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lunedì 27 gennaio 2020

Riflessioni inutili sull'umanità

Da quando ho deciso di smetterla di aggiornare il curriculum e dedicarmi alla scrittura, mi è capitato spesso che mi domandassero: ma perché non provi a scrivere per qualche sito?
La mia risposta, in quelle occasioni, è stata sempre la stessa: perché non è roba mia, io scrivo romanzi.
Ed è la verità.
Recensire, parlare di attualità, non sono attività che mi ritengo in grado di svolgere, perché, in me, l'atto di scrivere, deve nascere in modo spontaneo, non può essere in alcun modo spinto da qualcosa di esterno.
Per farla breve, se qualcuno mi dicesse: orbene, scrivi una bella recensione sul tal libro che hai letto. La mia recensione farebbe più o meno così: c'è questo tizio che fa questa cosa e poi, niente, finisce in merda. Non ci troverete arzigogolate riflessioni sul senso dell'opera o roba simile, a meno che non mi siano venute alla testa così, senza domandarlo.
E niente, manco nello scrivere so mentire o artificiare qualcosa.
Il punto è che, quando leggo una recensione (di un libro, di un luogo, di un film…) colma di pensieri, sensazioni, metafore, allusioni, io mi annoio A MORTE.
Cioè, mi viene proprio da pensare: oh ma arriva al punto, no? Cazzomenefrega di sapere cosa ha suscitato in te la descrizione del colore del cielo nel primo paragrafo del capitolo quattro?
Niente, proprio.
E sapete perché?
Perché sono fermamente convinta che uno certe cose le prova e poi non le riesce a far provare ad altri solo perché descrive ciò che ha provato.
L'arte è soggettiva. Tutto è soggettivo.
Ad ogni modo, non so perché sono arrivata a parlare di questo.
Stamattina mi sono svegliata e ho letto delle elezioni in Emilia Romagna.
Ho pensato: evviva. E poi: wow. E poi: ma sticazzi, cosa cambia?
Ho pensato alla pila di Internazionale (circa sessanta) che ho sul comodino e che leggo, sporadicamente, senza riuscire a finirne uno, perché non sopporto più di apprendere, da notizie sempre diverse, quanto l'umanità faccia schifo. L'ho capito, ormai, che senso ha?
Ho pensato al fatto che, alla fine, in un modo o nell'altro, abbiamo sempre fatto un po' schifo.
Non ho ricordi di periodi storici in cui, anche solo per un attimo, abbiamo smesso di fare schifo.
Abbiamo ucciso Socrate, Gesù, milioni di ebrei e di nativi americani.
Abbiamo ucciso chiunque fosse diverso, chiunque ci facesse comodo uccidere, chiunque non ci fosse in qualche modo utile.
Abbiamo reso schiave persone uguali a noi, sopraffatto i più deboli, riversato la nostra merda dove non poteva nuocerci, e pazienza se in tal modo avrebbe danneggiato qualcun altro, abbiamo sfruttato qualsiasi creatura per i nostri scopi, spesso non lodevoli, abbiamo umiliato, mortificato, sacrificato in nome di questo o quello, abbiamo inquinato la terra, scatenato reazioni a catena, costruito case dove non avremmo dovuto, e lo sapevamo, ma ci faceva comodo così, abbiamo trafficato, spiato, sentenziato, lanciato bombe, creato confini in luoghi che non ci appartenevano affatto, messo becco in cose che non ci riguardavano, finto di essere migliori, arrogandoci diritti che non ci spettavano, prendendo decisioni che non ci competevano, abbiamo rubato a chi necessitava di ciò che rubavamo per vivere, per ricostruire, abbiamo venduto a chi, lo sapevamo, avrebbe usato i nostri beni per nuocere, abbiamo puntato dita, ci siamo inventati colpe e nemici, abbiamo fatto guerre, seminando sangue e discordia.
In tre parole: abbiamo fatto schifo.
E continuiamo a farlo.
Ma che, davvero, posso essere felice perché le elezioni in Emilia Romagna sono andate come speravo? E che cosa cambia, questo?
Nulla.
Perché, alla fine, il male è dentro di noi. C'è sempre stato e sempre ci sarà.
Umanità, citando Treccani, significa, tra le altre cose: sentimento di solidarietà umana, di comprensione e di indulgenza verso gli altri uomini.
Trovo questa parolà di una disonestà disarmante.
Umanità, dal canto mio, dovrebbe significare qualcosa come: matrioska di sentimenti contrastanti che non siamo sempre in grado di controllare e/o direzionare.
Rabbia, invidia, odio, vendetta, avidità, egoismo, volontà di sopraffazione giocano a pari passo con amore, gioia, pietà, umiltà.
Si mischiano, si confondono, si spintonano.
C'è chi è più bravo a controllarne alcuni, un po' meno altri, e viceversa.
C'è chi non li controlla affatto, chi li controlla tutti.
Questa nostra capacità di dominare i sentimenti che ci appartengono dovrebbe, quindi, dividerci in buoni e cattivi, no?
Io controllo l'odio, la rabbia, l'invidia, l'avidità e per questo sono buono.
Io controllo l'amore, la pietà e l'umiltà e sono cattivo.
Ma è davvero così?
Non dipende, forse, anche dal punto di vista di chi ci osserva?
E non è vero, poi, che siamo perfettamente in grado di provare amore e odio allo stesso tempo?
Magari amiamo i bambini, ma odiamo i cani.
Forse amiamo Israele, ma odiamo i palestinesi.
E quindi, siamo buoni o cattivi?
Io non lo so.
Ed è per questo che non scrivo di attualità.
I miei scritti sarebbero aporetici, come questo.
So di non sapere.
Socrate direbbe di me: allora sai più degli altri.
Io dico: non lo so.

La vita è dura, come sempre.
Io la vivo piena di rabbia, il più delle volte, anche se so che mi fa male.
Non la controllo, questa è la ragione.
Se la controllassi, ne farei volentieri a meno.
Ogni giorno è una sfida, una lotta.
Non so chi mi stia mettendo alla prova né perché, ma accolgo tutto e me ne faccio una ragione, prima o poi.
Di sicuro ci rifletto su.
C'è una persona a cui tengo che è gravemente malata. L'ho presa male, all'inizio. Ora provo a tenerle la mano e a combattere con lei.
C'è la quotidianità che mi sfianca, anche se so che sto andando nella direzione giusta.
I giudizi esterni arrivano e mi colpiscono come frecce avvelenate, non ho ancora imparato a gestirli.
Non è facile, quando giungono da persone da cui invece vorresti affetto e, magari, stima.
C'è il mio secondo libro tra le mani del comitato di lettura del Calvino, e l'ansia che ne consegue.
Ci sono quelle diciassette pagine che mi aspettano.
Ci sono i milioni di libri che devo ancora leggere.
Ci sono io.

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lunedì 29 ottobre 2018

Un bambino.

Strilla come un ossesso e la sua vocina acuta penetra i miei doppi vetri per venire ad infilarmisi direttamente in camera. La persiana sbatte una, due, tre volte. Questo vento e questa pioggia di merda vogliono farsi sentire, vogliono dirmi siamo qui, grigi, opachi, spenti, come il tuo umore questa mattina.
Mi piacerebbe chiedervi come si fa a smettere di essere arrabbiati, per poter capire se quel senso di perdita che deriva dalla scomparsa dell'amore sia reale o solamente preda di quel sentimento folle che tutto crea e tutto distrugge, manco fosse dio o non so cosa.
Ma scommetto che non lo sapete neanche voi.
Un tempo credevo nell'amore.
Ci credevo pur non sapendo che cosa diavolo fosse e come diamine dovesse manifestarsi.
Infatti mi è capitato tanto, troppo spesso di confondere altri beceri istinti per lui, dicendomi che doveva essere proprio amore, altrimenti non.
L'ultima volta è stata come una violenta grandinata che ti coglie quando sei più fragile, impossibilitato al riparo.
Ho idealizzato, suppongo.
Anche se, quando mi sento ottimista, mi dico che no, non ho idealizzato, ho visto qualcosa che ancora se ne stava ben nascosto. L'ho visto e l'ho fatto mio, l'ho voluto, l'ho preso.
E poi ne ho pagate le conseguenze.
Mi sentivo imperfetta, in quei giorni. Sentivo di dover fare ancora molto per arrivare ad essere la persona che volevo - che credevo di voler - essere. Ed ero convinta che al traguardo avrei trovato un grande premio, il più grande della mia vita, il più bello.
Poi qualcuno ha strappato via il sipario mentre gli attori si cambiavano, e la magia della finzione è crollata, tutta, rivelando ingranaggi, strumenti di macchinazione, costumi.
E a me, lo giuro, è venuto da vomitare.
È stato facile trapassare la mia pelle sottile.
Oggi ho capito che non essere come la maggioranza di coloro che sono considerati vincenti non è un'imperfezione, anzi. È il mio dono.
La mia attitudine al pensare piuttosto che parlare, quella mia pelle sottile che è stato così facile - e lo è ancora - lacerare, i silenzi di cui mi approprio, fanno di me ciò che sono, e ne vado fiera.
Non ho mollato, quella volta.
Sono rimasta lì, immobile, a lasciarmi trafiggere da tutti quei maledetti pallini di ghiaccio.
Mi sono entrati dentro e sono rimasti.
Non sono più quella ragazza.
Sono la sua parte più gelida.
Una volta credevo di sapere cosa fosse l'amore, oggi non sono più nemmeno sicura che esista.
Mi piacerebbe estrarre quei cubetti freddi per vedere se, per caso, sia rimasto qualcosa di quella me che piano piano vado dimenticando, tanto mi sembra distante.
Però non so come si fa.

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martedì 16 ottobre 2018

Idealizzare

Siamo bravissimi a farlo, soprattutto quando siamo infelici.

La storia che sto per raccontarvi, me l'ha fatta tornare in mente lei, con questo suo post.

Quando avevo circa dodici/tredici anni, chattavo su Msn.
Lì, ho conosciuto M., un ragazzo romano, già maggiorenne, che mi faceva tanto ridere.
Chiacchieravamo del più e del meno, ogni giorno.
Poi le chiacchiere sono diventate via via più personali, la chat si è trasformata in lettere (sì, di carta, coi francobolli e la busta da leccare) e telefonate che duravano ore.
Lui mi capiva, mi voleva bene, era come un fratello maggiore.
O meglio, come il migliore amico di mio fratello maggiore, perché io, alla fine, di lui ero innamorata.
Non che non avessi altre robe per la testa, quello no.
Anche perché lui mi aveva detto chiaro e tondo "finché non compi diciotto anni, non possiamo vederci.".
Io avevo provato a insistere, si capisce, ma lui era stato irremovibile.
Così la nostra amicizia è continuata per cinque, forse sei lunghi anni.
Gli raccontavo tutto, anche dei miei fidanzati, della mia famiglia, della vita che mi faceva schifo.
E lui mi diceva cose belle, bellissime. Mi tirava su il morale, mi voleva bene, mi amava.

Ti amava?!

Certo, certo che mi amava.
Bisognava solo aspettare il momento giusto, poi tutto si sarebbe concluso felicemente. Io sarei andata a Roma, città dei sogni, e la nostra storia sarebbe diventata reale, tangibile, meravigliosa.
Poi i diciotto anni sono arrivati, eccoli lì.
Me li ricordo, sì. Festeggiai con lo zaino pieno di birre, da sola, girando per il quartiere finché non mi vinse il sonno. E non perché non avessi amici, no. Ma perché ero già un po' psicopatica allora, forse più di adesso.
Poi sono arrivati i diciannove e, finalmente, sia io sia M. eravamo liberi da altri impegni sentimentali, pronti per coronare il fantastico sogno d'amore di cui ero l'unica fautrice consapevole.
Non ricordo quasi nulla di quei giorni.
Non so più se lui mi venne a prendere in stazione o se vagai per la città in attesa che finisse di lavorare e lo raggiunsi a casa. Non ricordo di cosa parlammo, cosa mangiammo, dove andammo.
Ricordo solo poche, pochissime cose.
Lui non era bello, non proprio. Ma il fatto che non fosse canonicamente bello non mi toccava. Lui mi capiva, era mio amico, mi amava. Fine.
Era pomeriggio - o forse no - e ce ne stavamo sdraiati sul divano. Io ho voltato la faccia, lui ha voltato la faccia e ci siamo baciati. Lui ha detto "finalmente" e poi abbiamo scopato. Cioè, lui ha scopato. Ed io ho lasciato che facesse un po' come gli pareva.
Non m'importava di aver trovato una lettera della sua ex in cucina, e nemmeno che facesse un cristoddio di rumore mentre mangiava, soffiando via l'aria dal naso. Ffh ffh fffffh.
Io avevo deciso che era lui e lui doveva essere.
Fosse stato per me, non sarei più tornata a casa.
Il giorno dopo, però, è successa una cosa.
Stavamo camminando per strada, credo, e lui mi ha chiesto cosa mi andava di mangiare. Cinese o pizza?
Io gli ho detto che per me faceva lo stesso e lui ha iniziato a urlare.
PRENDI UNA CAZZO DI DECISIONE. IO TI OSPITO, TI PORTO IN GIRO, TI TRATTO COME UNA PRINCIPESSA E TU NON SAI NEMMENO DIRMI SE VUOI UNA CAZZO DI PIZZA O UNA CAZZO DI CENA CINESE.
Siamo tornati a casa, in silenzio.
Lui ha mangiato in cucina, io mi sono chiusa in una stanza a piangere.
Poi credo che sia successo qualcosa di orrendo e imbarazzante.
Credo di averlo pregato, credo di avergli detto che volevo stare con lui, che lo amavo e cose così.
E credo che lui mi abbia guardato come se fossi uno scarafaggio che infestava il suo salotto.
Ho pianto tutta la notte e poi, all'alba, ho preso il mio zaino e sono uscita da casa sua, in silenzio.
Ho pianto per tutto il viaggio, ho scritto ai miei amici e non ho mangiato.
Il mio sogno era infranto, perduto, finito.
In stazione ci ho trovato loro ad aspettarmi. Mi hanno portata al luna park e hanno tentato di accoppiarmi con un tizio napoletano di cui non ricordo il nome, comunque era pelato.
Potrei dire di aver imparato qualcosa da quella storia di merda, ma non è stato subito così.
Ce ne sono volute altre, di storie di merda, perché imparassi qualcosa davvero.
Idealizzare qualcuno, che sia un coglione conosciuto in chat o una vicina di casa, non è mai, mai la scelta migliore da fare. Però lo facciamo spesso, ogni giorno, e ancor di più quando la realtà che viviamo ci opprime, ci fa vomitare, ci disintegra.
Oggi, comunque, posso dire di aver smesso di rifugiarmi nei sogni.
E no, non perché ho smesso di sognare.
Ma perché ho capito che rifugiarsi non è la soluzione.
La soluzione è alzarsi in piedi e realizzarli, e non aspettare che lo faccia qualcun altro per te.

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giovedì 11 ottobre 2018

Il boom delle visualizzazioni

Proviene da siti porno/di incontri sessuali.
Ora, qualcuno mi spiega il perché?
Sarà forse il mio inconscio che vuole dirmi qualcosa?

Comunque.
Ieri ho completato l'iscrizione al Calvino e oggi sono una donna libera dall'ansiAHAHAH.
Ho finito.

Poco fa, mentre passeggiavo sotto la pioggia, mi sono soffermata su un pensiero.

Ma quanto sei fottutamente drastica, tu?

Sì. Credo sia un difetto, ma non ne sono poi così sicura. In ogni caso, è la realtà dei fatti.
Se qualcuno mi delude o mi manca di rispetto, io chiudo.
Ci metto un nano secondo.
Sarà che non amo circondarmi di persone inutili, sarà che la poca energia che intendo dedicare ai rapporti umani la voglio spendere con chi se lo merita, sarà che sono stronza, chissà.
Però, poi, ci penso ancora un po' su.

In fondo, tu sai anche perdonare e ripartire da zero, se vuoi.

Ed è la verità, so farlo, aaah se so farlo.
E allora perché non con tutti? Qual è la mano che guida le scelte che faccio?

Oh, ve lo dico. Queste sono elucubrazioni nude e crude. Scrivo mentre rifletto, rifletto mentre scrivo. Il nonsense è dietro l'angolo.

Forse, è possibile che nel profondo io riconosca le persone su cui mi ero sbagliata - magari sovrastimandole - e quelle su cui invece no, quelle che magari sono inciampate nella merda e si sono solo sporcate un tantino la faccia (per dirla con il mio solito savoirfaire).

Oh beh, a volte me ne dispiaccio, però.
Vorrei essere capace di mantenere quei rapporti tanto sterili quanto tattici che molti portano avanti in eterno, invece di pretendere solo il meglio e se il meglio non c'è, beh, che si fottano tutti, io ho i miei gatti.
Vorrei anche essere capace di sorridere per finta, di plastificarmi la faccia, di non mostrare i miei veri sentimenti ogni cazzo di secondo.
Perché è vero, alla fine. Se ti odio ma quando ti vedo ti saluto, sorridendo gioviale, non ti darò modo di pensare, voltate le spalle,  "guarda quella, che mi dà ancora così tanta importanza che nemmeno riesce a salutarmi.".
Però non ce la faccio, no.
Ed è un difetto, forse.
Però, alla fine, chissenefrega.

E no, santa pazienza, non voglio cambiare chissenefrega con chi se ne importa, dannato correttore formale.

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domenica 26 agosto 2018

Sono una persona difficile.

È vero.
Non sono estroversa ed espansiva, non parlo di me con cani e porci, tendo ad osservare la gente a lungo prima di aprirmi - e spesso non lo faccio - , sono molto, molto selettiva, non mi interessa avere una lunga lista di finte amicizie solo per avere qualcuno da chiamare quando mi annoio, non mi piacciono le persone superficiali - ma non per questo non mi piace divertirmi - , non amo essere al centro dell'attenzione, non sono l'anima della festa, spesso preferisco ascoltare piuttosto che parlare - quello lo faccio solo se ho davvero qualcosa da dire, che questa sia o meno in accordo con chi tiene le redini del discorso - , non muto la mia opinione per compiacere il prossimo, non m'interessano gli stupidi, non sopporto chi non ascolta, non guardo la televisione - nemmeno ce l'ho - , non seguo le mode, mi tedia girare per locali a spendere tre volte tanto il giusto prezzo per una birra solo perché "figa hai trent'anni cazzo fai stai a casa il sabato sera", tendo a non fidarmi della gente, odio lamentarmi e chi si lamenta, per questo non parlo quasi mai dei miei problemi e mi tengo tutto dentro finché non esplode in un fragoroso boom che mi sfrangia gli organi interni, disprezzo i presuntuosi, non tollero i maleducati e chi mi manca di rispetto, ho molta pazienza, ma se la perdo non la recupero più, difficilmente perdono chi si prende gioco della mia fiducia, ho poca autostima e tendo a svalutarmi, per questo non sono per niente brava a "vendermi", non so fingere e fatico a mentire, infatti se mi stai sul cazzo magari non te lo dico ma, fidati, me lo leggi in faccia, detesto l'ignoranza, detesto ignorare, faccio presto a sentirmi piccola, a volte sono arrogante, non mi piace essere criticata, ma rifletto sempre su ogni critica che ricevo, sono competitiva e non so perdere, a volte mi arrabbio per delle minchiate, ma non smetto mai di lavorare su me stessa. Amo leggere, scrivere, i miei gatti, gli animali tutti, le patate, la musica, cantare, la natura, il silenzio, me stessa.
Sono stata timida, poi spaccona, poi timida e ora non lo so che cosa diavolo sono e, francamente, nemmeno m'interessa.
Mi sento sola. A volte sto così male che, davvero, vorrei prendere il telefono e chiamare una mia amica solo per sfogare quel dolore che mi emigra dentro, ma non lo faccio. Lei è troppo impegnata, lei è appena diventata mamma, lei è lontana ed è troppo tempo che non parliamo più, lei ha già i suoi problemi. Allora apro un libro e leggo, talvolta scrivo, ma è ormai da tempo che non sono più così brava a lamentarmi con le pagine bianche. Scorro i social degli altri e vedo gruppi di amici sorridenti che stanno insieme, si divertono, si taggano, vanno in posti. Poi guardo la mia e ci trovo citazioni dei libri che mi piacciono.
Mi chiedo se forse, davvero, non sono sbagliata io.
Sono una ragazza problematica, han detto. Ed io so che l'hanno detto perché, semplicemente, non sono riusciti a scalfirmi. Oggi ho trent'anni e posso dire di essermi fatta da sola. La mia famiglia è quello che è e, vaffanculo, non intendo lasciarmi giudicare per questo. Sfido qualsiasi stronzo snob e paraculo come voialtri che avete sempre il giudizio pronto a farvi un solo anno dell'adolescenza che mi sono fatta io e vedere come cazzo ne venite fuori. Io, che possa strozzarmi con la saliva in questo preciso istante se dico stronzate, ho duecoglionicosì. E sì, va bene, ho lasciato la scuola a quindici anni e a venticinque mi sono rimessa in gioco, mi sono iscritta a corsi serali comunali, ho dato due esami da privatista studiando due anni di programma in uno e lavorando nel frattempo, mi sono fatta la quinta statale, dove la metà dei professori che avrebbero dovuto formarmi vedeva noialtri disadattati del serale come dei poveracci ignoranti sottolamedia e nessuno, nessuno mai, durante questo percorso, si è reso conto di quanto coraggioso e importante fosse quello che stavo facendo. Quando ho comunicato il mio 93/100, mia madre mi ha detto "brava, finalmente hai finito, adesso posso chiederti un favore?" e mio padre "sapevo che ce l'avresti fatta". Notare, che qualche anno prima mi aveva detto "a cosa ti serve iscriverti a scuola, impegnati piuttosto nel lavoro che fai", contribuendo a ritardare di altri tre anni la mia decisione, perché ero solo una povera stupida che faceva sempre, sempre quello che gli altri si aspettavano che facessi. E no, va bene, non ho fatto l'Università. E forse non sono la fidanzata bionda, estroversa, di buona famiglia, laureata con lode che avresti voluto per tuo figlio. Però sono intelligente, sveglia, onesta, buona e so fare un mucchio di cose. E va bene, magari non parlo molto, magari non do fiato alle trombe solo per dimostrare che ho le tette più grosse delle tue, magari non sono così brava a fingere - qualità oggi ritenuta indispensabile - , però sono forte e mi sono tirata fuori dalle situazioni più di merda che tu, povera bigotta ipocrita del cazzo, non sei nemmeno in grado di immaginare. È facile parlare quando si hanno avute tutte le possibilità, difficile comprendere che possono esserci difficoltà diverse, che una ragazza può essere stata costretta a fare le scelte che ha fatto, perché a quindici anni io ero già grande, dovevo esserlo, non avevo altra scelta. Certo, tutte queste cose tu, voi, non le sapete perché io non ve le ho dette. Ma, come accennavo poco fa, io a vendermi non sono per niente brava.
È facile giudicare al primo colpo d'occhio perché a guardare - guardare veramente - ci vuole tanta, troppa fatica.
Meglio giocare con lo smartphone, no?

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lunedì 14 maggio 2018

La verità è che non ti piaci abbastanza

Perché amarsi è un'altra cosa.
Amarsi è non farsi del male e tu di male te ne fai eccome.
Amarsi è, cosa?
Ma che ne sai tu, poi?
Cosa sentenzi a fare tu, poi?
Non giudicare se non vuoi essere giudicata.
E, datti pace, perché anche quando avrai smesso di giudicare tu, gli altri continueranno a farlo.
Ma è possibile, poi, non giudicare?
No, non lo è.
Basta con 'ste stronzate.
Si giudica non appena si posa lo sguardo.
Non è forse così?
La verità è che non ti piaci abbastanza e non ti ami abbastanza da non lasciarti scalfire dai giudizi.
Non ti sei difesa e non ti difendi perché temi che il mondo abbia ragione, sei in torto tu.
Tu che non ti amalgami, tu che mostri i tuoi strati, tu che non mostri niente.
Tu che non ridi quando gli altri ridono.
Tu che stai in silenzio quando gli altri urlano.
Tu che ti guardi dentro e non smetti di farlo solo perché hai paura del mare di merda che ci trovi.
Anzi ti ci immergi, in quella merda.
La ingoi, pure.
Perché lo sai che è così che deve andare.
E la verità fa paura.

La verità è che non ti piaci abbastanza, sì. E nemmeno ti conosci abbastanza, poi.
Ti sei persa di nuovo, forse?
Forse.
La verità è che non scrivo più, non canto più, non so dove sto andando, continuo a girarmi di qua e di là, quale uscita prendo? Non lo so più, ho perso i miei sogni, scivolano via dalle dita, divento vecchia e non divento grande, o forse sono grande e non me ne accorgo perché non so niente di niente, sono inutile, io.
Io io io, ma chi sono io? E perché ho smesso di cercarmi?
Credevo d'essermi trovata, io.
Ma sono rimasta con un pugno pieno di sabbia e lo sguardo incredulo.
Ma che davvero è successo a me?
Davvero ho preso un abbaglio così GRANDE?
Mi sono seduta sul ciglio della strada, impotente, a gambe incrociate, il muso imbronciato.
Le macchine passavano e, con le ruote, mi schizzavano roba addosso.
Sassetti, acqua e fango.
Ma io lì, impassibile.
Mesi e mesi dopo, metà corpo è inglobato nel cemento.
E adesso? Dì un po', genio, che pensi di fare?
Penso alle mie dita dei piedi e vorrei solo sgranchirle, ma non le sento più.
La rabbia ti salverà, chiamala.
No, è stata lei ad intrappolarmi qui. Lei non è affidabile, non lo è mai stata e mai lo sarà.
Fa solo ciò che le gira per la mente. A volte mi ha aiutato, è vero, ma altre volte mi ha distrutto
Ed io, con pazienza, ho dovuto rimettere insieme i pezzi.
Svegliati.
Esci.
Sorridi.
Ti prego.

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venerdì 9 marzo 2018

Io mi impegno sempre in quello che faccio

Esempio banale.
Se decido di non mangiare, non mangio.
Frega un cazzo che sono qui a letto con lo stomaco che urla tipregodammidelcibotroiadimerda.
La verità è che sono incazzata.
Anche per questo mi sono impegnata.
Che non si dica che non mi applico, poi.
Sono incazzata perché il passato ancora mi ferisce e ancora mi fa incazzare ed è EVIDENTE che non mi impegno abbastanza nell'obbligarmi a smetterla di permetterglielo.
Non fa una piega, no?
Io odio non impegnarmi abbastanza.
Il punto è che penso di potermi impegnare in un numero finito di cose alla volta.
Devo ancora capire che cazzo di numero è, ma va bene.
Un passo per volta.
Ho iniziato un nuovo lavoro. Una sfida del cazzo, lasciate che ve lo dica.
E secondo voi quanto mi sto impegnando per farcela?
Troppo.
E secondo voi ce la sto facendo?
No.
E secondo voi ce la farò?
OVVIO.
Perché io mi impegno sempre in quello che faccio, che cazzo ve lo dico a fare.
La verità è che scrivere un numero imprecisato di "cazzo" mi mette di buon umore.
E in questo momento ho davvero davvero bisogno di un po' di buon umore del cazzo.
Quando ero piccola piangevo perché non mi sentivo capita.
Non riuscivo a capire per quale cazzo di motivo non esistesse una o anche solo mezza fottuta persona al mondo che si dimostrasse in grado di capirmi.
Sarcazzo.
Ora non piango più, certo.
Ora l'ho capito che capirsi è utopia pura.
A malapena si riesce a capire se stessi, figurati un po' se devo rompermi il cazzo per capire qualcun altro.
Ciao, proprio.
La verità è che vorrei davvero capirti, per quello che mi hai fatto.
Mi sono impegnata veramente un sacco in questo.
Però forse non abbastanza.
Forse, mentre cercavo di impegnarmi per capirti, non mi accorgevo di aver raggiunto il numero X di cose in cui potevo impegnarmi e, ops, bersaglio mancato.
Non hai vinto quel cazzo di peluche, Ade.
Riprova domani.
Boh, io domani ci riprovo anche.
Però che cazzo.

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lunedì 13 novembre 2017

L'altro giorno

Qualcuno mi ha detto che il mio blog è impossibile da leggere perché c'è troppa rabbia dentro.
Io ho ascoltato in silenzio perché, onestamente, non avevo niente da dire.
Quella persona mi ha deluso, questa è la verità.
Capita spesso, con le persone. Non trovate?
Sì, è vero. Qui dentro ci metto un sacco di rabbia. Ma vi immaginate cosa potrei combinare se non lo facessi?
Io sì.
È sempre stato così, per me.
Ho iniziato ad essere arrabbiata intorno ai tredici anni, quando tutto il mio mondo è crollato ed io mi sono ritrovata immersa in quelle acque torbide e maleodoranti, in balia di onde alte quasi quanto il cielo.
Cosa potevo fare?
Scrivevo, ecco cosa facevo.
Perché ero una ragazzina silenziosa e timida, che non diceva mai quello che pensava e lasciava che tutto le scivolasse addosso, almeno in apparenza.
Dove altro avrei potuto mettere tutta quella rabbia, se non su carta?
Scriverla mi permetteva di non lasciarmi sopraffare da lei.
Scriverla mi dava speranza.
Con il tempo la rabbia si è affievolita e ha lasciato spazio a qualcosa di molto più brutto: la rassegnazione.
Non ricordo granché del mio passato, poco è rimasto nitido, quasi tutto risulta sfocato.
Però ricordo il giorno in cui la rabbia è tornata a farsi sentire, salvandomi da un'esistenza triste e finta.
È stata lei a permettermi di cambiare tutto. Sempre lei a non lasciarmi affogare nella disperazione.
Come potrei demonizzarla? Sarebbe davvero ipocrita da parte mia.
Certo, la rabbia non è un sentimento facile da gestire. Ed io non lo faccio sempre benissimo, anzi. Negli ultimi mesi ho ricevuto così tante sferzate che, a un certo punto, non sono più riuscita a controllarla e lei ha preso il sopravvento.
Io lo so, e credo che già questo sia un vantaggio. Ora devo solo sforzarmi di riprendere il controllo. E ci sto lavorando.
Nel frattempo mi isolo, perché semplicemente sono fatta così.
Qualcuno mi ha detto che è impossibile starmi accanto, perché qualsiasi cosa mi fa arrabbiare.
È vero, non posso negare di essere tanto, tanto arrabbiata.
Però posso dire una cosa.
Se un amico mi dice "sono arrabbiato" io gli chiedo perché.
Se lui non ne vuole parlare, io lo rispetto. E parlo d'altro.
Se si comporta da stronzo, glielo dico.
Se qualcuno parla male di lui, però, lo difendo. Perché so che non è colpa sua.
E se lui non mi telefona, lo chiamo io.
Non lo lascio solo, per quanto stronzo/orso/rabbioso possa essere. Io rimango lì, gli faccio sentire la mia presenza. Perché so che, quando sarà pronto, si lascerà aiutare. Oppure semplicemente mi userà per sfogarsi o per avere un consiglio o un punto di vista.
Se sparisco, non sono un'amica. Sono un egoista. Il che va anche bene, perché lo siamo tutti, alla fine. È questo che ci muove nel mondo, no?
Il fatto che io ancora rimanga delusa, significa che dentro di me nutro ancora qualche speranza che non sia così. Perché, dannazione, io non sono così. Ci sarà qualche altro coglione come me su questa terra, no?
Ma ora voglio lanciarmi una sfida: quante delusioni ancora sarò in grado di sopportare, prima di diventare DAVVERO una stronza cinica disillusa?
Must-see.

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giovedì 20 luglio 2017

Fotte sega

In questo periodo sono un po' così.
Ho finito la scuola e mi sento vuota. Avrei giurato che mi sarei sentita felice. In realtà non provo un cazzo. Forse non ho ancora veramente capito.

Che è successo? Chi? Parli con me?

Vabbè.

Luglio 2015. Saltellavo allegra per le strade, convinta che non ci fosse più speranza quindi tanto valeva sbattersene.
Luglio 2016. Stavo in ansia. Tiamonoforsenosentiscusanonloso.
Luglio 2017. Pensavo di poter essere me stessa e invece no. Ma poi chi sono io? Tutto si ribalta.

Un po' di pace, no? 

Vabbè.

La verità è che ci credevo, poi ho smesso, poi ho ricominciato, e adesso ho smesso di nuovo.

Ciao sono Ade e vaffanculo.

Comunque. Lo so che non ci state capendo un cazzo. Ma d'altronde se non capisco io non vedo perchè dovreste capire voi, vi pare?

Non so più come si fa a scrivere, credo. Ma almeno su questo punto non mi darò per vinta.

In realtà io non mi do mai per vinta. Però ci sono un sacco di cose che mi fanno incazzare e a volte vorrei davvero essere capace di darmi per vinta. E ciao.

La dura realtà credo sia che io sono una piccola testa di cazzo ingenua.

No, ma dai?

A volte sono davvero davvero convinta che le cose possano essere GIUSTE. Che la verità vinca. I buoni pure. L'amore per sempre esiste. Le persone che ti amano non ti mentono. Il profitto non è il primo pensiero dell'uomo. Le crudeltà un giorno finiranno. Il mondo tornerà ad essere bello. E cazzate cose così.

Mi viene in mente quella sera, io e te.

Sì, tu. Coglione.

Seduti in un bar a Granada, ubriachi, a discutere su quanto positivi siano la presenza dell'uomo sulla terra e il progresso.

Pensa alle cose buone che abbiamo fatto.

Sì, ma a che prezzo?

Pensa che, piano piano, alla fine miglioriamo.

Penso che se ci estingueremo, un giorno, ce lo saremo meritato.


Ecco. Quella sono io. Quella sono io oggi, ancora.
Io la odio la gente. Odio te. Odio tutte le cazzo di cose di cui pensiamo di non poter fare a meno e non capiamo che non servono a una sega. Odio chi non dice quello che pensa. Odio chi mente. Odio i superficiali. Odio gli stupidi.

Forse, scrivendo questo post, mi sto rendendo conto di quale sia il problema.

Ho ricominciato ad avere il tempo per pensare.

Però voglio guardare il lato positivo.

Ho ricominciato ad avere il tempo anche per scrivere.

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domenica 23 agosto 2015

Un pensiero al giorno

Per trenta giorni.
E cosa resta, poi?
Un quaderno azzurro, mille cose non dette, cose che non saprai mai, cose che non ti interessa sapere.
E va bene così.
Le ferite restano in superficie. E col tempo svaniscono anche da lì.
La consapevolezza di essere sulla strada giusta mi rende forte.
Sapere che la mia felicità dipende da me e da nessun altro mi rende libera.

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domenica 2 novembre 2014

Volevo dirvi

Che mi avete deluso.
Cioè, ma sul serio credete che mi sia fatta bionda?
Santa pazienza.

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