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mercoledì 29 maggio 2019

Vado in biblioteca

E prendo raffiche di libri sulla nutrizione, sul mangiar sano, sullo sti cazzi.
E poi mi piazzo sul letto a mangiare patatine.
Quelle schifose, proprio.
Quelle che hanno dentro un mondo di porcate.
Me ne infischio, va bene?

Io sono una contraddizione vivente.

Cosa lo nascondete a fare, tanto lo so che lo siete anche voi.

Il Calvino è andato ed io l'ho scoperto il sedici maggio alle sette e quarantacinque del mattino, mentre bevevo il caffè seduta al tavolo della mia sala/cucina, in pigiama, mezza addormentata.
Ho finto noncuranza, ho detto "pazienza", mi sono messa la tuta e sono andata in palestra.

Ci vado tutte le mattine, ormai.
Ho scoperto che, non solo mi dà energia, ma mi svuota anche di buona parte di cattivi pensieri, rabbia repressa, cose.

Però, poi, la sera, ho pianto.
Ho pianto perché mi sono sentita una fallita, è chiaro.
Non è così difficile farmi sentire così.

Funziona così con noi insicuri.
Al minimo soffio di vento, voliamo in terra che è una meraviglia.
Hai voglia a passare le ore davanti allo specchio o davanti a una tastiera a dire/scrivere le meglio cose su di noi.
Parole parole parole perché così cazzo se lo dico ad alta voce vuoi vedere che, magari, poi, ci credo anch'io?

Ho riletto le prime cinquanta pagine e, da che mi pareva una figata, ora penso "eh sì, certo che l'hanno scartato, fa cagare."

Solito circolo vizioso di merda.

Domani mi passa, eh?
Oggi mangio le patatine.
Poi vado a fare il mio lavoro precario del cazzo che, sì, va bene, mi piace, ma vuoi mettere avere un contratto vero sotto il culo? Eh? Vuoi mettere?

Sì, voglio mettere che fotte sega, ecco cosa voglio mettere.
Io voglio scrivere.
I vostri contratti potete anche ficcarveli lunghi lunghi su per il culo, belli belli arrotolati e occhio a non tagliarvi che la carta, sapete, è infida e quelle sono parti delicate.

Ma dì, non ti piacerebbe lavorare in un supermercato? Eh? Magari all'Esselunga, no? O un bel call center, dai. Tipo quello in cui hai già lavorato, no? Dove dovevi solo rendere accettabile per te stessa il fatto di passare tra le sei e le otto ore al giorno a cercare di inculare la gente, cosa vuoi che sia. C'è chi lo fa per tutta la vita, no?

Giuro che la gente non la sopporto più.
Vorrei essere piena di me il tanto che basta per lasciarmi scivolare tutto addosso.

Poi vado in biblioteca e succede questo.
Consegno i libri e il tizio li guarda, sorride e mi chiede se sto studiando qualcosa.
Tengo a freno la voglia di rispondere "non sono stracazzi tuoi" e mi dico "dai, dillo, dai, una buona volta, osa dire quello che cazzo fai, no?".
Scrivo, dico, allora.
Mi sto documentando, aggiungo.
E non l'avessi fatto mai.
Questo mi attacca un pippone - siamo colleghi, mi dice, e poi mi racconta PER FILO E PER SEGNO la trama della sua ultima fatica, di quella precedente, dei suoi contatti AUTOREVOLI, dell'importanza di trovarsi un agente (per poi pubblicare con una casa editrice a pagamento che, non solo ti chiede soldi, ma poi ti paga con un buono sconto spendibile in libri e due mortadelle coi pistacchi) - che sembra non finire mai e poi ha la brillante idea di concluderlo dicendomi "ma tu lo sai che con la scrittura non si campa, vero?".
CRISTODIDDIO.
Ma ti ho chiesto un'opinione, io?!
Ti ho PER CASO assunto - inconsapevolmente - come mentore/salvatore/consigliere ufficiale?!
Certo, con la scrittura non si potrà mai campare se quello che scrivi FA CAGARE AL CAZZO.
Avrei voluto dirglielo, lo giuro.
Ma ferirlo - peraltro ingiustamente, poiché non ho mai letto una sola riga di ciò che scrive - non avrebbe cambiato nulla.
Certo, che campare con la scrittura sia difficile ai limiti dell'impossibile lo so anch'io, santa pazienza.
Ma mi volete mollare, un po'?
Mi volete lasciare in pace, giacché sto cercando di CREDERE IN ME STESSA pur non essendo particolarmente abile a farlo?

E poi ci siete voi, che mi chiedete di leggere ciò che scrivo ed io che dico sì sì ma dentro di me penso no no perché non lo so se poi vi piace e se non vi piace anzi se poi vi fa proprio schifo io che faccio, eh? Che faccio? No perché io non ce l'ho questa cosa di sentirmi la più figa in terra, non ce l'ho, capito? Non lo so cosa cazzo sia successo durante la meiosi, ma non ce l'ho.
Mi manca, proprio.

Forse oggi sarei più felice se invece di tutta questa intelligenza mi avessero trasmesso un po' di, chessò, ESTROVERSIONE.
Esuberanza, problem solving, proattività, predisposizione al lavoro di gruppo e mannaggiaacristo.

Buona giornata, comunque.

Ah, e mi iscriverò a boxe.
Perché lo so, lo sento, che prima o poi mi tornerà utile saper tirare un gancio come si deve.

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giovedì 10 gennaio 2019

All'alba del 2019

Scrivo.
In realtà no, non scrivo.
Cioè sì, ma non nel modo che vorrei.

Sono quasi due mesi che non mi faccio viva da queste parti e, come ogni volta che ci si incontra con qualcuno che non si vede da tempo, c'è una specie di imbarazzo tra noi.
Una sottile patina ci divide, come quella che si crea sulla zuppa quando si è raffreddata.
Non so a voi, ma a me fa anche un po' schifo.
Perciò strappiamola e facciamola scivolare lunga lunga nel cesso.

Sciaf.

Ho pochi minuti per raccontarvi che ne è stato di me in questo lasso di tempo andato, quindi utilizzerò il mio rinomato dono della sintesi.

-Stanotte ho sognato che facevamo l'amore.

-Ah sì? Racconta, voglio sapere tutto.

-Ma niente, eravamo a letto, una toccatina qui, una toccatina lì e fine.

-...

A dicembre ho lavorato in una libreria. Il cartello diceva "cercasi commessa per periodo natalizio" ma la direttrice mi ha subito prospettato la possibilità di rimanere, poiché a gennaio si sarebbe liberato un posto. Vi lascio immaginare la mia gioia.
Cioè io. che. lavoro. in. libreria.
Va bene. Ho dato il meglio di me. Sono stata così sfigata che mi sono fatta praticamente tutto il mese con l'influenza, ma niente poteva fermarmi.
Cioè io. che. lavoro. in. libreria.
Il sogno è durato poco. Dopo tre settimane si è scoperto che una tizia - con contratto a tempo indeterminato, una cosa che oggi si può dichiarare in via d'estinzione - aveva chiesto il trasferimento lì e quindi ciccia.
Ho pianto. Parecchio, pure.
E per settimane mi sono trascinata dietro un enorme carico di senso di fallimento, frustrazione, inutilità.
Poi è passata, ed eccomi qui.

Questo è l'anno del cinghiale.

Ha detto la mia insegnante di yoga*, stamattina.

Il che significa che è l'anno delle scelte.

Ah.

Quest'anno dobbiamo scegliere la nostra strada. Quella giusta, possibilmente.

Ha il senso dell'umorismo, lei.

E quindi niente, alla fine sono contenta che non mi abbiano tenuta. Perché, mi sono detta, forse è proprio così che dovevano andare le cose. Perché io la mia strada l'ho già scelta, cinghiale più, cinghiale meno. E la libreria mi ha tenuta lontano da lei per oltre un mese. E da voi, anche.
Buon anno, cinghialotti.
E non dimenticatevi di fare la vostra scelta, se no chi la sente la mia insegnante di yoga.

*Il mio yoga è differente. E' una disciplina giapponese, pare. Ecco perché l'anno del cinghiale. In Cina invece è l'anno del maiale. Ma cambia poco, ha detto lei. Cinghiale, maiale, stessa famiglia, siamo lì. Comunque il mio yoga è proprio figo.

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domenica 26 agosto 2018

Sono una persona difficile.

È vero.
Non sono estroversa ed espansiva, non parlo di me con cani e porci, tendo ad osservare la gente a lungo prima di aprirmi - e spesso non lo faccio - , sono molto, molto selettiva, non mi interessa avere una lunga lista di finte amicizie solo per avere qualcuno da chiamare quando mi annoio, non mi piacciono le persone superficiali - ma non per questo non mi piace divertirmi - , non amo essere al centro dell'attenzione, non sono l'anima della festa, spesso preferisco ascoltare piuttosto che parlare - quello lo faccio solo se ho davvero qualcosa da dire, che questa sia o meno in accordo con chi tiene le redini del discorso - , non muto la mia opinione per compiacere il prossimo, non m'interessano gli stupidi, non sopporto chi non ascolta, non guardo la televisione - nemmeno ce l'ho - , non seguo le mode, mi tedia girare per locali a spendere tre volte tanto il giusto prezzo per una birra solo perché "figa hai trent'anni cazzo fai stai a casa il sabato sera", tendo a non fidarmi della gente, odio lamentarmi e chi si lamenta, per questo non parlo quasi mai dei miei problemi e mi tengo tutto dentro finché non esplode in un fragoroso boom che mi sfrangia gli organi interni, disprezzo i presuntuosi, non tollero i maleducati e chi mi manca di rispetto, ho molta pazienza, ma se la perdo non la recupero più, difficilmente perdono chi si prende gioco della mia fiducia, ho poca autostima e tendo a svalutarmi, per questo non sono per niente brava a "vendermi", non so fingere e fatico a mentire, infatti se mi stai sul cazzo magari non te lo dico ma, fidati, me lo leggi in faccia, detesto l'ignoranza, detesto ignorare, faccio presto a sentirmi piccola, a volte sono arrogante, non mi piace essere criticata, ma rifletto sempre su ogni critica che ricevo, sono competitiva e non so perdere, a volte mi arrabbio per delle minchiate, ma non smetto mai di lavorare su me stessa. Amo leggere, scrivere, i miei gatti, gli animali tutti, le patate, la musica, cantare, la natura, il silenzio, me stessa.
Sono stata timida, poi spaccona, poi timida e ora non lo so che cosa diavolo sono e, francamente, nemmeno m'interessa.
Mi sento sola. A volte sto così male che, davvero, vorrei prendere il telefono e chiamare una mia amica solo per sfogare quel dolore che mi emigra dentro, ma non lo faccio. Lei è troppo impegnata, lei è appena diventata mamma, lei è lontana ed è troppo tempo che non parliamo più, lei ha già i suoi problemi. Allora apro un libro e leggo, talvolta scrivo, ma è ormai da tempo che non sono più così brava a lamentarmi con le pagine bianche. Scorro i social degli altri e vedo gruppi di amici sorridenti che stanno insieme, si divertono, si taggano, vanno in posti. Poi guardo la mia e ci trovo citazioni dei libri che mi piacciono.
Mi chiedo se forse, davvero, non sono sbagliata io.
Sono una ragazza problematica, han detto. Ed io so che l'hanno detto perché, semplicemente, non sono riusciti a scalfirmi. Oggi ho trent'anni e posso dire di essermi fatta da sola. La mia famiglia è quello che è e, vaffanculo, non intendo lasciarmi giudicare per questo. Sfido qualsiasi stronzo snob e paraculo come voialtri che avete sempre il giudizio pronto a farvi un solo anno dell'adolescenza che mi sono fatta io e vedere come cazzo ne venite fuori. Io, che possa strozzarmi con la saliva in questo preciso istante se dico stronzate, ho duecoglionicosì. E sì, va bene, ho lasciato la scuola a quindici anni e a venticinque mi sono rimessa in gioco, mi sono iscritta a corsi serali comunali, ho dato due esami da privatista studiando due anni di programma in uno e lavorando nel frattempo, mi sono fatta la quinta statale, dove la metà dei professori che avrebbero dovuto formarmi vedeva noialtri disadattati del serale come dei poveracci ignoranti sottolamedia e nessuno, nessuno mai, durante questo percorso, si è reso conto di quanto coraggioso e importante fosse quello che stavo facendo. Quando ho comunicato il mio 93/100, mia madre mi ha detto "brava, finalmente hai finito, adesso posso chiederti un favore?" e mio padre "sapevo che ce l'avresti fatta". Notare, che qualche anno prima mi aveva detto "a cosa ti serve iscriverti a scuola, impegnati piuttosto nel lavoro che fai", contribuendo a ritardare di altri tre anni la mia decisione, perché ero solo una povera stupida che faceva sempre, sempre quello che gli altri si aspettavano che facessi. E no, va bene, non ho fatto l'Università. E forse non sono la fidanzata bionda, estroversa, di buona famiglia, laureata con lode che avresti voluto per tuo figlio. Però sono intelligente, sveglia, onesta, buona e so fare un mucchio di cose. E va bene, magari non parlo molto, magari non do fiato alle trombe solo per dimostrare che ho le tette più grosse delle tue, magari non sono così brava a fingere - qualità oggi ritenuta indispensabile - , però sono forte e mi sono tirata fuori dalle situazioni più di merda che tu, povera bigotta ipocrita del cazzo, non sei nemmeno in grado di immaginare. È facile parlare quando si hanno avute tutte le possibilità, difficile comprendere che possono esserci difficoltà diverse, che una ragazza può essere stata costretta a fare le scelte che ha fatto, perché a quindici anni io ero già grande, dovevo esserlo, non avevo altra scelta. Certo, tutte queste cose tu, voi, non le sapete perché io non ve le ho dette. Ma, come accennavo poco fa, io a vendermi non sono per niente brava.
È facile giudicare al primo colpo d'occhio perché a guardare - guardare veramente - ci vuole tanta, troppa fatica.
Meglio giocare con lo smartphone, no?

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martedì 15 maggio 2018

Sono le dieci del mattino

E i programmi per questa mia fantastica giornata attualmente sono:
-scrivere questo post
-leggere l'articolo di copertina di Internazionale
-andare in palestra a sfondarmi di braccia e addominali (e, forse, avventurarmi per la prima volta verso il corso di PILOXING; non chiedetemi cosa cazzo sia perché non ne ho idea. Diciamo che, sulla base delle mie conoscenze palestritive, posso supporre che si tratti di un mix tra Pilates e Boxe. Però diciamo anche che non ho idea di cosa sia Pilates, quindi le mie supposizioni sono pressoché inutili. Vi saprò dire.)
-nutrire il cervello di un dodicenne per un paio d'ore
-nutrire il cervello di un quindicenne per un paio d'ore
-passare l'aspirapolvere
E poi credo di poter affermare che, a quel punto, la giornata starà volgendo al termine ed io potrò infilarmi nuovamente sotto le coperte, afferrare il best-seller di turno e dirmi che sì, anche oggi non ho pensato a cosa voglio fare della mia vita.
Che peccato.
Non ne ho avuto il tempo, si capisce no?
A volte mi domando perché il mio telefono mi comunichi di continuo che tempo fa, quanti gradi ci sono e tra quanto passa l'autobus sotto casa. Cerca per caso di lanciarmi qualche messaggio subliminale? Vuole per caso che io faccia qualcosa?
Non so.
Settimana scorsa ho fatto un colloquio di lavoro.


e qui tocca fare un preludio

Nell'ultimo post in cui vi ho parlato dei cazzi miei (sì, lo so che non lo faccio spesso e che il più delle volte i miei post sono un flusso di coscienza depressincazzata di cui voi non capite assolutamente niente), avevo accennato al fatto di avere tre lavori. Beh, sintetizziamo il tutto dicendo che uno dei due lavori l'ho piantato perché me ne si stava concretizzando un altro (il secondo) che poi alla fine non si è concretizzato e quindi mi è rimasto il terzo (che però non è sufficiente a pagarmi l'affitto). La cosa negativa è che ho pianto per cinque minuti sentendomi una fallita. La cosa positiva è che ho smesso di fumare perché io "i soldi a quelli lì non ce li do più". Che è un ragionamento da cinquenne ma la cosa non mi tocca anzi posso dire che me ne compiaccio perché i cinquenni sono meglio dei trentenni e comunque fumare fa male, ecco. Quindi, in pratica, sono di nuovo alla ricerca di un lavoro. Anche se, a dirla tutta, non mi sto particolarmente impegnando perché non sono affatto sicura di voler trovare un lavoro. E non sono nemmeno sicura di voler fare l'Università (però sono andata a informarmi). Non sono sicura di voler creare un blog serio -senza offesa per il mio swanza- e dedicarmi completamente a quello che una volta, ne sono sicura, era il mio sogno. Non sono sicura di rimettermi in gioco con la musica. Non sono sicura di voler piantare tutto e andare a cercare me stessa in un altro posto, lontano da qui.

preludio's end

E quindi niente, ho fatto 'sto colloquio. Ed è vero che l'ho fatto proprio alla cazzo di cane, eh. Volevo boicottarmi da sola, pare. Non mi sono preparata per niente, non sono nemmeno andata a vedere che cazzo facessero in 'sta azienda, niente. Mi sono presentata lì senza nemmeno un filo di trucco dicendomi che vaffanculo ho passato gli ultimi mesi a preoccuparmi di come apparire, di sembrare figa e al passo coi tempi perché il-cazzo-di-mondo-reale-chiede-questo, di frequentare i posti giusti, sistemare i capelli nel modo giusto, pubblicare le foto giuste ed essere giustagiustagiusta e quindi oh, se mi volete in questa azienda che fa non-so-cosa-e-me-ne-sbatto mi prendete così. E alla fine, ecco, mi fanno LA DOMANDA.

"Ma tu, se potessi scegliere, cosa vorresti fare?"

Allora, in primis, sticazzi. Il mio cervello ha fatto tipo "oh, ma sfigato. ma tu se potessi scegliere, dì un po', staresti qui di fronte a me con quel cazzo di gilet grigio-topo e la riga di lato a farmi 'sta domanda del cazzo, oppure te ne staresti beato su una spiaggia, con in mano una birra ghiacciata e nessun fottuto pensiero in testa?". Sticazzi l'ho già detto?
Poi credo di aver aperto la bocca per far entrare un moschino che, l'avevo visto, stava proprio cercando un posto caldo e umido dove passare la notte e aver fatto "beeeeh". No, non stavo imitando il verso di un ovino. Cercavo di prendere qualche secondo per elaborare una risposta plausibile e alla fine mi è uscito qualcosa tipo "valorizzare le mie competenze, imparare, crescere professionalmente"... ARIA FRITTA.
Perché alla fine, io, cosa voglio fare NON LO SO PERDIO.
A me piacciono un sacco di cose e sono brava in un sacco di cose ma non chiedetemi che lavoro io voglia fare perché non lo so.
E forse è proprio questo il problema. Anzi, uno dei problemi, non minimizziamo.
E quali sono 'sti problemi? Vediamoli insieme, che oggi non so che mi è preso, le dita vanno da sole.

Problema 1) Io so benissimo cosa non voglio fare e vagamente cosa mi piacerebbe fare. E quello che mi piacerebbe fare NON è una cosa sola (tipo voglio fare l'avvocato, il veterinario, l'onicotecnica), giusto per aggiungere un capitolo alla saga idee-chiare-mai-eh?. Mi piacerebbe fare UN SACCO di cose, questa è la verità. O almeno credo, perché non è che io le abbia provate tutte per potermi permettere di dire che mi piacerebbero. Voglio dire, bisogna provare nella vita, no? Cioè, volete dirmi che non capita mai a nessuno di dire "voglio fare l'avvocato", studiare millemila anni per poi scoprire che fare l'avvocato gli fa cagare? Quindi io posso solo dire, a spanne, cosa credo che mi potrebbe piacere. Poi, boh. Fatemi provare.

Problema 1bis) Se non hai le idee chiare, non sai stare al mondo. Se non hai un obiettivo (uno e uno soltanto) da perseguire, non sarai mai nessuno. Se preferiresti sperimentare, viaggiare, scoprire, vivere con poco invece che elaborare un business plan della tua vita, finalizzato al profitto sempre crescente, sei una sega.

Problema 2) Mi ruga tantissimo che la vita delle persone debba essere basata (e giudicata) al novanta percento sul lavoro che fanno. Cioè, quando incontri una persona è come ti chiami, quanti anni hai, di dove sei, CHE LAVORO FAI. E nella maggior parte dei casi se il lavoro non è giudicato interessante la conversazione si conclude lì. Ma cristo. Io non sono il mio lavoro. Io sono una persona, ho degli interessi, dei talenti, magari sono anche simpatica ma se non ho un lavoro interessante, morta lì. Next one.

Problema 2bis) La seconda cosa su cui si basano i giudizi e i conseguenti rapporti con le persone sono gli studi fatti. Ok, non hai un lavoro interessante? Beh, però studi, no? Stai facendo il quinto-master-and-commander-dottorato-ricerca-di-sto-cazzo, giusto? Ah, no? Ok, next one.

Problema 3) Se non sei estroverso, non sei nessuno. Puoi essere falso, ipocrita, malvagio però, ehi, ma quanto sai essere brillante in mezzo a un gruppo di persone? Poco importa che tu non stia assolutamente ascoltando cosa dice il tuo interlocutore, se sai fare le domande giuste al momento giusto, le battute giuste al momento giusto, è fatta. Tu sei il top. Sei introverso? Non ami parlare giusto per far prendere aria alle tonsille? Preferisci conoscere meno persone ma in modo più approfondito? Non ami intrometterti nei discorsi degli altri solo per dimostrare di aver qualcosa da dire? Preferisci evitare le chiacchiere inutili? Beh, ma cazzo. Impara a stare al mondo, no? O altrimenti rifugiati in qualche borgo di montagna in mezzo ai vecchi e parla con le mucche.

Problema 4) Io non so più se le mie scelte sono state e sono ancora guidate da quello che realmente voglio io oppure se sono tutte frutto del mio bisogno di riscatto. E' triste, non trovate? Io non so se voglio veramente fare l'Università oppure se voglio farla solo per dimostrare al mondo che gnegne, l'avreste detto voi? Io, cresciuta in periferia, con due genitori diciamo "maldestri", ai margini della società, tra quelli che la scuola ama "scremare" per non doversene occupare, laureata? E magari col massimo dei voti? NOMADICOAVETEVISTO? E perché adesso non fate tutti un simpatico suca-suca? E la stessa cosa si applica al resto: perché voglio un bel lavoro? Perché penso di fare questo quello e quell'altro? Mi piace? Voglio ottenere dei risultati che mi daranno soddisfazione? Oppure voglio solo riscattarmi e dimostrare a tutti che non sono una fallita ignorante?

Problema 5) La paura del tempo che scorre. Sì, perché io sto sempre a pensare al dopo. Ok, mi iscrivo all'Università, e poi? Cioè, se mi iscrivo adesso vuol dire che, se va bene, mi laureo a 36 anni. E il resto della vita? E se poi voglio un figlio? No, perché, mica posso fare un figlio se sono troppo vecchia, poi. Poco importa che io adesso un figlio non lo vorrei manco se mi bussasse alla porta una cicogna e mi dicesse "ehi, solo per te oggi c'è un'offerta speciale, ti lascio due poppanti al prezzo di uno e ti evito anche di tirare giù santi e madonne per nove mesi: pensaci, niente pancia esplosiva, niente mal di schiena, nausee, piedi gonfi, vagina che si allarga... solo un paio di neonati freschi freschi e già lavati, con i tuoi geni, eh? Chiaro.". E se poi non mi piace? E se mi nego cose belle per studiare e poi non mi serve a un cazzo? E se sticazzi?

Problema 6) Io non ho mamma e papà che finanziano le mie cazzate. Le mie cazzate, signori, sono ufficialmente autofinanziate. 

Sono le undici e mezza e la mia conclusione è che probabilmente andrò in terapia. L'alternativa è che io mi dia alle droghe pesanti nella speranza di lobotomizzarmi il cervello e smetterla di pensare a quale cazzo sia lo scopo della mia vita. Cosasonoquiafarecosasonoquiafarecosasonoquiafare. Mi sembra di essermi rimbecillita. Ma un po' di sana ignoranza, no? Menefreghismo e superficialità? No, non è fattibile. Ho scoperchiato il vaso di Pandora ormai troppo tempo fa. Non c'è più tempo per ritrattare. Non si torna indietro. Vivere come penso di voler vivere io è davvero un macello, lasciatemelo dire. Non fai in tempo a connetterti con te stesso che, boom, cambia qualcosa. Ed io devo avere qualche seria difficoltà. Forse mi odio. Lo penso perché ogni volta che vado a yoga e l'istruttrice dice "ok, adesso sentitevi", piango.
Se sentirmi mi fa questo effetto forse non è proprio un buon segno.

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venerdì 9 marzo 2018

Io mi impegno sempre in quello che faccio

Esempio banale.
Se decido di non mangiare, non mangio.
Frega un cazzo che sono qui a letto con lo stomaco che urla tipregodammidelcibotroiadimerda.
La verità è che sono incazzata.
Anche per questo mi sono impegnata.
Che non si dica che non mi applico, poi.
Sono incazzata perché il passato ancora mi ferisce e ancora mi fa incazzare ed è EVIDENTE che non mi impegno abbastanza nell'obbligarmi a smetterla di permetterglielo.
Non fa una piega, no?
Io odio non impegnarmi abbastanza.
Il punto è che penso di potermi impegnare in un numero finito di cose alla volta.
Devo ancora capire che cazzo di numero è, ma va bene.
Un passo per volta.
Ho iniziato un nuovo lavoro. Una sfida del cazzo, lasciate che ve lo dica.
E secondo voi quanto mi sto impegnando per farcela?
Troppo.
E secondo voi ce la sto facendo?
No.
E secondo voi ce la farò?
OVVIO.
Perché io mi impegno sempre in quello che faccio, che cazzo ve lo dico a fare.
La verità è che scrivere un numero imprecisato di "cazzo" mi mette di buon umore.
E in questo momento ho davvero davvero bisogno di un po' di buon umore del cazzo.
Quando ero piccola piangevo perché non mi sentivo capita.
Non riuscivo a capire per quale cazzo di motivo non esistesse una o anche solo mezza fottuta persona al mondo che si dimostrasse in grado di capirmi.
Sarcazzo.
Ora non piango più, certo.
Ora l'ho capito che capirsi è utopia pura.
A malapena si riesce a capire se stessi, figurati un po' se devo rompermi il cazzo per capire qualcun altro.
Ciao, proprio.
La verità è che vorrei davvero capirti, per quello che mi hai fatto.
Mi sono impegnata veramente un sacco in questo.
Però forse non abbastanza.
Forse, mentre cercavo di impegnarmi per capirti, non mi accorgevo di aver raggiunto il numero X di cose in cui potevo impegnarmi e, ops, bersaglio mancato.
Non hai vinto quel cazzo di peluche, Ade.
Riprova domani.
Boh, io domani ci riprovo anche.
Però che cazzo.

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lunedì 13 novembre 2017

L'altro giorno

Qualcuno mi ha detto che il mio blog è impossibile da leggere perché c'è troppa rabbia dentro.
Io ho ascoltato in silenzio perché, onestamente, non avevo niente da dire.
Quella persona mi ha deluso, questa è la verità.
Capita spesso, con le persone. Non trovate?
Sì, è vero. Qui dentro ci metto un sacco di rabbia. Ma vi immaginate cosa potrei combinare se non lo facessi?
Io sì.
È sempre stato così, per me.
Ho iniziato ad essere arrabbiata intorno ai tredici anni, quando tutto il mio mondo è crollato ed io mi sono ritrovata immersa in quelle acque torbide e maleodoranti, in balia di onde alte quasi quanto il cielo.
Cosa potevo fare?
Scrivevo, ecco cosa facevo.
Perché ero una ragazzina silenziosa e timida, che non diceva mai quello che pensava e lasciava che tutto le scivolasse addosso, almeno in apparenza.
Dove altro avrei potuto mettere tutta quella rabbia, se non su carta?
Scriverla mi permetteva di non lasciarmi sopraffare da lei.
Scriverla mi dava speranza.
Con il tempo la rabbia si è affievolita e ha lasciato spazio a qualcosa di molto più brutto: la rassegnazione.
Non ricordo granché del mio passato, poco è rimasto nitido, quasi tutto risulta sfocato.
Però ricordo il giorno in cui la rabbia è tornata a farsi sentire, salvandomi da un'esistenza triste e finta.
È stata lei a permettermi di cambiare tutto. Sempre lei a non lasciarmi affogare nella disperazione.
Come potrei demonizzarla? Sarebbe davvero ipocrita da parte mia.
Certo, la rabbia non è un sentimento facile da gestire. Ed io non lo faccio sempre benissimo, anzi. Negli ultimi mesi ho ricevuto così tante sferzate che, a un certo punto, non sono più riuscita a controllarla e lei ha preso il sopravvento.
Io lo so, e credo che già questo sia un vantaggio. Ora devo solo sforzarmi di riprendere il controllo. E ci sto lavorando.
Nel frattempo mi isolo, perché semplicemente sono fatta così.
Qualcuno mi ha detto che è impossibile starmi accanto, perché qualsiasi cosa mi fa arrabbiare.
È vero, non posso negare di essere tanto, tanto arrabbiata.
Però posso dire una cosa.
Se un amico mi dice "sono arrabbiato" io gli chiedo perché.
Se lui non ne vuole parlare, io lo rispetto. E parlo d'altro.
Se si comporta da stronzo, glielo dico.
Se qualcuno parla male di lui, però, lo difendo. Perché so che non è colpa sua.
E se lui non mi telefona, lo chiamo io.
Non lo lascio solo, per quanto stronzo/orso/rabbioso possa essere. Io rimango lì, gli faccio sentire la mia presenza. Perché so che, quando sarà pronto, si lascerà aiutare. Oppure semplicemente mi userà per sfogarsi o per avere un consiglio o un punto di vista.
Se sparisco, non sono un'amica. Sono un egoista. Il che va anche bene, perché lo siamo tutti, alla fine. È questo che ci muove nel mondo, no?
Il fatto che io ancora rimanga delusa, significa che dentro di me nutro ancora qualche speranza che non sia così. Perché, dannazione, io non sono così. Ci sarà qualche altro coglione come me su questa terra, no?
Ma ora voglio lanciarmi una sfida: quante delusioni ancora sarò in grado di sopportare, prima di diventare DAVVERO una stronza cinica disillusa?
Must-see.

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venerdì 21 luglio 2017

Somewhere you belong, Ches.

...Do you feel cold and lost in desperation?
You build up hope
But failure's all you've known
Remember all the sadness and frustration
And let it go
Let it go...

2003, Alcatraz, Milano. 23,00€.

C'è il primo concerto di una piccola rocker arrabbiata.
In mezzo alla folla, occhi e orecchie puntati su di te.
Le lacrime.
Il desiderio di essere anch'io, un giorno, su un palco come quello.
Le tue canzoni nella mia testa.

...I'm tired of being what you want me to be
Feeling so faithless, lost under the surface...

Ciao, Chester.

Per anni sei stato, inconsapevolmente, uno dei miei innumerevoli mariti.
È giusto che ora, finalmente, tu lo sappia.



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giovedì 28 gennaio 2016

E mi capita spesso

Di attraversare la strada senza guardare.
Forse sono un po' più svampita di quanto io creda.
Forse quel desiderio di lasciarmi morire che ha accompagnato la mia adolescenza e che credevo estinto in realtà si è solo sopito da qualche parte dentro di me.

Ed ero seduta al tavolo del salotto, al secondo bicchiere di vodka e alla quinta sigaretta dell'ennesima giornata in cui avevo promesso a me stessa che non avrei fumato più perché non è così che voglio essere, non è così che voglio che vada.
E invece eccomi lì, la testa ciondolante, i pensieri confusi, i piedi sulla sedia, il cappuccio in testa, la nausea imminente.

Se solo sapessimo accontentarci.

Dico alla donna che mi sta seduta di fronte, la più forte che voi potreste incontrare.

Mai.

Mi risponde lei.
Ed io so che ha ragione, che c'è stato un tempo in cui ero bravissima ad accontentarmi, la migliore del mio corso.

E così maledettamente infelice.

Vorrei risponderle e dirle che ho capito, che so cosa voglio e che so come ottenerlo, ma mi viene da vomitare e allora mi alzo e mi gira la testa e non posso far altro che buttarmi nel letto così come sono, senza levarmi il mascara dagli occhi, senza togliere dal mio viso la patina di questa giornata che mi ha impregnata di pensieri nefasti e allora mi avvolgo nella mia coperta morbida e vaffanculo tutto, vaffanculo tutti, vaffanculo io e vaffanculo pure tu.
La stanza è fredda e ho il respiro pesante.

Però adesso mi addormento, dai.

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martedì 17 novembre 2015

Credo negli esseri umani

Che cosa facciamo quando abbiamo paura?
Cerchiamo qualcuno a cui dare la colpa.


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domenica 23 agosto 2015

Un pensiero al giorno

Per trenta giorni.
E cosa resta, poi?
Un quaderno azzurro, mille cose non dette, cose che non saprai mai, cose che non ti interessa sapere.
E va bene così.
Le ferite restano in superficie. E col tempo svaniscono anche da lì.
La consapevolezza di essere sulla strada giusta mi rende forte.
Sapere che la mia felicità dipende da me e da nessun altro mi rende libera.

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giovedì 20 novembre 2014

Non sono il tipo di persona

E questa volta non sto cantando una canzone. Sto per tirare fuori un pezzo di Ade che odio. Un pezzo di Ade che tengo solo per me, perché è una palla. È patetica. Ed io non la voglio, qui. Ma adesso mi serve, ne ho bisogno. Devo metterla qui perché non so dove altro metterla. E se non mi decido a metterla da qualche parte finisce che mi logora dentro. Perché è una bastarda, lei. Una troia.
E allora eccola. Non sono il tipo di persona che piange davanti agli altri. Non sono il tipo che si lascia consolare, magari abbracciare. Non sono il tipo che cerca la preoccupazione del prossimo. Anzi, la evito. Per questo non dico quanto mi sento stupida. Quanto mi sembra di aver buttato via un pezzo della mia vita. Non dico che mi sento uno schifo quando vedo quello sguardo, nelle persone. Quello sguardo che è un misto di pena e superiorità. Perché ho ventisette anni e mi sembra di avere alle spalle solo merda. Mi sono iscritta a scuola perché quando ero ragazzina ero troppo incazzata per poterla gestire, e non l'ho fatto. Non l'ho fatto prima perché ho permesso, per l'ennesima volta, a mio padre di decidere della mia vita. Per questo ho passato sei anni a lavorare nel suo negozio di merda, a fare un lavoro che mi fa vomitare, a permettergli di guardarmi con quell'espressione che non ha mai smesso di usare con me. Quella che usava quando non capivo la matematica. Quella che ha usato quando a tredici anni gli ho detto "io voglio fare musica". Quella che, potessi, giuro che gli staccherei dalla faccia per ficcargliela nel culo. E adesso? Adesso mi sembra di avere due persone dentro. Una che mi spinge e dice "muovi quel culo, sorella. ce la puoi fare". L'altra che, invece, mi guarda come se fossi matta e mi chiede dove cazzo penso di voler andare. Ma la guardi in faccia la realtà? A cosa vuoi che ti serva farti il culo per tre anni? E poi, pensi veramente di potercela fare? Ma non lo vedi che NON ce la fai? Non lo vedi che sei stupida, proprio come diceva tuo padre quando eri piccola? Non lo vedi, eh?
Credevo che liberare la mia vita dalla presenza di mio padre mi avrebbe fatto bene. In realtà, è riuscito così bene nel suo intento, ha lavorato così duramente per fare in modo che io crescessi sentendomi una fallita, che alla fine è proprio così che mi sento. È così che mi sento quando vedo che gli altri ce la fanno e io no. È così che mi sento quando studio e non mi rimane in testa niente. Lui è sempre lì a ricordarmi quanto sono stupida.
E allora non ho voglia di parlare né di uscire né di cantare né di ridere né di chiacchierare né di festeggiare il mio compleanno né altro. Tutto ciò che faccio lo faccio perché lo devo fare. Prendo la mia maschera da Ade serena e sicura di sé e via. Il problema delle maschere è che hanno sempre un prezzo. Ed io lo sto pagando, ora. Il mio corpo crolla spesso e mi costringe a fermarmi. Smettila, Ade. Frena.

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domenica 2 novembre 2014

Volevo dirvi

Che mi avete deluso.
Cioè, ma sul serio credete che mi sia fatta bionda?
Santa pazienza.

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