venerdì 4 ottobre 2019

Estraniarsi

Dal mondo, dalla vita, da tutto.
Ecco cosa mi servirebbe per poter lavorare in pace.
Certo, so che non è possibile.
Dovrei essere tipo un'ereditiera e vivere in un cottage sperduto nella macchia mediterranea (oh ma quanto sarebbe figo?).
In ogni caso, nonostante il mondo e la vita continuino imperterriti a cagarmi la minchia disturbarmi, ho finito il mio secondo romanzo, ormai da qualche settimana.
Cerrado, closed, geschlossen.
Inutile dirvi quanto io sia orgogliosa di me.
Nei prossimi giorni dovrò:
  1. trovargli un titolo
  2. completare la sinossi
  3. stamparlo
  4. inviarlo al Premio Calvino
Sì, perché ho deciso di partecipare anche quest'anno, con questo nuovo lavoro. Determinante per la mia scelta è stata la valutazione che ho ricevuto sul romanzo precedente, che come sapete non è arrivato in finale. L'ho trovata utile e necessaria perché, nonostante non mi sia trovata completamente d'accordo con alcuni dei suggerimenti che mi sono stati dati, mi ha fatto bene sentirmi dire da qualcuno di competente che il mio lavoro è figo, che il mio stile è figo e che ci sono tutti i presupposti per la pubblicazione (salvo alcuni dettagli che secondo loro dovrei cambiare, ma che non cambierò perché sono arrogantella e supponentella).
Comunque, quest'estate, mentre sfrecciavo per viale Monte Ceneri con la mia mountain bike, la mia testolina è stata folgorata da una nuova idea.
E quindi è con immensa gioia che vi comunico, miei carissimi amici, che l'Ade del vostro cuore sta ufficialmente per iniziare il suo terzo romanzo.
Non si scherza un cazzo, qui.
Se non mi sentite, sapete perché (in caso contrario andate a rivedervi il titolo e le prime due righe di questo post).
Cià.

Questo post è stato originariamente scritto su Swanza blog, da Ade. E' possibile copiarlo parzialmente o interamente e modificarlo, basta che il post originale venga linkato

mercoledì 7 agosto 2019

Stamattina dovrei scrivere

Ma il mio umore rasenta il pavimento o forse no, forse sono troppo ottimista, dovrei dire che rasenta il confine sotterraneo della biosfera, per essere precisa al millimetro.
Certo, considerando che ho deciso di fare della scrittura il mio lavoro - per il momento non retribuito, ma va bene -, forse dovrei infilarmi il mio umore di merda su per il culo e costringermi a fare qualcosa.

Dovresti, sì.

Non è detto, poi, che non ne venga fuori qualcosa di buono, anzi, che dico, di ottimo. In fondo è proprio così che tutto è iniziato, no?

Tu, il tuo umore di merda, l'alcolismo e il fortuito incontro con la pagina bianca.

Bello, potrei scriverci un libro.

Guarda che l'hai già fatto, più o meno.

Niente. Sto scrivendo un romanzo che tratta un tema - anzi, diversi temi - delicato e sono sicura che ne uscirà qualcosa di wow. No, che dico, doppiowow.

Se solo tu lo scrivessi, invece di stare qui a cincischiare.

Beh, non sto cincischiando, perdinci. Sto facendo delle chiacchiere con i miei amici, qui. Bisogna pur essere socievoli, ogni tanto, no?
Comunque. Siccome in codesto post vi ho tediati con una delle mie delusioni adolescenziali, ho pensato che potrei raccontarvi cosa è successo dopo, col tizio pelato. Così, per rallegrarvi/ci un po'.
Allora, urge una premessa.
Una delle amiche in questione era fidanzata con un napoletano possidente e insopportabile, proprietario di un grosso bar da qualche parte a Milano, il quale era una specie di Christian Grey dei poveri: geloso, tendenzialmente stalker, maniaco del controllo. Il tizio pelato - che per semplicità  e per non sembrare discriminatoria da ora in avanti chiamerò Ugo - era un suo amico/dipendente che si era appena mollato con la fidanzata con cui stava insieme tipo dai tempi dell'asilo. Insomma, la faccio breve. Ugo ha parlato di questa storia andata male per tutta la sera: i due erano felici, si sarebbero sicuramente sposati, lei piaceva a mamma, eccetera. Io ero in condizioni pietose, non mettevo cibo nello stomaco da circa ventiquattro ore, ero piuttosto avvezza al consumo spropositato di bevande alcoliche e avevo la mia amica che mi faceva il gomitino.
Che poi io la invidiavo un sacco, lei. Ché era proprio il mio opposto. Era fidanzata con la noia in persona e scopava in giro con gente di cui poi non si ricordava manco il nome. Io, invece, di scopare così per sport non ne ero mica capace. Doveva esserci qualcosa di più, qualcosa oltre. E quindi questa sua intraprendenza indifferente me la faceva stimare. Mi faceva pensare "guarda, lei sì che non si fa fottere - cioè, nel senso, vabbè avete capito - dal primo stronzo che passa, lei se ne sbatte".
E quindi niente, lei mi faceva gomitino e quel gomitino voleva dire "dai figa, fatti una scopata con questo tipo e non pensarci più.".
Così, non so come, alla fine Ugo mi ha riaccompagnata a casa, mi ha infilato la lingua in bocca e probabilmente pretendeva pure di infilarmi qualcos'altro da qualche altra parte. Però niente, picche.
Perché un mascalzone a settimana mi sembrava più che sufficiente. E ciaone all'intraprendenza indifferente, proprio.
Però Ugo era proprio triste, in quei giorni, e gli serviva un diversivo. Così fu organizzata un'uscita a quattro e vabbè, vediamo un po' che succede.
Dovete sapere che ai tempi ero un tantino "maschia". I miei pantaloni preferiti erano di sei taglie in più, adoravo le scarpe da skate (quelle grosse e ciccione) e mi piaceva atteggiarmi da teppista.
Quella sera, però, fui indotta a indossare una minigonna di jeans perché dai, figa, stiamo o non stiamo uscendo col BMW, eh.
Quando Ugo mi vide, come prima cosa strabuzzò gli occhi, poi mi chiese se, per caso, la mia gonna non fosse un pelino troppo corta.

No. Ma. Cosa.

La mia risposta fu, chiaramente, no. No, testina di cazzo, la mia gonna va benissimo così e, se ti crea qualche problema, puoi sempre girare la tua crapetta pelata dall'altra parte. Che poi, dei finti moralismi fatti da uno che la prima sera che m'ha incontrata ha tentato di togliermi le mutande, parliamone.
Della serata non mi ricordo un tubo, però so per certo che Ughino bello è andato in bianco anche quella volta. Fortuna vuole, poi, che io fossi in partenza per le vacanze con mio padre, forse le ultime fatte insieme, così ho potuto evitarmi altre uscite pallose.
Ma Ugo no, non demordeva. A lui 'sta cosa di essere andato in bianco non andava giù, santa pazienza. Così mi scriveva messaggi su messaggi - di un romanticismo stomachevole - e mi coinvolgeva in telefonate serali durante le quali mi chiedeva se stessi facendo la brava, se mi stessi vestendo bene e cose così. Io gli rispondevo a monosillabi, col cervello occupato a guardare Prison Break, togliendomi pezzi di noccioline dai denti.

Che bella immagine.

Lo so.
Una sera, però, la chiamata di Ugo è arrivata in un momento un po' delicato. Tipo che ero leggermente sbronza. Ugo se n'è accorto sì, occhio di falco (cioè, orecchio… vabbè avete capito), lui. E ha cominciato a tirarmi un pippone assurdo che ha raggiunto il suo culmine con "una ragazza non dovrebbe bere, quando torni a Milano dobbiamo fare un discorsetto, perché adesso che sei la mia fidanzatAHAHAHAH."
Cazzo, se ho riso.
Ho riso tanto che Ugo, alla fine, non mi ha più cercata. E si è rimesso con la sua ex, quella che piaceva a mammà.
Tutto questo per dire che, mi raccomando regà, le amicizie sceglietevele bene.
E se la vostra amica del cuore cerca di farvi uscire con l'Ugo della situazione, santa pazienza, non siate accondiscendenti solo perché siete appena usciti da una delusione d'ammòre.
Mandateli tutti in mona. Subito.

Post Scriptum
Il post che avete appena letto è stato scritto tempo addietro dalla signorina Ade Swanza e mai pubblicato. Questa mattina, per vostra immensaggioia, la suddetta l'ha ripescato tra i duemila post iniziati e mai terminati, perché aveva voglia di socializzare con voi ma non aveva il tempo materiale per farlo. Poi venite a dirmi che non vi amo, eh?

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venerdì 2 agosto 2019

Buio pesto

Succede che sei lì, sul tuo letto, nella tua camera, con il tuo computer sulle gambe e una dozzina di libri abbandonati al tuo fianco, una biro, un taccuino, il cellulare, una gatta, una tazza di caffè, due pacchetti di crackers che assorbono l'alcool che è una meraviglia, il sole, il ventilatore puntato, lo sbadiglio cronico, la testa lenta.
Sono giorni che stai tappata in casa a scrivere, a rileggere, a pensare.
Pensare non è bene, lascia che le parole fluiscano veloci, in un percorso unidirezionale senza tappe né fermate né soste per pisciare, lasciale correre per il sistema nervoso, lascia che siano le dita a decidere, molla il colpo, sorella.
La gatta si lecca il culo. Le dai un calcetto perché, dai, cazzo, mi distrai con quel rumore di lingua ruvida che pulisce l'indicibile, vieni, dai, vieni di là che ti do un crocchetto e non spaccare più la minchia.
Bevi un sorso d'acqua, anzi due, un altro caffè, perché no, il caffè ci sta sempre bene.
Buio pesto.
La finestra sbatte, la gatta ti guarda, è in allarme.
Infili le infradito, esci, trascini le piante, ti lasci frustare dal vento che, ti sta avvisando, non ci andrà piano, ha in mente grandi cose, per noi.
La persiana sbatte, il sole si nasconde, il ventilatore è spento, gli antifurti suonano, tagli una mozzarella, un pomodoro, due olive. Mangi in piedi, davanti alla finestra, il vento infuria - te l'aveva detto - le gocce frantumano l'aria e si schiantano a terra con fragorosi cic.
Torni di là, apri un libro, le folate sollevano tende, tendoni, pezzi di ferro instabili sui tetti.
La distruzione pare imminente, saluta tutto ciò che conosci, digli addio o arrivederci, stai pronta ad arrangiarti, dimentica ciò che hai avuto fino ad oggi.
Dì, te ne eri accorta della fortuna?
La gatta dorme e, ogni tanto, muove la bocca.
Devi finire il libro, manca poco, pochissimo.
Quelle parole che aspettavi arrivassero a nutrirti l'anima o a danneggiartela per sempre sono arrivate, un po' miele, un po' fiele, le hai rigirate tra le dita, annusate, leccate, mandate giù.
Ti servivano, è evidente, non riuscivi a concentrarti su nient'altro, in loro attesa.
Dovevano farti da conferma o da boia, come se ogni tuo respiro dipendesse da loro e, in loro assenza, shhh fai piano, inala meno aria che puoi, da brava, fallo per me.
Devi finire il libro, manca poco, pochissimo.
Buio pesto, dove sei?
Ti sei fatto irretire dalla luce, plagiare dal cielo, trascinare dal vento?
Apri gli occhi, bambina.
Il momento è qui, ora.
Ti aveva avvisato, lui.
O no?

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martedì 18 giugno 2019

Mi scappa la pipì ma non ho voglia di alzarmi

E dopo un titolo così, che altro dovrei aggiungere?

Ma una marea di minchiate, mi pare ovvio!

No, non è vero.

Intanto volevo salutarvi: ciao!

Sì, sono pirla.

Ho aperto Office questa mattina e lui mi ha amabilmente ricordato che non aprivo il file del mio romanzo dal trentunocazzodimaggio. Ne vogliamo parlare?
E parliamone.
Mi sono bloccata, regà.
Cioè, sono piena di idee ma mi fanno tutte irrimediabilmente cagare dopo circa quattro secondi che il mio cervello le ha elaborate. Come la mettiamo?
La mettiamo che mannaggiaacristo, no?

Però succedono anche cose belle, e ora ve ne racconterò una. Forse due.
Poco tempo fa io e lui abbiamo partecipato a una manifestazione e, per l'occasione, abbiamo creato un fantastico striscione (il primo della nostra vita!) sul quale io ho voluto mettere una frase - che trovavo alquanto azzeccata - presa da un libro di Michela Murgia che mi è piaciuto molto. E insomma, tutti che ci volevano fotografare perché, chevvelodicoaffare, il nostro striscione era BELLISSIMO. The next day ho pubblicato una mia foto tutta sorridente e giuliva mentre soffrivo come un cane perché porca zozza pesava un cifro tenevo, in maniera molto aggraziata, questo striscione sopra la mia testa.
Indovinate un po' chi mi ha messo il fantomatico cuoricino?
Matteo Salvini!
No, è una cazzata.
Michela Murgia, no?
Tutto io vi devo dire, santa pazienza.
E non finisce qui! Perché, poco dopo, sul suo profilo - della Murgia - compare una foto di lui (stupenda, tra l'altro) mentre sorregge il suddetto cartello.
E niente, mi sono sentita molto emozionata.

Ma non è finita, regà. Perché il meglio arriva adesso.
Qualche settimana fa iniziava la mia crisi creativa e così, presa dalla disperazione, mi sono piantata sul terrazzo a divorare un romanzo meraviglioso: La Figlia della Libertà, di Luca di Fulvio.
Siccome volevo condividere quel momento con quella novantina di cristiani che mi seguono su Instagram, ho deciso di scattare una foto e, dopo qualche giorno, indovinate chi mi ha messo il fantomatico cuoricino?
Michela Murgia!
No, 'rcaccia la miseria!
Luca di Fulvio, no?
E non solo, regà!
Ha lasciato anche un commento e lì io mi sono praticamente pisciata addosso dall'emozione.

Ade, devo dirti una cosa che forse ti lascerà alquanto interdetta. Uno scrittore è una PERSONA come te, capisci? Non è un DIO. Mantieni la calma.

E niente, c'è stato uno scambio di commenti durante il quale io mi sono sentita la donna più fortunata della terra, salvo poi domandarmi se a scrivermi fosse davvero davvero lui e non un membro qualsiasi del suo entourage che si è divertito a percularmi.
Ho deciso di credere che fosse lui. Perché nella vita - mi sono detta - ogni tanto può capitare che succeda qualcosa di bello anche a me, no?

Insomma, questa mattina mentre facevo la cacca scorro Instagram e metto un paio di like a delle foto che mi piacciono, no? Poi inizio a preparare la roba per la palestra e il telefono vibra. Lo guardo. Piego la testa di lato tipo piccione. Messaggio privato di Luca. Rispondo. Risponde. Rispondo. Mi dice: scrivi. Io gli dico: sì.
Metto via la roba della palestra e accendo il computer.

Ora devo salutarvi, regà.
Perché se Luca mi dice scrivi, io devo scrivere.
Pure se mi sembra che tutte le mie idee facciano cagare, pure se mi si anchilosano le dita, pure se mangio troppo kefir e vado in sciolta.
Se Luca ordina, Ade fa.
Fine della storia.

Ps
Se tra voi c'è uno psicologo, un amante e profondo conoscitore della psicologia, un cazzone che a tempo perso si spara Freud, Jung e amici loro, che abbia voglia di fare due chiacchiere con me e aiutarmi a delineare un personaggio che mi sta facendo venire l'orticaria, mi contatti in privato. Oppure potrebbe essermi utile anche qualche titolo. Sto cercando qualcosa sulla psicologia dell'individuo in seguito a un trauma. Ho già letto i Tipi Psicologici e La Psicologia e Patologia dei Cosiddetti Fenomeni Occulti di Jung e Ossessione, Paranoia, Perversione di Freud e non mi sono serviti a un cazzo se non a scoprire che anche nel '900 la gente non ce la poteva fare.

Cià.

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mercoledì 29 maggio 2019

Vado in biblioteca

E prendo raffiche di libri sulla nutrizione, sul mangiar sano, sullo sti cazzi.
E poi mi piazzo sul letto a mangiare patatine.
Quelle schifose, proprio.
Quelle che hanno dentro un mondo di porcate.
Me ne infischio, va bene?

Io sono una contraddizione vivente.

Cosa lo nascondete a fare, tanto lo so che lo siete anche voi.

Il Calvino è andato ed io l'ho scoperto il sedici maggio alle sette e quarantacinque del mattino, mentre bevevo il caffè seduta al tavolo della mia sala/cucina, in pigiama, mezza addormentata.
Ho finto noncuranza, ho detto "pazienza", mi sono messa la tuta e sono andata in palestra.

Ci vado tutte le mattine, ormai.
Ho scoperto che, non solo mi dà energia, ma mi svuota anche di buona parte di cattivi pensieri, rabbia repressa, cose.

Però, poi, la sera, ho pianto.
Ho pianto perché mi sono sentita una fallita, è chiaro.
Non è così difficile farmi sentire così.

Funziona così con noi insicuri.
Al minimo soffio di vento, voliamo in terra che è una meraviglia.
Hai voglia a passare le ore davanti allo specchio o davanti a una tastiera a dire/scrivere le meglio cose su di noi.
Parole parole parole perché così cazzo se lo dico ad alta voce vuoi vedere che, magari, poi, ci credo anch'io?

Ho riletto le prime cinquanta pagine e, da che mi pareva una figata, ora penso "eh sì, certo che l'hanno scartato, fa cagare."

Solito circolo vizioso di merda.

Domani mi passa, eh?
Oggi mangio le patatine.
Poi vado a fare il mio lavoro precario del cazzo che, sì, va bene, mi piace, ma vuoi mettere avere un contratto vero sotto il culo? Eh? Vuoi mettere?

Sì, voglio mettere che fotte sega, ecco cosa voglio mettere.
Io voglio scrivere.
I vostri contratti potete anche ficcarveli lunghi lunghi su per il culo, belli belli arrotolati e occhio a non tagliarvi che la carta, sapete, è infida e quelle sono parti delicate.

Ma dì, non ti piacerebbe lavorare in un supermercato? Eh? Magari all'Esselunga, no? O un bel call center, dai. Tipo quello in cui hai già lavorato, no? Dove dovevi solo rendere accettabile per te stessa il fatto di passare tra le sei e le otto ore al giorno a cercare di inculare la gente, cosa vuoi che sia. C'è chi lo fa per tutta la vita, no?

Giuro che la gente non la sopporto più.
Vorrei essere piena di me il tanto che basta per lasciarmi scivolare tutto addosso.

Poi vado in biblioteca e succede questo.
Consegno i libri e il tizio li guarda, sorride e mi chiede se sto studiando qualcosa.
Tengo a freno la voglia di rispondere "non sono stracazzi tuoi" e mi dico "dai, dillo, dai, una buona volta, osa dire quello che cazzo fai, no?".
Scrivo, dico, allora.
Mi sto documentando, aggiungo.
E non l'avessi fatto mai.
Questo mi attacca un pippone - siamo colleghi, mi dice, e poi mi racconta PER FILO E PER SEGNO la trama della sua ultima fatica, di quella precedente, dei suoi contatti AUTOREVOLI, dell'importanza di trovarsi un agente (per poi pubblicare con una casa editrice a pagamento che, non solo ti chiede soldi, ma poi ti paga con un buono sconto spendibile in libri e due mortadelle coi pistacchi) - che sembra non finire mai e poi ha la brillante idea di concluderlo dicendomi "ma tu lo sai che con la scrittura non si campa, vero?".
CRISTODIDDIO.
Ma ti ho chiesto un'opinione, io?!
Ti ho PER CASO assunto - inconsapevolmente - come mentore/salvatore/consigliere ufficiale?!
Certo, con la scrittura non si potrà mai campare se quello che scrivi FA CAGARE AL CAZZO.
Avrei voluto dirglielo, lo giuro.
Ma ferirlo - peraltro ingiustamente, poiché non ho mai letto una sola riga di ciò che scrive - non avrebbe cambiato nulla.
Certo, che campare con la scrittura sia difficile ai limiti dell'impossibile lo so anch'io, santa pazienza.
Ma mi volete mollare, un po'?
Mi volete lasciare in pace, giacché sto cercando di CREDERE IN ME STESSA pur non essendo particolarmente abile a farlo?

E poi ci siete voi, che mi chiedete di leggere ciò che scrivo ed io che dico sì sì ma dentro di me penso no no perché non lo so se poi vi piace e se non vi piace anzi se poi vi fa proprio schifo io che faccio, eh? Che faccio? No perché io non ce l'ho questa cosa di sentirmi la più figa in terra, non ce l'ho, capito? Non lo so cosa cazzo sia successo durante la meiosi, ma non ce l'ho.
Mi manca, proprio.

Forse oggi sarei più felice se invece di tutta questa intelligenza mi avessero trasmesso un po' di, chessò, ESTROVERSIONE.
Esuberanza, problem solving, proattività, predisposizione al lavoro di gruppo e mannaggiaacristo.

Buona giornata, comunque.

Ah, e mi iscriverò a boxe.
Perché lo so, lo sento, che prima o poi mi tornerà utile saper tirare un gancio come si deve.

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lunedì 20 maggio 2019

Coscienza (politica)

Ieri sera ero a letto che leggevo i programmi elettorali dei vari partiti candidati alle europee e mi sono resa conto - non che non lo sapessi già, per la verità - che il mio rapporto con la politica fa acqua da tutte le parti.
Il primo contatto tra noi - lo ricordo bene - è avvenuto all'incirca vent'anni fa, quando frequentavo la scuola media. La professoressa di italiano e storia ci confidò subito di avere un gatto molto bello e di averlo chiamato Ernesto Costanzo Che Guevara. Nome lungo, per un gatto. Pensai. E pure abbastanza bruttino. Ma alcune mie compagne undicenni, meglio informate di me, in men che non si dica, iniziarono a venire a scuola con queste magliette rosse sulle quali era stampata una faccia nera. L'avevo già vista, sì. Alle bancarelle, in fiera, ne vendevano assai, di quelle magliette. Carine.
Certo, io la scuola me l'ero scelta proprio male male, eh.
Come credo per molti bambini a quell'età, la mia unica preoccupazione fu quella di non separarmi dal mio amichetto del cuore… che, peraltro, mi abbandonò a me stessa neanche a metà del primo anno, cambiando scuola.
I miei compagni di classe erano quasi tutti figli di medici, avvocati, professori e la differenza tra loro e me era palpabile, si percepiva alla prima occhiata.
I professori, poi, la percepivano BENISSIMO.
Quando alzavo la mano - quelle rare volte in cui la mia timidezza estrema me lo concedeva - la professoressa dal gatto importante mi lanciava uno sguardo disinteressato e passava oltre, allargando il sorriso quando a parlare erano le sue pupille dalle maglie rosso fuoco.
Imparai che a nessuno importava di ciò che avevo da dire, e passai oltre anch'io.
A casa mia nessuno leggeva, nessuno parlava con me di ciò che succedeva nel mondo, nessuno si domandava cosa mi passasse per la testa.
O forse sì, chissà. Comunque, a me, non l'hanno chiesto mai.
La mia adolescenza è un buco nero in cui rare volte ho voglia di infilare la testa per vedere se, magari, riesco a trovare qualcosa.
Sono sempre stata un'avida lettrice di romanzi, brava a scrivere, meno a parlare.
La scuola l'ho lasciata a quindici anni perché, anche lì, avevo bisogno di passare oltre.
Lavorare, rendermi indipendente, fuggire dalla periferia, sopravvivere.
Ho ripescato un vecchio diario e ci ho trovato dentro un mio scritto su Dio che terminava con questa frase: forse Berlusconi si è comprato pure Dio.
Ero arrabbiata, allora, e quel sentimento permeava tutto ciò che facevo, ma non ricordo quei pensieri, quelle associazioni mentali. Probabilmente quella frase era nata da un sentito dire, e niente più.
C'è stato un periodo in cui bisognava proprio odiare Berlusconi e - forse, chissà - lo facevo anch'io.
Lasciai un fidanzatino, all'epoca, perché scoprii che aveva appesa in camera la bandiera nazista.
Non sapevo niente, niente.
Però, evidentemente, qualche certezza dovevo averla.
Il mio mondo faceva schifo e non vedevo vie d'uscita percorribili.
Credo che lì sia nata in me la convinzione che, se tutto va male, deve essere colpa della politica.
Tanto sono tutti uguali, mi aveva detto qualcuno.
A votare non ci sono andata mai.
A scuola ci sono tornata a venticinque anni.
Ho frequentato dei corsi serali comunali che mi hanno preparata per dare gli esami da privatista.
Due anni in uno, per risparmiare tempo.
Se fossi stata brava, in tre anni mi sarei diplomata.
Sono stata brava.
Il quinto anno sono passata a una scuola serale statale, per diplomarmi da interna.
Ci trattavano come delle merde, per lo più.
Eravamo scarti della società, poveracci, gente che non era stata in grado di finire la scuola quando avrebbe dovuto, capre ignoranti.
Alcuni professori erano palesemente inadeguati all'insegnamento, gente che veniva a scuola a scaldare la sedia tantochissenefregadiquellilì.
Il mio professore di italiano e storia era - ed è, presumibilmente - un nazifascista.
Tra le altre cose, gli piaceva definire il processo di Norimberga un processo spettacolarizzato.
Mi sono diplomata con 93/100.
Sarebbero stati 100/100 se non avessi perso un anno di crediti, facendo due anni in uno.
Eppure sono uscita da lì che del mondo di oggi sapevo ancora poco e niente.
E ciò che sapevo non arrivava dalla scuola, ma dal fatto che avessi iniziato a informarmi da sola.
Ciò che mi è rimasto, della scuola, non è legato alla miriade di nozioni che sono stata obbligata a imparare a memoria, bensì a ciò che è stato affrontare la scuola, per me.
Ed è un po' triste, fa anche un po' incazzare, se ci penso.
Eppure è così: la scuola mi ha insegnato che se ho qualcosa da dire, è bene che io la dica, anche se mi sembra che nessuno mi stia a sentire, anche se dirla mi metterà contro un sacco di persone. La scuola mi ha insegnato a riconoscere la mia forza, la forza delle mie idee, la forza delle mie parole. La scuola mi ha dato sicurezza e fiducia in me stessa. E non perché, come dovrebbe essere, sono stata guidata da persone che mi hanno aiutata a far nascere in me queste consapevolezze, ma perché ho DOVUTO imparare queste cose, altrimenti nessuno avrebbe parlato per me, nessuno mi avrebbe aiutata ad uscire da lì con un diploma in mano. Ed io volevo quello, il diploma, la prova - per me stessa - che non ero davvero uno scarto della società, un'inetta.
Forse è stato quello il momento in cui la politica è entrata, almeno un po', nella mia vita.
Poi è arrivato Salvini.
Per mesi ho provato disgusto, ma non l'ho detto mai.
Io sono apolitica, pensavo.
Detesto la società ma ci vivo dentro, sono un suo prodotto, non posso fare a meno di lei.
Per mesi non ho detto niente, ho sperato che finisse, che la gente capisse.
Per mesi ho fatto scorrere il dito verso il basso, passando oltre ai post salviniani, convinta che commentare non servisse a nulla, se non a infilarmi in discussioni inutili.
Farmi dei nemici, magari.
E chi ha voglia di farsi nemici? Chi ha tempo?
Poi io e lui siamo andati a Lisbona.
Il nostro host era un ragazzo portoghese che però parlava perfettamente italiano poiché aveva fatto, anni fa, l'erasmus a Roma. In sala da pranzo c'era una parete che ospitava dozzine di adesivi antifascisti. Una sera, davanti a una birra, il ragazzo ci ha raccontato delle sue lotte, della sua ideologia, della sua coscienza politica. Noi ci capivamo poco e niente: Che Guevara, Fidel Castro, Cuba… manco a parlarne. Però eravamo interessati a conoscere i suoi perché.
Il giorno dopo, io e lui ci siamo confrontati e ciò che ne è emerso è stato che non potevamo continuare così.
Quando, qualche giorno fa, gli ho detto che il Ministro stava per venire a Milano, non c'è stato nemmeno bisogno di chiedersi che cosa fare.
Tempo fa ci siamo detti: se non cambia qualcosa, emigriamo.
Oggi ci diciamo: se non cambia qualcosa, cambiamola noi.

Non so per chi voterò il 26 Maggio.
Non so di chi posso fidarmi, ho ancora in testa quel pensiero che mi sussurra: tanto sono tutti uguali… una volta al potere fanno i comodi loro...
Però una cosa la so: stare a casa a indignarmi in silenzio non ha senso.
Io so come vorrei che fosse il mondo in cui vivo.
E' arrivato il momento di dirlo ad alta voce.

PS
Il mio romanzo non è tra i finalisti. Ve lo dico così, di sfuggita, perché non voglio pensarci più e andare avanti. Scacciare i pensieri infimi che provano a convincermi della mia inadeguatezza come scrittrice, e riempirmi, invece, di quelli che vogliono ricordarmi chi sono e cosa so fare.
D'altronde, NEMMENO DIO PIACE A TUTTI.
Ciao belli.

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lunedì 13 maggio 2019

Five days to go

Eh sì, miei adorati.
Tra cinque giorni succederà.
Il momento sta per giungere.
L'attesa sta per terminare.
Vivo in un'allegra bolla di ansia gioconda.
Meno cinque giorni alla pubblicazione dei dieci nomi tra i quali, ovviamente, cerco di figurarmi anch'io.
Mi ci trovo bene, là in mezzo. Emozionata e felice, persino stretta così, in quell'interlinea decisamente poco spazioso.
Si respira aria di festa, lacrime dolci, sorrisi grandissimi.
Immagina, credici, vivilo.
Rendi materia i tuoi sogni.

"Se gli altri non ridono dei tuoi obiettivi, vuol dire che non sei abbastanza ambizioso."

Foglietti gialli con gli angoli piegati dal tempo, appesi qua e là.
Sì, sono stata pronta ad ampliare la mia visione di ciò che posso fare, e l'ho fatto.
Lo faccio ogni giorno, tranne quando ho il pre-ciclo. Perché lì, mi pare ovvio, penso solo a mangiare.
Che ridano di me, poveri stolti. Non sanno che, ahiloro, mi stanno facendo solo un grosso favore.
Che mi vedano come un'illusa, che si diano il gomito, sogghignando, chiedendosi quando crescerò, quando comincerò a vivere la vita vera.
La vita. Vera.
La vita vera è, per me, quella vita in cui sei felice perché fai cose che ti rendono felice.
I clichés lasciamoli a chi ha la fantasia intirizzita, a furia di correre su una strada che qualcun altro ha pensato per lui.

Leggo tanto e mi piace.
A volte penso che vorrei essere più costante, nel mio parlarvi di ciò che leggo.
Ma non è cosa per me, ormai mi è evidente.
Quando ho qualcosa da dire su un libro, lo faccio. Senza sforzi.
Se dovessi impormi di recensirli tutti, di esprimere un'opinione, di catalogarli, di stellinarli, mi annoierei a morte.
Spesso sui libri non ho niente da dire.
Sono miei, punto.
Li ho amati, li ho odiati, mi hanno insegnato qualcosa.
Mi capita, però, di volerne parlare, a caldo.
E quelli sono i momenti in cui, fossi una persona diligente, dovrei prendere nota di quei pensieri fuggevoli e poi buttarli giù, con calma.
Ma non lo faccio mai.
Per esempio, ricordo che "Cattiva" di Rossella Milone, mi ha lasciato delle sensazioni addosso. Sensazioni sgradevoli, per lo più. E non perché il libro facesse cagare, anzi. Ma perché era crudo, reale, vivido, pauroso.
Mi piacerebbe far parte di un gruppo di gente psicotica come me, tipo. Ritrovarci una volta a settimana, una volta ogni due, con un libro in mano, davanti a una torta, una tazza di caffè. E parlare, parlare, parlare. Parlare di libri.
Ma non in maniera intellettualoide, ecco. Conversazioni fluide, scorrevoli, sincere. Non mucchi di parole buttate lì a mo' di ostentazione, esaltazione di cultura, fammi vedere se ce l'ho più grosso io o se ce l'hai più grosso tu ma, dai, cazzo, è evidente che è più grosso il mio, no? Vogliamo davvero discuterne?

Spengo il pc e mi sento brava.
Ciò che sto facendo è fantastico, meraviglioso, appagante.
So che, quando sarà finito, sarà stupendo, la mia chicca, il mio bambino adorato.
All'inizio temerò per lui, lo vorrò proteggere, faticherò a separarmene.
Poi arriverà il momento in cui sarò pronta a gettarlo in pasto al mondo, lasciarlo vivere, permettergli di crescere, affrontando le difficoltà ed uscendone da solo.
E me ne dimenticherò.
Lo porrò in un angolo del mio cuore. Un luogo buio, silenzioso, dolce.
E mi darò al prossimo.

Odio la faccia di quell'uomo. La vedo ovunque, mi snerva. Quel suo sorriso stupido, finto, piacione. Il suo tono di voce fastidioso, quelle parole ripetute, come se stesse parlando a un branco di scemi.
Sì, questo è ciò che siamo tutti, per lui.
Un mucchio di pecoroni, manovrabili, innocui e allo stesso tempo potenti.
Come una mandria di bufali che corre nel vento.
Che schifo, il mio paese.
A volte lo dico, ci penso.
Ma poi so che non fa davvero così schifo, no.
C'è ancora gente decente, da qualche parte.
Sono silenziosi, come me.
Forse è arrivato il momento di smetterla, però, con il silenzio.
Con la muta indignazione.
Con la speranza che prima o poi le persone aprano gli occhi.

Ho letto "Il figlio del secolo" di Antonio Scurati. Un librone di circa ottocento pagine che racconta, in modo più o meno romanzato, la storia di quell'uomo a cui poveri stolti ignoranti ancora oggi inneggiano. Una storia che conoscevo già, certo, ma che mi piace rileggere da diverse angolazioni.
Sono stata male, malissimo.
Il silenzio di quell'aula, era come se ce l'avessi io, nel cuore.
Il silenzio.
Se qualcuno avesse rotto quel silenzio, come sarebbe andata?
Non so, nessuno può sapere.

E adesso?
Davvero si può restare muti, a bocca aperta, con la forchetta piena di spaghetti ferma a mezz'aria per qualche secondo, e poi nulla?
Non lo so, non lo so.
Ma ci penserò, ci sto già pensando.

Piangevo, ieri sera.
Ho ascoltato l'intervento di un medico, Pietro Bartolo, all'Università di Modena.
Un'ora e dodici minuti di atrocità.

Non lo so se la gente davvero non sa queste cose o se, forse, è semplicemente più comodo fingere di non saperle.
Fidarsi di tutto quel che si sente, si vede, si legge.
Io non mi fido, mai.
E non voglio, non posso più restare in silenzio.

Cosa posso fare, però?
Non lo so, non lo so.
Il senso di impotenza mi attanaglia.
Ma non gliela darò vinta.
Non lo faccio mai.

Io odio perdere.
Ma questo voi già lo sapete, no?

Ciao belli.
Grazie per avermi cercata, pensata, desiderata.
Vi abbraccio.

Questo post è stato originariamente scritto su Swanza blog, da Ade. E' possibile copiarlo parzialmente o interamente e modificarlo, basta che il post originale venga linkato
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