lunedì 17 settembre 2018

I'm back, nànànà nànànànànànà.

E così, anche stavolta, l'Ade è tornata a casa.
Bella la vacanza spartana, avventurosa, in mezzo alla natura, eh?
Però che cazzo, è stata l'odissea delle sfighe.
Ve le riassumerò, per allietarvi la giornata e per festeggiare il mio tanto atteso ritorno.
Arriviamo e, cristoddio, il mare è sporco e pieno di piccole, infide meduse trasparenti che porcalamignotta non fatemi parlare. Poi la pioggia. Perfetto, per due scemi che sono partiti in moto e che alloggiano in una tenda minuscola fatta di un tessuto che assomiglia a carta velina, rotta. Ok, ma non perdiamoci d'animo. Compriamo diciotto metri di cordino, due teli impermeabili e costruiamo un accampamento che manco un tifone ce lo tira giù. Magari non bellissimo da vedere, eh? Ma non badiamo ai dettagli.
Si buca un materassino. Ok, tutto bene, usiamo quello da mare.
Si rompe la zanzariera. Ok, non è un problema, abbiamo gli zampironi.
Si rompe la cerniera della tenda. Ok, questa non ci voleva, ma ce la possiamo cavare. Abbiamo quattro spille da balia arrugginite e un poncho giallo di gardaland, rotto. Lo useremo come porta.
Si buca un altro materassino.
Due giorni prima di ripartire - e dopo averle girate tutte - troviamo la spiaggia perfetta: acqua pulita, giusto una medusa ogni tanto, bel fondale. Decidiamo di cambiare programma e di fermarci due giorni in più.
Mi arriva il ciclo in anticipo.
Nuvoloso, freddo, nuvoloso.
Una colonia di brufoli si impossessa della mia fronte.
Sabato, giorno della partenza: un sole che lasciastare.
No, però bello, eh?
E niente.
Ora via abbandono, lasciandovi con un pugno di mosche e una carrellata di foto.
Poi, forse, un giorno, chissà, scriverò un post serio sulle mie vacanze. Così, giusto per fingere di fare qualcosa di utile per la comunità.
Mi siete mancati, cocchi.
A breve ricomincerò a bazzicare i vostri blog, inquietandovi con la mia lugubre presenza.
Cià.

Tecnicismi.
Stralci di spiaggia figa.
Io che faccio la cacca guardando il mare.
Home Sweet Home
Io che scrivo questo post, in condizioni impervie.
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domenica 26 agosto 2018

Sono una persona difficile.

È vero.
Non sono estroversa ed espansiva, non parlo di me con cani e porci, tendo ad osservare la gente a lungo prima di aprirmi - e spesso non lo faccio - , sono molto, molto selettiva, non mi interessa avere una lunga lista di finte amicizie solo per avere qualcuno da chiamare quando mi annoio, non mi piacciono le persone superficiali - ma non per questo non mi piace divertirmi - , non amo essere al centro dell'attenzione, non sono l'anima della festa, spesso preferisco ascoltare piuttosto che parlare - quello lo faccio solo se ho davvero qualcosa da dire, che questa sia o meno in accordo con chi tiene le redini del discorso - , non muto la mia opinione per compiacere il prossimo, non m'interessano gli stupidi, non sopporto chi non ascolta, non guardo la televisione - nemmeno ce l'ho - , non seguo le mode, mi tedia girare per locali a spendere tre volte tanto il giusto prezzo per una birra solo perché "figa hai trent'anni cazzo fai stai a casa il sabato sera", tendo a non fidarmi della gente, odio lamentarmi e chi si lamenta, per questo non parlo quasi mai dei miei problemi e mi tengo tutto dentro finché non esplode in un fragoroso boom che mi sfrangia gli organi interni, disprezzo i presuntuosi, non tollero i maleducati e chi mi manca di rispetto, ho molta pazienza, ma se la perdo non la recupero più, difficilmente perdono chi si prende gioco della mia fiducia, ho poca autostima e tendo a svalutarmi, per questo non sono per niente brava a "vendermi", non so fingere e fatico a mentire, infatti se mi stai sul cazzo magari non te lo dico ma, fidati, me lo leggi in faccia, detesto l'ignoranza, detesto ignorare, faccio presto a sentirmi piccola, a volte sono arrogante, non mi piace essere criticata, ma rifletto sempre su ogni critica che ricevo, sono competitiva e non so perdere, a volte mi arrabbio per delle minchiate, ma non smetto mai di lavorare su me stessa. Amo leggere, scrivere, i miei gatti, gli animali tutti, le patate, la musica, cantare, la natura, il silenzio, me stessa.
Sono stata timida, poi spaccona, poi timida e ora non lo so che cosa diavolo sono e, francamente, nemmeno m'interessa.
Mi sento sola. A volte sto così male che, davvero, vorrei prendere il telefono e chiamare una mia amica solo per sfogare quel dolore che mi emigra dentro, ma non lo faccio. Lei è troppo impegnata, lei è appena diventata mamma, lei è lontana ed è troppo tempo che non parliamo più, lei ha già i suoi problemi. Allora apro un libro e leggo, talvolta scrivo, ma è ormai da tempo che non sono più così brava a lamentarmi con le pagine bianche. Scorro i social degli altri e vedo gruppi di amici sorridenti che stanno insieme, si divertono, si taggano, vanno in posti. Poi guardo la mia e ci trovo citazioni dei libri che mi piacciono.
Mi chiedo se forse, davvero, non sono sbagliata io.
Sono una ragazza problematica, han detto. Ed io so che l'hanno detto perché, semplicemente, non sono riusciti a scalfirmi. Oggi ho trent'anni e posso dire di essermi fatta da sola. La mia famiglia è quello che è e, vaffanculo, non intendo lasciarmi giudicare per questo. Sfido qualsiasi stronzo snob e paraculo come voialtri che avete sempre il giudizio pronto a farvi un solo anno dell'adolescenza che mi sono fatta io e vedere come cazzo ne venite fuori. Io, che possa strozzarmi con la saliva in questo preciso istante se dico stronzate, ho duecoglionicosì. E sì, va bene, ho lasciato la scuola a quindici anni e a venticinque mi sono rimessa in gioco, mi sono iscritta a corsi serali comunali, ho dato due esami da privatista studiando due anni di programma in uno e lavorando nel frattempo, mi sono fatta la quinta statale, dove la metà dei professori che avrebbero dovuto formarmi vedeva noialtri disadattati del serale come dei poveracci ignoranti sottolamedia e nessuno, nessuno mai, durante questo percorso, si è reso conto di quanto coraggioso e importante fosse quello che stavo facendo. Quando ho comunicato il mio 93/100, mia madre mi ha detto "brava, finalmente hai finito, adesso posso chiederti un favore?" e mio padre "sapevo che ce l'avresti fatta". Notare, che qualche anno prima mi aveva detto "a cosa ti serve iscriverti a scuola, impegnati piuttosto nel lavoro che fai", contribuendo a ritardare di altri tre anni la mia decisione, perché ero solo una povera stupida che faceva sempre, sempre quello che gli altri si aspettavano che facessi. E no, va bene, non ho fatto l'Università. E forse non sono la fidanzata bionda, estroversa, di buona famiglia, laureata con lode che avresti voluto per tuo figlio. Però sono intelligente, sveglia, onesta, buona e so fare un mucchio di cose. E va bene, magari non parlo molto, magari non do fiato alle trombe solo per dimostrare che ho le tette più grosse delle tue, magari non sono così brava a fingere - qualità oggi ritenuta indispensabile - , però sono forte e mi sono tirata fuori dalle situazioni più di merda che tu, povera bigotta ipocrita del cazzo, non sei nemmeno in grado di immaginare. È facile parlare quando si hanno avute tutte le possibilità, difficile comprendere che possono esserci difficoltà diverse, che una ragazza può essere stata costretta a fare le scelte che ha fatto, perché a quindici anni io ero già grande, dovevo esserlo, non avevo altra scelta. Certo, tutte queste cose tu, voi, non le sapete perché io non ve le ho dette. Ma, come accennavo poco fa, io a vendermi non sono per niente brava.
È facile giudicare al primo colpo d'occhio perché a guardare - guardare veramente - ci vuole tanta, troppa fatica.
Meglio giocare con lo smartphone, no?

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mercoledì 22 agosto 2018

Notizia degna di avere un post tutto per sé

E niente.
Mio fratello quindicenne, provetto detestatore di qualsivoglia parola impressa su carta, poco fa, a cinque capitoli dalla fine, mi ha guardato e mi ha detto: "Che palle, non voglio finire questo libro, è troppo bello.".
GRAZIE, EDUARDO MENDOZA. Grazie.

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lunedì 20 agosto 2018

Di un lunedì mattina alquanto pigro

Ebbene sì, lo ammetto. Stamani sono sul letto insieme ai miei gatti che si rotolano come delle piccole salsicce pelose. Io, però, non rotolo. Giuro. Bensì me ne sto qui a fare considerazioni sulla lettura da poco conclusa, la Madama Bovary, personaggio che ho detestato dalla prima all'ultima pagina. Il romanzo? Un capolavoro che ti proietta nella Francia del tempo, pur senza catapultarti nella storia, ma dandoti la posizione privilegiata di osservatore assente, di spettatore seduto nell'ultima fila, protetto dal buio.
Madame Bovary è una donna che vive relegata nel desiderio di avere ciò che immagina, un'egoista, infantile e manipolatrice. Baudelaire ha scritto che Flaubert, nonostante il tentativo di "spogliarsi del suo sesso e farsi donna", non è riuscito a non infondere sangue virile in questo suo personaggio. Infatti, il poeta asserisce che:
1)L'immaginazione, facoltà suprema e tirannica, prende il posto, in Madame, del cuore, da cui il ragionamento è escluso, il quale domina in genere nella donna come nell'animale.
2)Possiede energia d'azione, rapidità di decisione, fusione mistica del ragionamento e della passione che caratterizza gli uomini creati per agire: doti che Madame, in quanto donna, non avrebbe dovuto avere.
E conclude dicendo che:
[...] tutte le donne intellettuali gli saranno grate per aver elevato la femmina a una potenza così alta, così lontana dal puro animale e così vicina all'uomo ideale [...]
Insomma, misoginia portami via! Il buon Charles - che io, in ogni caso, adoro - dichiarò infatti che "la donna è naturale, cioè abominevole.".
No, vabbè.
Comunque. La mia idea di Madame, invece, non potrebbe essere più diversa. Infatti, io non credo che la Bovary ragioni moltissimo. La vedo più come una squilibrata, una che si lascia dominare dalle passioni, che non riflette, che non si cura di nulla, a parte di ciò che sente e vuole, che spesso e volentieri è oltremodo labile. Me la immagino come la classica "gattamorta", una donna che vive chiedendosi cosa potrebbe ottenere da questo o da quell'altro, ignorando completamente i sentimenti del prossimo.
'Na zoccola, insomma.
E niente. Questa mattina voglio rileggere il mio romanzo da cima a fondo. Sono passati ormai più di dieci giorni da quando ho battuto il capitolo conclusivo e credo di essermene allontanata a sufficienza per poter contare sulla mia obiettività. Sono settimane che ho in testa un nuovo personaggio e voglio buttare giù qualcosa prima di partire - finalmente - per le vacanze.
Ciàbbelli.

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lunedì 13 agosto 2018

No, ragazzi.

Questa cosa che sono in bici dall'altra parte della città e, boom, esplode il temporale ed io cerco un ponte, lo trovo, mi fermo, sento il rumore della pioggia, il fresco che le gocce mi hanno appena lasciato sulla pelle e mi dico no, io non voglio stare qui sotto, e allora mi rimetto in sella e via, a tutta velocità, i muscoli spingono, sono forti, la bici vola, gli occhiali puntellati di piccoli pallini bagnati, il vento mi esplode sulla gola, in faccia, tra i capelli, sulle spalle nude, le macchine sfrecciano ed io rido, è bellissimo, sono libera, sono veloce come il vento, sono io.
No, tutto questo non mi preoccupa.
A preoccuparmi, invece, è il fatto che, in quest'immagine idilliaca di una me saettante per le strade vuote di Milano, bagnata e gaudente, la mia mente canticchia la Pausini.
Boh, forse sto impazzendo.

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mercoledì 8 agosto 2018

Plum cake con miele e gocce di cioccolato / Plum cake honey & chocolate


No, non sono al mare a mostrar le chiappe chiare.
Sono a Milano che vernicio pezzi di legno, elimino nidi di vespe e sudo davanti ai fornelli.
Ma va bene così, io detesto andare in vacanza in Agosto.
Perché odio le genti e amo il silenzio.
Comunque.
Stamattina ho un'importante faccenda da portare a termine: scrivere l'ultima pagina del romanzo.
Essì, belli miei. Ci siamo. E anche in anticipo rispetto ai tempi previsti. Non siete fieri di me?
Scommetto che non ve ne frega un cazzo di sì.
Ora, siccome non ho tempo di dilungarmi, vi lascerò con la ricetta di codesto dolce morbido e aromatico, perfetto per la colazione. E vi saluterò facendo ciao ciao con la manina e lasciandovi grandi promesse di pronto ritorno.

INGREDIENTI/INGREDIENTS:

  • 200 grammi di farina 0  / 200 gms 0 fllour
  • 150 grammi di zucchero integrale di canna / 150 gms whole cane sugar
  • 2 cucchiai di miele di castagno / 2 tbsp chestnut honey
  • 250 ml di yogurt bianco / 250 ml plain yogurt
  • 2 uova / 2 eggs
  • 1 bustina di lievito / a packet of backing powder
  • 50 grammi di burro / 50 gms butter
  • 1 pizzico di sale / a pinch of salt
  • scorza di un limone / 1 lemon peel
  • gocce di cioccolato / chocolate chip

PREPARAZIONE / INSTRUCTIONS:

#Prima di tutto, montate le uova con lo zucchero / First, whip eggs and sugar
#Aggiungete il burro, - che avrete fuso e lasciato intiepidire - lo yogurt e il miele / Add melted butter, - lightly heated - yogurt and honey
#Aggiungete la farina, il lievito, il sale e la scorza di limone / Add flour, baking powder, salt and lemon peel
#Aggiungete le gocce di cioccolato / Add chocolate chip
#Rovesciate il pappone nello stampo da plum cake ricoperto di carta da forno e fate cuocere per circa 40 minuti a 180° / Get it into a pan with parchment paper and cook it for about 40 minutes at 180 degrees.



E niente. Cosa ne pensate di queste foto? Vero che mi sono venute meglio del solito? Dite che devo preoccuparmi? Non starò mica subendo una mutazione in  f...f...fo...fooo... NO NON CE LA FACCIO A DIRLO.
Scusate, ho bisogno di stare da sola con le mie emozioni.

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lunedì 30 luglio 2018

Una barca nel bosco, Paola Mastrocola


Gaspare è un ragazzino bravo, molto bravo.
Madame Pilou, la sua nuova insegnante di francese, gli fa conoscere i poeti latini e vede in lui un giovane promettente, tanto che si presenta dai suoi genitori per dire loro che "devono farlo studiare", Gaspare non può fare il pescatore come suo papà, Gaspare merita qualcosa di più.
E così Gaspare viene iscritto al liceo, a Torino. Mamma e ragazzo partono dalla loro isola e vanno a stare da zia Elsa, che vive lì ed è sola, lasciando il babbo giù a lavorare perché il figlio, un giorno, possa diventare avvocato. Ma sì, che sarà mai, no? Ci vedremo in estate e ci telefoneremo ogni giorno.
Però Gaspare non è così contento del liceo: prende sempre dieci a latino - ma com'è che si ricomincia tutto da zero? E non leggere Verlaine! Perché Verlaine, credimi, per imparare il francese non ti serve a niente! -  e, cavolo, nessuno ha quelle dannate scarpe marroni con la suola di gomma come le sue! E all'intervallo? Mica può stare in classe, deve uscire, come fanno tutti! Ma dove andare, dove? Ah, ecco! Lì, attaccato a quel termosifone lì, a fingere di scaldarsi, anche se in estate, poi, vabbè.
Paola Mastrocola, attraverso la voce ingenua e spaesata di Gaspare, denuncia un sacco di meccanismi che non funzionano, non soltanto nelle relazioni umane, ma anche nella società, e lo fa con aspra finezza.
Un romanzo che, in me, ha toccato le corde giuste.
E in voi?

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