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mercoledì 13 febbraio 2013

Salve

-Sono l'idraulico.
-Si, buonasera. Mi dica.
-No, volevo dirle. Che oggi i ragazzi sono passati nel pomeriggio e non hanno trovato nessuno. Certo, è colpa mia che non l'ho avvisata.
-Strano. Sono stata in casa tutto il giorno (a sfondarmi di gelato e rincoglionirmi di Misfits. ma questo non l'ho detto.).
-Guardi. Hanno citofonato più volte (???) probabilmente c'è un guasto ai citofoni.
-Strano. Ho ricevuto altre visite, oggi. E i citofoni funzionavano perfettamente (ma può essere, eh? magari hanno smesso di funzionare giusto quei due secondi in contemporanea col dito che schiacciava il pulsante. per poi aggiustarsi automaticamente, subito dopo. son cose che succedono, no?)
-Vabbè ma guardi non si preoccupi (non mi sto preoccupando. sto pensando che racconti palle, questo sì.) facciamo Mercoledì prossimo?
-Certo. Che problema c'è.
-Alle otto/otto e un quarto va bene?
-Benissimo (spero tu muoia ammazzato.)

Ora. Non è che io voglia fare la pignola, eh? Ma secondo voi. Considerando che mi sono svegliata alle sette (ed è il mio fottuto giorno libero). Considerando che sono le nove e venti e il mio citofono ancora non ha suonato (probabilmente si sarà nuovamente guastato. succede). Sono una persona troppo brutale, se lo aspetto così?



Questo post è stato originariamente scritto su Swanza blog, da Ade. E' possibile copiarlo parzialmente o interamente e modificarlo, basta che il post originale venga linkato

giovedì 8 novembre 2012

Ci sei tu

Con i tuoi quindici anni. E quell'ingenuità sulle spalle. Tanto bella quanto pericolosa.
C'è lui. Con le sue mani su di te. Che ti dice scusa. Era da troppo tempo che volevo farlo. Ma tu non lo dici a nessuno, eh?
Ancora tu. Con la tua rabbia dentro. Che taci e tremi. Che ti domandi perché. E ti chiedi a quante altre ancora. A quante prima di te.
Poi c'è lei. Che smette di parlarti. Per quattro lunghi anni. Chissà lui cosa le avrà detto. Chissà cosa avrà tramato, per pararsi il culo. Dalle eventuali accuse di quella ragazzina instabile. Quella ragazzina a cui sorrideva. A cui diceva sono uno zio anche per te.
Ancora tu. Vorresti dimenticare. Parlarne a qualcuno. Ma non ci riesci. E mediti vendetta. Gli auguri ogni male. Ogni sofferenza. E ti chiedi lei cosa starà facendo, tutta sola.
Lui. Cosa ne avrà fatto, di lei?
Ecco. Lui. Il tempo passa. Lo vedi per la strada. Ti guarda trionfante. Pronuncia il tuo nome e sorride. Ammicca e ti squadra. Tu tiri dritto. Lo guardi con disprezzo. Vorresti sputare. Dare un calcio alla sua macchina. Tirarlo giù a forza e sbattergli la testa sul marciapiede. E invece passi. Fingendo indifferenza. Cosa che, negli anni, hai imparato a fare bene. E sai. Che lui non può più niente su di te. Anche se la ferita non è ancora chiusa.
Lei. Una telefonata. Una cena e due parole taglienti. Lei sa che tu sei forte. Sa che non tremi più.
Si ricomincia. Nulla è cambiato. O forse tutto. Ma lui non c'è. E a te non importa. Va bene così.
Ma ad un tratto, lui. Il corpo magro. Pallido. Gli occhi chiedono pietà. Domandano perdono. Qualcosa lo sta portando via. In un mondo sconosciuto. Un posto senza nome. E ad un tratto tutto l'odio passa in secondo piano. Non può che essere così. Ha fatto già abbastanza la vita. Per punirlo. Ma tu non riesci ad essere dispiaciuta. E nemmeno felice. Perché non si può essere felici, della morte. Non si può gioire, della malattia.
Lei. Lei lo ama. E tu ti chiedi se lo sa. Se lo ha sempre saputo. Se lui l'ha fatto anche con lei. La vedi immersa nelle sue foto. La vedi piangere. Non ci riesci, ad essere triste. Non puoi. Eri solo una bambina. E lui un uomo. E questa cosa non cambierà mai. Ma tu. Tu non hai più paura. Ma lei. Lei invece sì.


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mercoledì 14 marzo 2012

Non ci sono per nessuno

Ecco. Ci sono dei periodi in cui proprio non mi va di interagire con il prossimo. Tutto ciò che voglio è starmene seduta a leggere il mio libro del momento. Non che di solito io sia poi così propensa alle chiacchiere, diciamo. Ma ci son volte che sì, lo sono ancora meno. E posso essere anche più acida del solito. La persona che più risente di questo mio stato d'animo è Il Disturbatore. A lui, si sa, i chiacchiericci ci piacciono assai. E in genere io tendo a dare risposte tipo "mmm", "mm mm", "ah ah", a qualsiasi sua domanda o richiesta, offendendolo parecchio. Ma va bene. La cosa che però determina le nostre litigate è quando lui decide che è ora di farsi i fatti miei. Cose tipo "Ma cosa scrivi, le tue memorie?" o anche "Guarda che mi devi rendere partecipe di quello che fai". Sì, a questo punto potrei cominciare a pensare seriamente di castrarlo. Un'altra cosa che mi disturba abbondantemente è il telefono. Non si sa mai come potrebbe reagire agli insulti il malcapitato che me lo fa squillare quando non dovrebbe. E qui voi direte, beh, spegnilo. Niente di più facile. Però no, non si può fare. E posso dirvi anche il perché. Le poche volte nella mia vita in cui non ho risposto in maniera fulminea al telefono o, peggio ancora, l'ho spento, sono successe cose paragonabili a delle catastrofi. Tipo gente che mi immagina appesa per un piede ad un lampione in corso Buenos Aires con la gola tagliata che muoio dissanguandomi. O tipo gente che mi immagina annegata in una piscina piena di persone che non vedono il mio cadavere a parte chi mi sta immaginando lì, sul fondo della vasca con il corpo gonfio e bluastro. Sto esagerando, penserete. Lo faccio sempre. Ma, credetemi, cose simili son capitate davvero. Dunque io no, non posso spegnere il telefono. E no, non posso evitare di rispondere. La persona che assalgo di più in questi periodi è La Madre. Sì. Perché La Madre è in grado di chiamarmi anche una quindicina di volte al giorno. Robe tipo: “Sì ciao ti chiamavo perché sono sul treno e mi sto annoiando”. O anche tipo: “Ciao niente volevo sapere cosa stai facendo”. E, penserete voi, carina dai. Sì, carina. Ma non vi ho ancora detto delle conversazioni che cominciano con "Ciao, ho bisogno di un favore enorme...". Ecco, giusto per elencarne qualcuna: "Ciao puoi chiamare il mio commercialista e dirgli che papapapapapà?". "Tuo fratello vuole un gatto, lo trovi?". "Devo uscire per una ventina di ore, vieni a guardare i bambini?". "Mi fai una ricarica?". "Chiami la mia collega e le dici che non vado perché sto male?". "Chiami la mia responsabile e la minacci per me?". Lo so. Nelle vostre menti il termine "carina" è già sparito da un pezzo. Succede così anche a me. Perciò potrete capire perché quando vedo il suo nome sul display mi preparo il tono di voce con cui dovrò dire pronto. C'è quello seccato, quello finto impegnato, quello che vuole dire "Adesso mi hai davvero rotto i coglioni". Col tempo ho anche imparato a non sentirmi più in colpa quando, alla fine di una telefonata, mi fa la vocina offesa come per farmi capire che, a causa mia, il mondo presto finirà. Ed io potevo davvero salvarlo. Milioni di vite sulle mie spalle. Come fai tu, acida del cazzo, a non capire l'importanza del favore che mi devi fare? Comunque. Lei è la mamma. Quindi nonostante tutto non può, proprio non può smettere di volermi bene. E nemmeno io. Ecco. Quindi poi la richiamo e la sfotto un p’'. Così può insultarmi e ce la ridiamo di gusto. Va bene così.


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venerdì 17 febbraio 2012

Moriremo tutti


Allora. Come post di presentazione in effetti potrebbe non essere proprio il massimo, ma stasera gira così e vi dovrete accontentare. Sono nuova di qui, perdinci. Vorrete pur darmi il beneficio del dubbio? Ad ogni modo, sapete che esiste una casa che si chiama perdinci? No, nemmeno io lo sapevo. Infatti qualcuno di estremamente molesto che in questo momento giace qui al mio fianco ha insinuato in me il sospetto.... (attacco di panico). Fine delle trasmissioni.
Ma torniamo a noi e a questo mio primo post: l'uovo. Sì, quello che vedete qui sopra, signori, è il disgustoso e imbarazzante "uovo di avocado", residuo inaspettato della cena che ho consumato con la persona molesta che nonostante i miei tentativi estremi di dissuaderla non la smette di importunarmi. Comunque. Sono rimasta particolarmente affascinata quando ho visto sbucare il nascituro dalla succulenta polpa verde e ho voluto immediatamente prendermene cura. Ho l'istinto materno, io. Dopo averlo accuratamente lavato e cullato tra le mie possenti braccia, ho tentato di vivisezionarlo. Qualcuno, vedendomi convinta della mia scelta, mi ha messo in mano un coltello (con la punta arrotondata, s'intende. sia mai che mi facessi male) e un pestacarne (perché non sono a casa mia altrimenti non ci sarebbe un pestacarne, ma queste son altre cose) ma, a quel punto, il mio piccolo uovo terrificante mi ha fissata con i suoi occhioni che solo io potevo vedere e mi ha chiesto, ma che dico, mi ha implorato di risparmiarlo. Sarebbe stato un buon figlio, mi ha detto. Non avrebbe creato problemi e non si sarebbe drogato. Mi avrebbe presentato le fidanzate per chiedermi approvazione. E si sarebbe preso cura di me quando... con un'occhiata gli lascio intendere che no eh, adesso stai esagerando, ovino. Ti risparmierò, anche se non sono sicura che questa per te sia la soluzione migliore. Dopo averlo (accidentalmente, giuro) fatto cadere più volte dalle mie inesperte mani di giovine genitrice, la mia tondeggiante progenie decide di schiudersi e mostrarsi alla mamma per quello che è, non che io gliel'abbia chiesto, s'intende. La raccapricciante immagine che mi si para davanti agli occhi, signori, è esattamente ciò che vedete anche voi! L'uovo della morte! E io lo sapevo, perbacco, che non c'era da fidarsi a mangiare tutte quelle tortillas! Ma nonostante questa mia consapevolezza c'è qualcosa in me che mi spinge a non abbandonarlo, il mio ovino. Anche se stanotte, nel sonno, ci ucciderà tutti. Me e la molestatrice di post. Maledetto istinto materno.

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