siamo detti: se non cambia qualcosa, emigriamo.
Oggi ci diciamo: se non cambia qualcosa, cambiamola noi.

Non so per chi voterò il 26 Maggio.
Non so di chi posso fidarmi, ho ancora in testa quel pensiero che mi sussurra: tanto sono tutti uguali… una volta al potere fanno i comodi loro...
Però una cosa la so: stare a casa a indignarmi in silenzio non ha senso.
Io so come vorrei che fosse il mondo in cui vivo.
E' arrivato il momento di dirlo ad alta voce.

PS
Il mio romanzo non è tra i finalisti. Ve lo dico così, di sfuggita, perché non voglio pensarci più e andare avanti. Scacciare i pensieri infimi che provano a convincermi della mia inadeguatezza come scrittrice, e riempirmi, invece, di quelli che vogliono ricordarmi chi sono e cosa so fare.
D'altronde, NEMMENO DIO PIACE A TUTTI.
Ciao belli.

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lunedì 13 maggio 2019

Five days to go

Eh sì, miei adorati.
Tra cinque giorni succederà.
Il momento sta per giungere.
L'attesa sta per terminare.
Vivo in un'allegra bolla di ansia gioconda.
Meno cinque giorni alla pubblicazione dei dieci nomi tra i quali, ovviamente, cerco di figurarmi anch'io.
Mi ci trovo bene, là in mezzo. Emozionata e felice, persino stretta così, in quell'interlinea decisamente poco spazioso.
Si respira aria di festa, lacrime dolci, sorrisi grandissimi.
Immagina, credici, vivilo.
Rendi materia i tuoi sogni.

"Se gli altri non ridono dei tuoi obiettivi, vuol dire che non sei abbastanza ambizioso."

Foglietti gialli con gli angoli piegati dal tempo, appesi qua e là.
Sì, sono stata pronta ad ampliare la mia visione di ciò che posso fare, e l'ho fatto.
Lo faccio ogni giorno, tranne quando ho il pre-ciclo. Perché lì, mi pare ovvio, penso solo a mangiare.
Che ridano di me, poveri stolti. Non sanno che, ahiloro, mi stanno facendo solo un grosso favore.
Che mi vedano come un'illusa, che si diano il gomito, sogghignando, chiedendosi quando crescerò, quando comincerò a vivere la vita vera.
La vita. Vera.
La vita vera è, per me, quella vita in cui sei felice perché fai cose che ti rendono felice.
I clichés lasciamoli a chi ha la fantasia intirizzita, a furia di correre su una strada che qualcun altro ha pensato per lui.

Leggo tanto e mi piace.
A volte penso che vorrei essere più costante, nel mio parlarvi di ciò che leggo.
Ma non è cosa per me, ormai mi è evidente.
Quando ho qualcosa da dire su un libro, lo faccio. Senza sforzi.
Se dovessi impormi di recensirli tutti, di esprimere un'opinione, di catalogarli, di stellinarli, mi annoierei a morte.
Spesso sui libri non ho niente da dire.
Sono miei, punto.
Li ho amati, li ho odiati, mi hanno insegnato qualcosa.
Mi capita, però, di volerne parlare, a caldo.
E quelli sono i momenti in cui, fossi una persona diligente, dovrei prendere nota di quei pensieri fuggevoli e poi buttarli giù, con calma.
Ma non lo faccio mai.
Per esempio, ricordo che "Cattiva" di Rossella Milone, mi ha lasciato delle sensazioni addosso. Sensazioni sgradevoli, per lo più. E non perché il libro facesse cagare, anzi. Ma perché era crudo, reale, vivido, pauroso.
Mi piacerebbe far parte di un gruppo di gente psicotica come me, tipo. Ritrovarci una volta a settimana, una volta ogni due, con un libro in mano, davanti a una torta, una tazza di caffè. E parlare, parlare, parlare. Parlare di libri.
Ma non in maniera intellettualoide, ecco. Conversazioni fluide, scorrevoli, sincere. Non mucchi di parole buttate lì a mo' di ostentazione, esaltazione di cultura, fammi vedere se ce l'ho più grosso io o se ce l'hai più grosso tu ma, dai, cazzo, è evidente che è più grosso il mio, no? Vogliamo davvero discuterne?

Spengo il pc e mi sento brava.
Ciò che sto facendo è fantastico, meraviglioso, appagante.
So che, quando sarà finito, sarà stupendo, la mia chicca, il mio bambino adorato.
All'inizio temerò per lui, lo vorrò proteggere, faticherò a separarmene.
Poi arriverà il momento in cui sarò pronta a gettarlo in pasto al mondo, lasciarlo vivere, permettergli di crescere, affrontando le difficoltà ed uscendone da solo.
E me ne dimenticherò.
Lo porrò in un angolo del mio cuore. Un luogo buio, silenzioso, dolce.
E mi darò al prossimo.

Odio la faccia di quell'uomo. La vedo ovunque, mi snerva. Quel suo sorriso stupido, finto, piacione. Il suo tono di voce fastidioso, quelle parole ripetute, come se stesse parlando a un branco di scemi.
Sì, questo è ciò che siamo tutti, per lui.
Un mucchio di pecoroni, manovrabili, innocui e allo stesso tempo potenti.
Come una mandria di bufali che corre nel vento.
Che schifo, il mio paese.
A volte lo dico, ci penso.
Ma poi so che non fa davvero così schifo, no.
C'è ancora gente decente, da qualche parte.
Sono silenziosi, come me.
Forse è arrivato il momento di smetterla, però, con il silenzio.
Con la muta indignazione.
Con la speranza che prima o poi le persone aprano gli occhi.

Ho letto "Il figlio del secolo" di Antonio Scurati. Un librone di circa ottocento pagine che racconta, in modo più o meno romanzato, la storia di quell'uomo a cui poveri stolti ignoranti ancora oggi inneggiano. Una storia che conoscevo già, certo, ma che mi piace rileggere da diverse angolazioni.
Sono stata male, malissimo.
Il silenzio di quell'aula, era come se ce l'avessi io, nel cuore.
Il silenzio.
Se qualcuno avesse rotto quel silenzio, come sarebbe andata?
Non so, nessuno può sapere.

E adesso?
Davvero si può restare muti, a bocca aperta, con la forchetta piena di spaghetti ferma a mezz'aria per qualche secondo, e poi nulla?
Non lo so, non lo so.
Ma ci penserò, ci sto già pensando.

Piangevo, ieri sera.
Ho ascoltato l'intervento di un medico, Pietro Bartolo, all'Università di Modena.
Un'ora e dodici minuti di atrocità.

Non lo so se la gente davvero non sa queste cose o se, forse, è semplicemente più comodo fingere di non saperle.
Fidarsi di tutto quel che si sente, si vede, si legge.
Io non mi fido, mai.
E non voglio, non posso più restare in silenzio.

Cosa posso fare, però?
Non lo so, non lo so.
Il senso di impotenza mi attanaglia.
Ma non gliela darò vinta.
Non lo faccio mai.

Io odio perdere.
Ma questo voi già lo sapete, no?

Ciao belli.
Grazie per avermi cercata, pensata, desiderata.
Vi abbraccio.

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giovedì 19 luglio 2018

Non sono una fanatica degli oroscopi

Anzi, quando ero ragazzina avevo un'amica che non usciva di casa finché non avesse ascoltato l'oroscopo del giorno (mi pare tipo al tg5) ed io ogni volta mi domandavo come fosse possibile crederci sul serio.
Però da quando ho scoperto Internazionale ho imparato ad amare l'oroscopo di Rob Brezsny, che è ben lontano dall'essere una "previsione" quotidiana, piuttosto è un simpatico consiglio - farcito di citazioni e aneddoti - che, non so davvero come, con me azzecca quasi sempre il tiro.
Quello di questa settimana, poi, mi ha lasciato veramente di stucco.

SCORPIONE
Emily Dickinson ha scritto 1775 poesie, in media una alla settimana
per 34 anni. Mi piacerebbe che tu varassi un progetto profondo
e duraturo che richiederà altrettanta tenacia e dedizione.
Sei pronto ad ampliare la tua visione di quello che puoi fare?
I presagi astrali indicano che i prossimi due mesi saranno
il periodo ideale per impegnarti in una grande impresa,
in cui darai il meglio di te per il resto della tua lunga vita!

Ok, ora parliamone.
Mi sono rimessa a scrivere, e questo voi già lo sapete. In particolare sto rivedendo/modificando il primo romanzo che ho scritto e quello che ne sta venendo fuori è uno spettacolo. Qualcuno di voi, in passato, ha potuto leggere la prima versione ed io ricordo bene le impressioni che ne sono uscite. In particolare, qualcuno mi disse: bello, ma ora parliamo di cose serie. Nel senso che, sì, la qualità c'era, ma era ancora acerba. E, in effetti, quando qualche settimana fa - prima di imbarcarmi in questa impresa - l'ho riletto, anch'io ho pensato la stessa cosa. Mi era già capitato in passato, lo ammetto, ma mi ero sempre rifiutata di modificarlo perché temevo di snaturarlo, di portargli via quella parte di me così diversa che ero al tempo in cui lo scrissi. Poi è successo qualcosa. Intanto mi sono detta: se non piace a te, come puoi pretendere che piaccia a qualcun altro? E direi che questa è una buona, anzi ottima motivazione per rimetterci mano. Poi, oggi, la qualità della mia scrittura è EVIDENTEMENTE migliore di quella di anni fa, che era appunto acerba.

Oh, hai finito di divagare?

Ma che ne so, mi sono persa il punto in cui volevo arrivare.
Dunque, ricapitolando. Sto modificando il romanzo, e anche parecchio. Ho fatto mia una frase di non so chi - leggo troppo per ricordarmi di affibbiare ogni citazione al suo autore - che dice più o meno questo "se puoi dirlo con meno parole, fallo". Ed io lo faccio. Inoltre sto tagliando senza remore tutte le parti che non mi convincevano: ho eliminato personaggi e intere scene e, cosa più importante, ORA HO CAPITO COSA VOGLIO COMUNICARE. Già, perché prima mica lo sapevo. Io scrivevo e ciao. E invece poi ho letto quel piccolo manualetto di Jack London che mi ha spiegato un sacco di cose, nonostante sia morto da più di cento anni. E sì, cazzo. Ecco cosa mancava! Cosa vuoi dire, Ade? Cosa vuoi lasciare dentro a chi ti legge? Non vorrai mica scrivere romanzetti asettici buoni solo per adolescenti ormonati, no?

"Come farà, caro signore, signora o signorina, a raggiungere la distinzione nel campo che ha scelto? Col genio? Oh, ma lei non è un genio. Se lo fosse non starebbe leggendo questo righe. [...]"

Corretto, Jack.
Inoltre, il mio defuntissimo guru, mi ha spiegato che per essere scrittore bisogna avere una filosofia di vita, una "scorta personale di idee e esperienze [...], né più né meno qualcosa da dire".

"E tu, giovane scrittore, hai qualcosa da dire, o credi soltanto di avere qualcosa da dire? Se ce l'hai, nulla potrà impedirti di dirlo. [...]"

Sì, Jack. Ce l'ho qualcosa da dire e ho anche una mia propria filosofia di vita, grazie per avermelo fatto notare.

Stai. Divagando. Di nuovo.

D'accordo, torniamo al succo della questione. Giusto ieri ho dato una svolta essenziale al mio lavoro e ne sono molto fiera. 

E tu sei pronto ad ampliare la tua visione di quello che puoi fare?

Sì, sono pronta, Rob.
In ultimo, il caro Rob, ci ha preso anche sulle tempistiche. Mi sono data fino a Settembre per terminare quest'opera e, una volta conclusa, proseguirò nella mia impresa e non mi fermerò, perché intendo davvero dare il meglio di me per il resto della mia lunga vita!

Ps
Il manuale di Jack è da leggere minimo una volta alla settimana. Non scherzo.

Ciao belli.

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mercoledì 11 luglio 2018

Di un mercoledì mattina, ore quasi dieci

E niente.
Mi chiedo quale assurdo meccanismo mentale porti una persona a credere di essere nel giusto, quando si offende perché TU non ti fai sentire quando, rovesciando la questione, TU potresti dire la stessa cosa.
Perché, voglio dire, se hai voglia di parlarmi, dove sta il problema?
Ah, giusto. L'orgoglio. Dimenticavo l'orgoglio.
Non mi faccio sentire perché voglio vedere se si fa sentire lei.
Perfetto, CIAONE.

Detto questo, stamattina, come quasi ogni mattina, L. mi dà un bacio, esce di casa e mi dice: "scrivi tanto!".
Ed io scrivo. A volte tanto, a volte non molto, e allora leggo, ché anche quello è un ottimo esercizio (oltre che un piacere).

Ieri la mia insegnante di yoga mi ha fatto la fatidica domanda: e tu che fai? Ho detto: io scrivo.
Ed è stato bellissimo.

Forse la maggior parte delle cose che faccio in questo periodo non produce denaro, ma produce qualcosa di meglio: benessere. E, per la prima volta, non mi sento un fallimento per questo.
Non sono più confusa: so dove sto andando.

"Quello che la gente pensa diventa più importante del seguire la propria Leggenda Personale."

Ogni volta che mi sono persa, è stato perché mi guardavo con gli occhi del mondo. Certo, ammetto che avrei voluto fare l'università, nella mia vita. Ma non è stato possibile, fin qui. Forse lo sarà un giorno. Perché c'è sempre tempo per ogni cosa. Basta non lasciarsi spaventare dal passato e dal futuro, che sono i peggiori nemici di ogni decisione. Il passato spaventa: si ha paura di soffrire ancora. Il futuro spaventa: si teme di non riuscire, di essere troppo vecchi, di rinunciare, facendo una scelta, a qualcos'altro di migliore, ma ancora ignoto.
Eh, sì. Ogni volta che si prende una decisione, si decide di dire di sì a qualcosa e no a qualcosa d'altro.
Bisogna accettarlo, altrimenti si vivrà nel limbo, come vivevo io fino a qualche settimana fa.
Se non si sceglie non si prosegue, se non si prosegue si resta fermi, e la vita, come diceva Luigi, è un flusso continuo che non si può fermare, pena la morte. Morte dell'anima.

Io ho scelto di scrivere, e me ne assumo il rischio. Percorro questa strada a testa alta, aperta e ricettiva, pronta ad affrontare tutto ciò che mi si parerà davanti, pronta a sostenere il mio desiderio, con volontà.

"Quando desideriamo qualcosa con volontà, tutto l'Universo cospira affinché realizziamo il nostro desiderio, perché quello rappresenta la nostra missione sulla Terra."

Adesso la smetto di citare l'Alchimista, giuro.

E insomma.
Vi tengo aggiornati, cocchi.

venerdì 15 giugno 2018

Se io non sono io

Chi lo sarà al mio posto?

Il costo di una cosa è l'insieme di quello che chiamerò vita che, subito o a lungo andare, bisogna dare in cambio per ottenere la cosa stessa.

Henry David Thoreau

Siamo a un punto di svolta, da queste parti.
Pensavo di essere una che se ne sbatte di ciò che pensa la gente.
Mi sbagliavo.
Forse non mi importava di quel che pensavano dei miei pantaloni, del mio taglio di capelli, del mio non portare il reggiseno in estate, ma non si è davvero liberi finché non si diventa pienamente se stessi smettendo di vergognarsi per ciò che si è, per il posto che si occupa in una società spietata e finta.

(...)Camminando (... ) ci si sottrae all'idea stessa d'identità, alla tentazione di essere qualcuno, di avere un nome e una storia. (...) Ma essere qualcuno non è forse un obbligo sociale incatenante, una finzione idiota che grava sulle nostre spalle? La libertà, nel camminare, è la libertà di non essere nessuno, perché il corpo che cammina non ha storia, soltanto un flusso di vita immemorabile. Così, siamo un animale a due zampe che avanza, una semplice forza pura in mezzo ad alti alberi, soltanto un grido.
Frédéric Gros, Andare a piedi, Filosofia del camminare

La strada è lunga, ma il viaggio inizia con il primo passo.

Tutto arriva nel momento giusto: se sono qui, oggi, a chiedermi dove sto andando, è perché oggi sono pronta per chiedermelo. Ieri non lo ero.
Non voglio né rimpianti né rimorsi: tutta la vita che ho dato in cambio per giungere fino a qui non è stata sprecata.
Nessuno può essere me al posto mio. IO VOGLIO ESSERE ME.
Ora so di cosa mi importa e di cosa invece non mi importa nulla.
Ora so quanto costano, in termini di vita, le cose che credevo di volere.
E non le voglio più.

Ed ecco, siamo arrivati.
Presto ci saranno novità, amici.
Perché sì, l'Ade si rimette a scrivere.

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venerdì 3 gennaio 2014

Questo blog non è una testata giornalistica

Ma la testata posso darvela comunque, se mi beccate in giornata no.
Dette le mie cazzate, vediamo di riordinare per benino le idee. Mi sono appena svegliata, oggi non lavoro perché in negozio non ci sono appuntamenti (cosa che ormai non è più un'eccezione alla regola), in sala c'è odore di tonno perché ho appena dato la pappa a Paco e Lazy e sto bevendo un bicchiere d'acqua (aspettando che mi venga voglia di preparare la moka per il caffè. sì, vecchia scuola, io.), stranamente (e probabilmente per poco) sola nella stanza.
Siamo nel 2014 da, quanti sono? Tre giorni? Sì. La cosa non mi emoziona particolarmente. L'unica cosa che davvero mi preme è che arrivi presto il 7 Gennaio, cosicché io possa cominciare seriamente a mettere in atto le decisioni che ho preso in questi mesi di apatia, rabbia e arrovellamento di neuroni. E abbandono di blog propri e altrui causa infinita rottura di coglioni.
Ma adesso basta con le scuse. Ho deciso (e non per seguire un'infinita lista di propositi per l'anno nuovo) di smetterla di farmi del male e di iniziare a fare quello che voglio davvero, senza paura che questo possa riflettersi su qualcun altro. E soprattutto senza paura delle conseguenze. Perché il mio problema è sempre stato lì. Se vado di là, magari poi succede che. Se però vado di qua, magari poi invece succede che. Ecco. Basta. Chissenestrafrega di quello che succederà se vado in una determinata direzione. Io comincio ad andarci, il resto si vedrà.
E questo è quanto.
Poi c'è il discorso del "che minchia vuoi fare nella vita". Certo, a ventisei anni suonati forse dovrei averlo già ampiamente deciso. E, in effetti, io quello che voglio fare lo so anche. E lo sapete anche voi. E poche persone ancora. Ma è anche vero che scrivere libri, finché non te li pubblicano, non ti fa pagare l'affitto. Però è anche vero che finché sono una precaria e faccio un lavoro che detesto, la mia mente non è abbastanza serena per potersi impegnare a fondo in ciò che vuole. Lo so, l'ho visto e l'ho sperimentato. Sono mesi che non scrivo un capitolo decente. Mesi che non ho idee per nuovi post. Mesi che mi chiudo in me stessa e mando a fanculo tutti, compreso chi proprio non se lo meriterebbe. Quindi, per arrivare al punto, ho intenzione di trovare un'alternativa valida per la mia sanità mentale. E per farlo, ho bisogno di impegnarmi come mai prima e smetterla di fare la fifona del cazzo.
E adesso, belli miei, visto che è da parecchio tempo che latito, vi lascio con una carrellata di immagini salienti di questo periodo, mentre Paco mi starnutisce addosso. Au revoir.

Il regalo di compleanno che la Patty ha fatto per me.
Filius, il randagione infreddolito che ora ha una cuccia calda nel mio box.
Influenza.
Rido.
Pranzi dalla Patty. E che pranzi, santa pazienza.
La mia prima volta col topinambur.

Lazy e il mascarpone.

Paco e la scatola.

Giornali seri (per chi l'avesse riconosciuto, l'ho comprato per farmi due risate con Patty.)

Rido.

Rido pesante.
Libri seri.

Cazzo vuoi?

Alla fine, Mr. Ade si è svegliato e mi ha preparato il caffè. A tutto c'è un perché, ricordatevelo sempre.Va bene, la smetto.

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giovedì 1 agosto 2013

Sono qui per scrivere

E questo è innegabile.
Quando sono arrivata, non sapevo dove dovevo andare.
Non sapevo dove volevo andare.
Non sapevo niente.
È passato del tempo, poco in effetti. Ma a volte basta quel poco a dare risposte a domande che avevi quasi dimenticato di avere lì, pronte per essere utilizzate.
Chi sei? Dove vai? E perché?
Ciao sono Ade, ho venticinque anni, mi piace scrivere e sono brava a farlo però quando lo faccio rileggo millemila volte perché sono una cacchio di perfezionista e se tu mi dici che non è così, beh puoi anche andare a saltellare su una mina.
No, non è vero. Non sono così dannatamente narcisa da non saper apprezzare una critica, e se voi ormai un po' mi conoscete, probabilmente lo sapete già.
Comunque.
Non ho mai amato parlare di me, ma voi mi avete insegnato a farlo. Non so come, non chiedetemi perché.
Adesso però non ho voglia di parlare. Adesso voglio scrivere. Perché, a parte le stronzate da portatrice di spada affilata, non ho più paura di non essere apprezzata.
Non me ne frega una cippa, per la verità.
E allora ho deciso una cosa.
Una cosa che avrei dovuto decidere prima, lo so.
Ma non tutte le cose possono essere decise e messe a punto. Alcune hanno bisogno di qualcosa in più. Un'ispirazione, diciamo.
E oggi è arrivata.
Ha bussato, toc toc.
Non so quando, forse stavo facendo gli addominali, forse colazione, forse la cacca. Chissà.
Ma è arrivata. E io l'ho presa, le ho dato due sberle e le ho detto che, adesso che è mia, avrei fatto di lei ciò che più mi aggrada e mi compiace. E ho cominciato a scrivere, per voi.
Se la cosa vi piace, beh. Domani, da queste parti, il primo capitolo.
Questo è.

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venerdì 15 marzo 2013

Come tutti gli anni


Per i miei nani, a Pasqua. Solo uova della Lav. Perché sono buone ed equosolidali. Perché preferisco così, piuttosto che comprare le solite uova delle tante multinazionali. E perché in questo modo aiuto coloro che combattono per i diritti di chi non ha voce. Sempre.
Qui trovate l'elenco delle piazze che ospiteranno i volontari con i loro banchetti il 16, 17, 23 e 24 Marzo, se vi interessa.
Grazie.


Questo post è stato originariamente scritto su Swanza blog, da Ade. E' possibile copiarlo parzialmente o interamente e modificarlo, basta che il post originale venga linkato

giovedì 3 maggio 2012

Grazie


La vedete questa foto? E' sulle pagine di molte riviste, in questi giorni. Durante la giornata mondiale per gli animali nei laboratori, 12 animalisti manifestanti hanno sottratto dal lager di Green Hill circa 30 cuccioli di beagle allevati per la vivisezione. Certo, 30 sono pochi se pensiamo che lì dentro ce ne sono circa 2500. Ma sono comunque 30 piccole vite portate in salvo dallo schifo che li aspettava, all'interno di quei cancelli. Mentre la legge che vieta di allevare in Italia cani, gatti e primati destinati alla vivisezione è FERMA in Senato. Perchè questo post? Per dire loro GRAZIE. Con le lacrime agli occhi, ragazzi. GRAZIE. Per il vostro coraggio. Per l'amore che ci mettete. Per tutto quanto. GRAZIE.


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sabato 17 marzo 2012

Io dico no alla vivisezione, e voi?


OGNI ANNO
MILIONI DI ANIMALI 
MUOIONO DI ATROCI MALATTIE
 
VENGONO FATTI AMMALARE NEI LABORATORI,
USATI PER TESTARE OGNI COSA,
DALLE MEDICINE AI COSMETICI AI DETERSIVI.
QUESTI TEST NON SONO SOLO CRUDELI.
SONO ANCHE INUTILI E DANNOSI.
GLI ANIMALI SOFFRONO COME NOI,
MA NON SONO COME NOI.

Come ogni dannatissimo anno, vado in piazza a mettere la mia firma contro la vivisezione. Nella speranza che serva finalmente a qualcosa. Il 17 - 18 e il 24 - 25 Marzo la Lav (Lega anti vivisezione) sarà in moltissime piazze italiane con i suoi volontari coraggiosi a cercare di far capire alla gente che no, la vivisezione non serve a un cazzo. E che sì, noi la possiamo fermare. Tutti insieme. Se ne avete voglia, poi, potete anche farvi lasciare qualche foglio e raccogliere personalmente le firme di tutti i vostri amici, parenti, conoscenti ecc. che magari sono un po’ restii ad avvicinarsi ai banchetti e riportarli dove li avete presi o anche spedirli alla sede centrale della Lav (c'è scritto comunque tutto su ogni modulo). Troverete, inoltre, le uova di pasqua realizzate con cioccolato equo-solidale (buonissime!). Sul sito della Lav (che trovate qui) c'è l'elenco di tutte le piazze che ospiteranno i banchetti. Se poi avete tempo di navigarci un po’ potrete trovare informazioni utili sulla vivisezione e sui cosmetici cruelty free. Per chi fosse a Milano come me i ragazzi della Lav vi aspettano in piazza San Babila dalle 10.00 alle 17.00. Un piccolo gesto per una grande causa. Pace.

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