lunedì 29 ottobre 2018

Un bambino.

Strilla come un ossesso e la sua vocina acuta penetra i miei doppi vetri per venire ad infilarmisi direttamente in camera. La persiana sbatte una, due, tre volte. Questo vento e questa pioggia di merda vogliono farsi sentire, vogliono dirmi siamo qui, grigi, opachi, spenti, come il tuo umore questa mattina.
Mi piacerebbe chiedervi come si fa a smettere di essere arrabbiati, per poter capire se quel senso di perdita che deriva dalla scomparsa dell'amore sia reale o solamente preda di quel sentimento folle che tutto crea e tutto distrugge, manco fosse dio o non so cosa.
Ma scommetto che non lo sapete neanche voi.
Un tempo credevo nell'amore.
Ci credevo pur non sapendo che cosa diavolo fosse e come diamine dovesse manifestarsi.
Infatti mi è capitato tanto, troppo spesso di confondere altri beceri istinti per lui, dicendomi che doveva essere proprio amore, altrimenti non.
L'ultima volta è stata come una violenta grandinata che ti coglie quando sei più fragile, impossibilitato al riparo.
Ho idealizzato, suppongo.
Anche se, quando mi sento ottimista, mi dico che no, non ho idealizzato, ho visto qualcosa che ancora se ne stava ben nascosto. L'ho visto e l'ho fatto mio, l'ho voluto, l'ho preso.
E poi ne ho pagate le conseguenze.
Mi sentivo imperfetta, in quei giorni. Sentivo di dover fare ancora molto per arrivare ad essere la persona che volevo - che credevo di voler - essere. Ed ero convinta che al traguardo avrei trovato un grande premio, il più grande della mia vita, il più bello.
Poi qualcuno ha strappato via il sipario mentre gli attori si cambiavano, e la magia della finzione è crollata, tutta, rivelando ingranaggi, strumenti di macchinazione, costumi.
E a me, lo giuro, è venuto da vomitare.
È stato facile trapassare la mia pelle sottile.
Oggi ho capito che non essere come la maggioranza di coloro che sono considerati vincenti non è un'imperfezione, anzi. È il mio dono.
La mia attitudine al pensare piuttosto che parlare, quella mia pelle sottile che è stato così facile - e lo è ancora - lacerare, i silenzi di cui mi approprio, fanno di me ciò che sono, e ne vado fiera.
Non ho mollato, quella volta.
Sono rimasta lì, immobile, a lasciarmi trafiggere da tutti quei maledetti pallini di ghiaccio.
Mi sono entrati dentro e sono rimasti.
Non sono più quella ragazza.
Sono la sua parte più gelida.
Una volta credevo di sapere cosa fosse l'amore, oggi non sono più nemmeno sicura che esista.
Mi piacerebbe estrarre quei cubetti freddi per vedere se, per caso, sia rimasto qualcosa di quella me che piano piano vado dimenticando, tanto mi sembra distante.
Però non so come si fa.

Questo post è stato originariamente scritto su Swanza blog, da Ade. E' possibile copiarlo parzialmente o interamente e modificarlo, basta che il post originale venga linkato

3 commenti:

  1. Spero che tu possa trovare il modo, lo spero veramente per te.

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  2. l'amore esiste ma è temporaneo

    passato quello resta la Srl

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  3. lo sai cosa si fa con i cubetti di ghiaccio, no? li metti nel bicchiere. o li fai sciogliere in bocca.
    oppure li scorri sulla pelle di qualcuno. .

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Grazie per aver fatto finta di non avere niente di meglio da fare che commentare il mio post... vi lovvo

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